Questa settantanovesima edizione del Locarno Film Festival offriva la possibilità di vedere più di 230 film. Ho scelto di parlare di film di cui ho seguito la conferenza stampa. Mi sono concentrata sulla descrizione, da parte dei registi, del loro modo di lavorare. Questo ascolto è stato scuola di Cinema.

Raccontare

La scelta di fare il regista è legata alla necessità di raccontare. Il modo di raccontare è la base del successo di un film, più dell’argomento che svolge.

Hong Sangsoo, coreano, sceneggiatore dei suoi film, al trentacinquesimo film, Nowhere to lay my eyes, continua a disporre come un rito i suoi personaggi a tavola, in conversazione su mangiare e bere. Lo stile però si fa essenziale, l’apparente banalità dei dialoghi induce la forte aspettativa del non detto. Risultato così positivo che Hong è stato premiato con il Pardo per la miglior regia e la sua interprete preferita, Kim Minhee, con il Pardo per la migliore interpretazione.

Florin Serban, rumeno, per fare un film parte sempre dalla storia. Messa in scena, recitazione, movimenti di macchina e montaggio vengono dopo, “tanto che il mio filmare cambia da una storia all’altra, in funzione di ciò che ho deciso di raccontare.”

Il mio ultimo film “You don’t belong here” nasce dalla riflessione che l’Occidente nel XIX secolo è stato segnato da una spinta verso una società più laica. Nell’arco di circa duecento anni una quantità enorme di cambiamenti è avvenuta in un tempo ristretto: rivoluzione industriale, democrazia, liberazione sessuale, movimenti per i diritti umani, social, IA... Eppure, nonostante tutto, il modello patriarcale è sopravvissuto. Continuerà ad avere un ruolo? Mi pongo la domanda. Non ho la risposta.

La giuria ha scelto di premiare il suo film con il Pardo d’oro. Un disagio per gli spettatori ha riguardato l’organizzazione del racconto: tre quarti del film hanno trattato argomenti che non erano connessi allo scopo di descrivere il principale personaggio, un medico, incarnazione del modello patriarcale.

La coppia di registi brasiliani Matheus Farias e Enock Carvalho, nel film A margem do rio, sono interessata ad analizzare e descrivere il modo in cui lo spazio plasma, condiziona e riorganizza il corpo per i queer. Un diverso modo di stare al mondo, abitare il corpo e vivere forme alternative di relazione. Senza tuttavia idealizzare queste relazioni, soggette anch’esse al litigio e alla difficoltà di comunicare. Credono però – e lo vediamo nel film – nel curarsi a vicenda e nel creare insieme una comunità.

Usano il silenzio che, meglio di dialoghi “didascalici”, riesce ad esprimere tensione, paura, desiderio, curiosità. Nel lavoro con gli attori si parte da due domande: cosa vuol fare il personaggio in questo momento e cosa vuole nascondere. A tutto questo si aggiungono incursioni nel realismo magico, naturali in un ambiente, il Brasile, che vive una continua sovrapposizione fra religione, mito, potere. desiderio e violenza. Il loro film ha conquistato la giuria che gli ha attribuito lo Special Jury Prize.

Il rapporto con gli attori

Per James Gray, regista, sceneggiatore e produttore americano di gran fama, insignito quest’anno del Pardo alla carriera, un film nasce perché gli attori che lo amano gli dichiarano di voler lavorare con lui! È decisamente un unicum, mai successo per altri registi e difficile da immaginare che succeda a qualcun altro. La richiesta di Adam Driver, Scarlett Johansson e Miles Teller ha dato origine a Paper Tiger, ispirato a James anche dal luogo dove è vissuto, Queens (NY). Un dramma che coinvolge due fratelli e l’intera famiglia di uno di loro, finiti a farsi coinvolgere in un’operazione criminale loro malgrado, presentato in una Piazza Grande gremita di pubblico.

Gurvinder Singh, il regista di Rehmat, l’adattamento al presente di tre racconti di una figura centrale della letteratura punjabi, racconta stupito che una star indiana molto famosa ha accettato con entusiasmo di lavorare per questo film, un progetto piccolo in cui molti degli attori non sono professionisti. Per la scelta di questi ultimi ha fatto leggere loro la parte del copione. In base al tono di voce riconosceva che quello era il personaggio da lui immaginato.

Basil Da Cunha, figlio di immigrati portoghesi in Svizzera, è il regista di O’Jacaré, film che ha voluto girare in un quartiere, Reboleira, a nord di Lisbona, che per venti anni ha caratterizzato la sua attività filmica. Forse per la numerosa comunità capoverdiana che l'abitava. Un immigrato attratto da immigrati. Il problema è stato che Reboleira non esisteva più e Basil l’ha ricostruita, richiamandovi la comunità capoverdiana dei suoi artisti dei precedenti film O fim do mundo e Manga d’Terra.

