Scrivere, per qualcuno, è una necessità, forse una forma di dipendenza, come il gioco d’azzardo. Ci puoi rimanere intrappolato al punto che il terreno sociale ti scivola silenzioso sotto i piedi e ti ritrovi da solo, senza un quattrino, con l’urgenza di cercare un lavoro che alimenti il tuo vizio: la scrittura. Magnifica scommessa. Restare aggrappati alla vita e alle sue sfumature. Il prezzo? Può essere alto, non ha importanza, si paga.
È la premessa del film di Valérie Donzelli, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato per la miglior sceneggiatura. Credo che la maggior parte degli scrittori sarebbero d’accordo, ce l’abbiano fatta o meno a raggiungere una decente quota di lettori. Non sto qui a fare l’elenco di quelli che mi vengono in mente, così, d’impulso. Due, così diversi anche per le loro biografie: Kafka e Carver, per esempio.
La storia di Paul è ben piantata nel presente, il suo volto gentile e determinato è quello di Bastien Bouillon, un attore capace di esprimere con misura e credibilità le ragioni della rinuncia alla professione di fotografo, che gli garantiva dai tremila ai cinquemila euro al mese, per votarsi completamente al “mestiere di scrivere”. Ha già pubblicato un paio di romanzi, non è un debuttante, ma dalle lodi dei critici al suo esordio è passato alle sabbie mobili di tirature troppo esigue. La sua ultima fatica letteraria, fortemente sospetta di autobiografismo, racconta i dolorosi sviluppi della separazione, ma non convince e non verrà pubblicata. Parole dell’editore.
E la vita? Anche peggio. Hai quarantadue anni, tua moglie non comprende la tua scelta, se ne va con i due figli in Canada. I risparmi evaporano in fretta, sei uno scrittore in bolletta e devi lasciare la casa di Parigi ormai troppo grande e gravosa per te, adattarti in un seminterrato umido, cercarti un lavoro per alimentare la fissazione di scrivere e la libertà dai compromessi che reclami. Non vuoi ricalcare l’immagine dell’artista maledetto, niente equivoci, bastano già i maledetti e i farabutti delle classi dirigenti che hanno avallato il neoliberismo, in pratica la legge spietata del profitto ad ogni costo. Tuo padre ti massacra con discorsi che sembrano gli stessi dei tempi in cui stavi per diplomarti alla scuola dell’obbligo. Sei perseguitato dall’accusa strisciante di non essere mai cresciuto, solo perché quello che vedi intorno a te non ti piace più.
Se poi parliamo del lavoro pagato, devi affrontare le circostanze storiche in cui ti trovi. Crei un account in un’app della “gig economy”, l’economia dei lavoretti precari, à la carte, massima flessibilità, tutele sotto lo zero. Ed è così che comincia la storia, a colpi di martello. C’è da buttare giù una parete in un appartamento, e tu sbuchi in un’altra stanza della vita. Quello che ti resta da fare è raccogliere i cocci.
Per accaparrarti i lavori che l’app propone, in base alle credenziali che ci hai messo dentro, sei costretto a partecipare a una specie di asta al ribasso: meno chiedi, più possibilità hai di vincerla e procurarti la giornata: falciare l’erba di un giardino, smontare un soppalco, svuotare una cantina, sradicare le piante di un balcone smisurato in una casa di ricchi, rimediare una vecchia auto e fare il tassista di notte e via così. Ogni giornata è una contrattazione con l’algoritmo, la nuova economia del lavoro: un sistema in cui i lavoratori più precari sono in brutale competizione tra loro, spinti ad abbassare continuamente il prezzo del loro sudore.
Poi bisogna ridurre il costo delle esigenze quotidiane, usare un solo foglio di carta igienica, comprare il cibo al discount, occhio alle offerte! Usare il riscaldamento al minimo, o meglio non usarlo del tutto, comprare le cartine più economiche per mettere capo a una sigaretta, perché tra la scrittura e la povertà non riesci proprio a smettere di fumare, insomma, la varietà dei tagli è a tua discrezione, ma non puoi più scherzare. La sola condizione che richiedi è che questo viaggio nel sottosuolo ti lasci il tempo per scrivere.
E non ci troviamo nel solito imbroglio all’americana, confezionato in fatale ritardo dagli epigoni di mezzo mondo: alla fine non strariperai nel successo, arricchendoti e dimenticando la dura parentesi all’inferno. Niente affatto. Sarai cambiato, certamente sì e, più importante ancora, la tua scrittura sarà cambiata, non si può barare. L’esperienza accumula risorse per la scrittura, è la sua benzina. In una società che macina risorse a ritmi da vertigine, il tuo onesto resoconto di come sei diventato un cittadino precario può anche risultare efficace per un editore, e molti lettori si rispecchieranno nel tuo calvario, ma potrebbe anche avere vita breve, non è una garanzia per il tuo futuro.
Ora lo sai, hai perso quel sogno velleitario di poter vivere di sola scrittura. In quanti ci riescono? Facciamo i conti. Sai anche che lo scrittore non va al tappeto sotto i colpi della sorte, incassa, anzi, è un incassatore per sua intrinseca natura.
L’unica, autentica soddisfazione, forse uno dei pochi sussulti della voce del cuore, è che uno dei suoi figli finisca per leggere quello che scrive e riconosca che suo padre non è un fallito, un reietto della società. Gli può bastare per andare avanti. Il futuro? Che senso ha porsi questa domanda? Quando mai uno scrittore si preoccupa del proprio futuro?
Vedendo questo film, gli ho affiancato due fratelli che hanno un’affinità profonda con la storia di Paul: Nowhere Special, di Uberto Pasolini, del 2021; e La storia di Suleymane, di Boris Lojkine, che ho raccontato su queste pagine l’anno scorso. E soprattutto mi sono ritrovato in pieno nelle domande che lascia aperte, sul senso della scrittura e sul “mestiere di scrivere”, inteso come lavoro di artigianato quotidiano, ma anche su ciò che lo ispira, gli incontri, la morte di un animale investito per caso di notte, i dettagli, la variegata stravaganza della gente, la confusione che aleggia su questo momento storico in cui la dimensione del potere così cieca e impersonale ci stritola ogni giorno.
Allora accolgo in pieno la rivendicazione di una libertà creativa disposta a non sottomettersi alle regole del ritornello sociale, il coraggio di accettarne le conseguenze, con i dubbi dell’intelligenza, ma senza mollare di un centimetro. Combattere con l’arma della propria ispirazione, in qualunque forma, artistica e non, anziché essere ridotti a parassiti inconsapevoli di un sistema basato sulla soddisfazione immediata e coatta, su un vuoto centrifugo da riempire senza via d’uscita, sul disagio insensato prodotto da una élite protetta e guasta, votata all’annientamento di ogni oppositore.















