Compositore algoritmico, trombonista, didatta e artista del suono e del colore, informatico. Quante cose è Sergio Maltagliati, quanti mondi ha percorso e percorre? Allievo di Pietro Grossi, il maestro Maltagliati abita una dimensione dell’arte che è un intrecciarsi di ispirazioni, suoni, colori, forme e movimenti. Ma essere eclettico senza il metodo non porta a grandi risultati; ecco perché Sergio Maltagliati ha attraversato la storia della musica contemporanea e ne ha forgiato una nuova forma percettiva e di ascolto completamente originale.

Maltagliati ha fatto dello studio di uno strumento, della conoscenza profonda delle regole dell’armonia, della dimestichezza con la scrittura e la notazione tradizionale il bagaglio che da buon musicista e compositore ha sempre portato con sé. A partire dalle lezioni preziose impartite dal maestro e mentore Grossi, Maltagliati ha saputo far divenire fondamenta di un’architettura sonora e compositiva tra le più interessanti nel panorama attuale.

Come nasce il rapporto con la musica?

Sono nato a Pescia nel 1960 e mi sono diplomato in trombone al Conservatorio Cherubini di Firenze nel 1980. L’esperienza strumentale e orchestrale mi ha insegnato l’ascolto e il lavoro con gli altri. Ben presto, però, ho sentito il bisogno di esplorare anche il teatro, il gesto e l’immagine. Non ho abbandonato la musica: ho cercato di capire fin dove potesse arrivare.

La sua ricerca visiva è nata prima del computer? Lei è noto anche per coinvolgere le persone nelle sue performance.

Sì. Già nelle prime partiture, come Stigma, Fogli di diario e Disegno, mi interessavano la disposizione dei segni e lo spazio della pagina. Più tardi, con Musica per il suono giallo di Kandinsky e le partiture policrome, il colore è diventato un vero elemento compositivo. Il digitale ha ampliato una ricerca che era già iniziata.

In Musica intorno alla Gabbia partecipavano 170 interpreti. In Revolution, una variazione visivo-sonora dalle nove sinfonie di Beethoven, una pittura di circa trecento metri quadrati realizzata da duecento ragazzi veniva installata progressivamente, in sedici strisce, su una grande struttura durante la performance. Non cercavo un effetto spettacolare, ma un’opera costruita attraverso la partecipazione.

Quale ruolo ha avuto nella sua vita Pietro Grossi?

È stato un riferimento decisivo, artisticamente e umanamente. Mi ha trasmesso l’idea che il computer possa essere un ambiente creativo e che un’opera non debba restare chiusa o appartenere soltanto al suo autore. Mi ha colpito soprattutto la sua generosità nel condividere idee e materiali: un insegnamento che continuo a sentire vicino.

Quali altri incontri hanno orientato il tuo percorso?

Il contesto fiorentino, con le ricerche di Sylvano Bussotti, Giuseppe Chiari, Giancarlo Cardini e Daniele Lombardi, mi ha mostrato quanto possano dialogare musica e arti visive. Anche l’incontro con John Cage a Zurigo nel 1991, in occasione di Europeras 1 & 2, ha rafforzato il mio interesse per il silenzio, l’indeterminazione e l’imprevisto.

E poi l’Atari nei primi anni Novanta? E la fascinazione per i suoni della natura.

Dal 1992 usavo Cubase su Atari Mega STE per trasferire configurazioni visive nella tastiera MIDI virtuale: l’immagine diventava materiale per comporre. Con Immagine dodici (1993), suono e sequenze visive in movimento iniziarono a convivere in modo nuovo.

Nei lavori delle Trasparenze e delle Vibrazioni ho utilizzato pietre e rami di fiume, acqua, vento e rumori ambientali. Mi interessava uscire dalle abitudini dell’ascolto strumentale. Ritrovo oggi quella stessa attenzione in SonoGrafia, che trasforma in tempo reale il suono ambientale in segno visivo.

performance-biennale-di-Firenze-2025 Sergio Maltagliati, performance alla Biennale di Firenze, 2025.

Nel 1997, poi, arrivò netOper@, cosa significò? E dà la svolta verso la Visual Music generative. Com'è avvenuto il passaggio?

Internet diventava uno spazio di creazione condivisa, non soltanto di diffusione. Oltre trenta artisti contribuirono al progetto e la prima performance si svolse nello studio fiorentino di Pietro Grossi. Successivamente, con i netMusical Instruments e Oper@_PiXeL, ho esplorato l’interazione con immagini e suoni attraverso il mouse e i primi linguaggi della comunicazione digitale.

Con autom@tedVisualMusiC, a partire dal 1999 e attraverso le versioni successive, ho sviluppato sistemi nei quali suoni e immagini possono entrare in processi di generazione e trasformazione. La serie Circus dialoga con i principi dell’HomeArt di Pietro Grossi. Non cercavo un video definitivo, ma un’opera capace di produrre ogni volta nuove realizzazioni.

Compositore di musica algoritmica, sembra quasi misteriosa questa connotazione. Ma in realtà di cosa si tratta?

Significa definire materiali e regole senza stabilire in anticipo ogni dettaglio del risultato. Il compositore non scompare: progetta le possibilità e accetta che ogni esecuzione possa essere diversa. Nelle Variazioni Goldberg e nei lavori generativi la variazione non è un effetto, ma parte stessa del pensiero musicale e visivo.

Com’è proseguito il dialogo con le opere di Grossi? E com'è cambiato il rapporto col pubblico?

Con autom@tedVisuaL e HomeBook ho ripreso i principi della grafica variabile, generando nuove immagini e pubblicazioni. In Battimenti 2.5 si incontrano le frequenze sonore di Grossi, il segno pittorico di Romano Rizzato e i miei processi generativi. Per me significa far vivere un’eredità artistica, riconoscendone l’origine e aprendola a trasformazioni.

Nei progetti interattivi, come inter@ctiveVisualMusiC e Bach/Grossi/You, chi partecipa può intervenire sul materiale e influenzare le forme visive. È un’evoluzione della stessa idea che animava le performance collettive: il pubblico non deve limitarsi a osservare, ma può contribuire al processo creativo.

Attualmente è impegnato con il Progetto Agenda Perenne che vede il coinvolgimento di musicisti e crea paesaggi sonori. Cosa ne pensa dell’intelligenza artificiale nella musica, può essere utile?

Agenda Perenne utilizza il trascorrere dei giorni per produrre nuovi testi e immagini. NIHIL – Memoria senza centro, dal testo di Marco Mazzi, genera nel browser realizzazioni sempre diverse. A Villa Rondinelli, SonoGrafia mette in relazione paesaggio sonoro e segno; con Current VisualMusic anche i dati meteorologici diventano materiali per una composizione in continua trasformazione.

Guardo all’intelligenza artificiale con interesse, ma anche con attenzione alla storia: molti interrogativi sull’automazione e sull’autorialità erano già presenti nelle ricerche di Grossi. Per questo rendo disponibili online partiture, registrazioni, programmi e documenti. Vorrei che l’archivio fosse uno spazio vivo, utile a nuove letture e ricerche, non soltanto una testimonianza del passato.

Che cosa unisce il giovane trombonista all’artista di oggi?

La curiosità. Dal 1977 al 2026 sono cambiati strumenti, linguaggi e tecnologie, ma non la volontà di esplorare. Da Grossi ho imparato che le idee acquistano valore quando possono essere condivise e trasformate. Non penso a questi quasi cinquant’anni come a un percorso concluso: finché ci saranno nuove idee e persone con cui confrontarmi, la ricerca continuerà.