Durante la conferenza stampa si intuiva cosa deve essere stato il rapporto fra attori e regista. Perfino il coccodrillo, che dà il suo nome al titolo, è stato accolto – dopo qualche sospetto iniziale – nel gruppo che ha girato il film in grande armonia divertendosi e riuscendo a dare al film una connotazione fra il caotico e il magico.

Ambientato ad Amarillo, nel nord del Texas, il film Down the Arm of God esplora la relazione fra la maggioranza degli abitanti e un gruppo di homeless, quasi tutti gente che ha perduto il lavoro, la famiglia o ex veterani. Pochi gli ex drogati, quindi una comunità in maggioranza incolpevole delle difficoltà in cui si trova.

Vivono in un accampamento di fortuna nel bosco. Il giovane pastore Nick (Caleb Landry Jones), fin dal suo arrivo, lotta per aiutare questa comunità, pensando ingenuamente che sia facile coinvolgere i cittadini benestanti della zona. Questo film, che è stato concepito per far luce sul problema, si è avvalso dei senzatetto come attori. Landry Jones, lo sceneggiatore ed attore, e il regista Peter Brunner non hanno nascosto la difficoltà di lavorare con questi attori, così coinvolti nella storia narrata dal film, ma anche la soddisfazione di aver ottenuto risultati insperati di impegno e cambiamento in molti di loro.

Se gli attori sono bambini. Sembrerebbe molto difficile rapportarsi a una bambina alla prima esperienza come attrice. Ma per Armony, ce lo racconta il regista Dario Albertini, si è capito fin dalla scelta fatta al casting che la piccola Aurora Chierchia era ciò che ci voleva per interpretare una bimba di 6 anni in grado di tener testa a Valerio Mastandrea nei panni di Armony, il protagonista di questo film, che prende il titolo dal suo nome.

Fare immagini

Si diceva del modo di raccontare che crea un bel film, ma nel Cinema le parole debbono essere poche. In un’intervista a questo Festival Asia Argento, attrice, sceneggiatrice e regista, sintetizza la sua idea al riguardo con la frase spiritosa: “Io sono per i film muti” Infatti sono le immagini che raccontano, a fare un bel film. Ne è esempio il film di Lê Bảo, regista vietnamita, che in Hearing (Thính Giác), racconta di legami personali dai quali il protagonista Ninh, un meccanico che installa luci artificiali, riceve risposte inadeguate al suo grande impegno affettivo.

Tanti piccoli episodi, ambientati nella bellissima jungla, che si svolgono con la presenza quasi muta di un parente o un amico per volta. Ninh è alla ricerca di risposte umane, che però gli arrivano solo dai suoni della natura e, alla fine, da un bellissimo sogno. Quindi da lui stesso.

I suoni e la musica

Fondamentali, sempre in Hearing (Thính Giác), i suoni – il fruscio del vento, lo stridio delle scimmiette – che vivificano la natura, rendendola personaggio del film. Poi c’è l’irruzione della musica techno, che trasforma con grande forza l’atmosfera del film e i rapporti che i personaggi vivono.

L’importanza della voce nella scelta degli attori da parte del regista di Rehmat è stata già detta. La capacità di articolare la voce fra il sussurro e l’urlato nel film Ketticé ha comportato per Monica Bellucci il Pardo for best performance.

Nella seconda parte del film Manhunt, del regista Wapeemukwa, quando i due adolescenti protagonisti arrivano a vivere totalmente la realtà in modo virtuale, con conseguenze nefaste, la musica è volutamente scelta dal regista fuori contesto. Questo perché il regista conosce il potere della musica. Non giudica nel descrivere, ma non vuole nemmeno che lo spettatore provi pietà per un agire disumano. È questo lo spirito del film, che risulta un messaggio fortemente etico, ma mai didascalico.

I dialoghi

Abbiamo già detto, con l’aiuto di Asia Argento, di quanto sia importante prediligere le immagini alle parole per la riuscita di un film.

Non ha lo stesso parere la giuria del concorso internazionale, che ha attribuito il Pardo d’oro e il primo premio al film You don’t belong here del rumeno Florin Serban, in buona parte percorso da dialoghi non collegati alla storia. Più che un film, quindi, un libro mancato, seppure svolga argomenti molto importanti come la messa in luce del patriarcato, atteggiamento maschile tuttora molto presente.

L’ultimo film proiettato in Piazza Grande, Ni vue, ni connue, di Marc Fitoussi, apre una possibilità prima impensata alle parole nei film. È un film di dialoghi fitti fra le due principali interpreti, la bravissima Isabelle Huppert e Sandrine Kiberlain, attualmente di grande successo. Qui i dialoghi suscitano immagini, che contribuiscono a caratterizzare i due personaggi. Importantissimo quindi lo sceneggiatore, che qui è il regista stesso.