Una curva marmorea, la levigatezza di un torso classico, il profilo netto di un giglio bianco immerso nel nero profondo della stampa. Nelle sale del Museo dell’Ara Pacis, dove la memoria dell’antichità continua a riverberare nella pietra, l’universo visivo di Robert Mapplethorpe sembra ritrovare una dimora naturale. Non solo un incontro tra archeologia e fotografia, ma una corrispondenza di linguaggi: la stessa tensione verso l’armonia, la stessa ossessione per l’equilibrio delle forme, la stessa capacità di trasformare la materia - sia essa carne, fiore o marmo - in una presenza quasi metafisica. La mostra “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza” conclude un percorso espositivo iniziato a Venezia e proseguito a Milano. Oltre 200 immagini ripercorrono la traiettoria creativa del fotografo americano, offrendo anche materiali pensati appositamente per la tappa romana e approfondendo il legame che l'artista sviluppò con l'Italia.
Ridurre, tuttavia, la figura di Mapplethorpe alla sola dimensione della retrospettiva capitolina significherebbe limitare la portata di una ricerca che ha attraversato fotografia, cultura underground, musica, arte contemporanea e persino il dibattito pubblico sul confine fra provocazione e bellezza. Nato nel Queens nel 1946, Mapplethorpe si formò al Pratt Institute di Brooklyn studiando pittura, disegno e scultura. Prima ancora di impugnare una macchina fotografica, il giovane artista sperimentava collage e assemblaggi ispirandosi alle poetiche di Marcel Duchamp e Joseph Cornell. Quelle prime opere, costruite con ritagli, immagini trovate e oggetti eterogenei, contenevano già uno dei nuclei fondamentali del suo pensiero: la convinzione che l'arte fosse un processo di trasformazione capace di attribuire nuovi significati alla realtà.
L'incontro decisivo della sua giovinezza fu quello con Patti Smith. La loro storia sentimentale, nata alla fine degli anni Sessanta, avrebbe oltrepassato la dimensione amorosa per diventare una delle amicizie più intense e fertili della scena artistica americana. Insieme vissero al Chelsea Hotel, epicentro della bohème newyorkese, condividendo precarietà economica, ambizioni creative e una comune fede nell'arte come destino. Fu proprio in quegli anni che iniziò a utilizzare una Polaroid, convinto che produrre le proprie immagini fosse «più onesto» rispetto al ricorso a fotografie altrui. Ben presto la fotografia cessò di essere uno strumento complementare e divenne il centro della sua ricerca. La prima personale, dedicata alle Polaroid, si tenne nel 1973 alla Light Gallery di New York.
Un altro incontro fondamentale cambiò il corso della sua carriera, quello con il collezionista e curatore Sam Wagstaff. Compagno, mentore e sostenitore economico, Wagstaff gli regalò una Hasselblad medio formato che avrebbe contribuito a definire l'inconfondibile stile dell'artista. Grazie a quella macchina fotografica, affinò una precisione compositiva quasi maniacale, trasformando la fotografia in un esercizio di rigorosa costruzione formale. La Grande Mela degli anni Settanta offriva uno scenario irripetibile. La Factory di Andy Warhol, i fermenti della cultura underground, le sperimentazioni performative e il clima di libertà sessuale alimentarono un laboratorio creativo permanente. Mapplethorpe ne divenne uno dei protagonisti più raffinati, oscillando continuamente fra trasgressione e classicismo.
I suoi celebri ritratti non furono mai semplici documentazioni di volti noti. Attraverso la luce e la posa, il fotografo costruiva vere e proprie icone contemporanee. Nelle sue immagini compaiono personalità appartenenti ai mondi più diversi: Richard Gere, Donald Sutherland, David Byrne, Debbie Harry, Louise Bourgeois, Susan Sontag, Philip Glass e Iggy Pop. Persino la celebre copertina di Horses nel 1975, album d'esordio di Smith, “Sacerdotessa del Rock”, è diventata una delle immagini simbolo del Novecento musicale. Se i ritratti rivelavano la sua capacità di cogliere l'essenza psicologica dei soggetti, gli scatti dedicati ai fiori mostravano, invece, la sua ricerca sulla purezza delle forme. Calle, orchidee e tulipani venivano isolati dallo sfondo con una nitidezza quasi scultorea. La sensualità, in queste immagini, emergeva dalla struttura stessa della natura. La corolla di un giglio poteva assumere la monumentalità di una colonna antica, mentre le pieghe dei petali evocavano morbidezze corporee.
Parallelamente, l'autore approfondì lo studio del corpo umano. I nudi maschili e femminili, spesso al centro delle controversie che accompagnarono la sua carriera, non nascevano da una volontà scandalistica.
Piuttosto, rappresentavano la prosecuzione di un dialogo con la tradizione classica. L'artista inseguiva una bellezza senza tempo, filtrata attraverso una sensibilità contemporanea. Emblematica fu la collaborazione con Lisa Lyon, prima vincitrice del titolo mondiale di body building femminile. Tra il 1980 e il 1983 il fotografo realizzò oltre 150 immagini dedicate all'atleta, culminate nel volume Lady: Lisa Lyon, accompagnato dai testi di Bruce Chatwin. Quelle fotografie, sul bilico tra forza fisica e grazia classica, ridefinirono la rappresentazione del corpo femminile nella cultura visiva contemporanea. Dietro la perfezione formale, tuttavia, si nascondeva una personalità complessa, costantemente attratta dai margini.
Le immagini realizzate all'interno della scena sadomaso gay newyorkese suscitarono dibattiti e censure, ma rappresentarono anche un momento di straordinaria libertà espressiva. Mapplethorpe rifiutava l'etichetta della provocazione fine a sé stessa. Come dichiarò negli ultimi anni, ciò che inseguiva era l'inaspettato, la possibilità di mostrare ciò che ancora non era stato visto. Nel corso degli anni Ottanta il suo linguaggio raggiunse una maturità assoluta. Affinò nuove tecniche di stampa, sperimentò il colore, utilizzò fotocalcografie e grandi formati, progettò scenografie per la coreografa Lucinda Childs e realizzò una serie ispirata ad Arthur Rimbaud. Nel frattempo, la sua fama cresceva a livello internazionale. Nel 1986 giunse la diagnosi di Aids. La malattia non rallentò il suo lavoro. Al contrario, la consapevolezza della fragilità del tempo sembrò imprimere una nuova urgenza alla produzione artistica.
Nel 1988 il Whitney Museum di New York gli dedicò una grande retrospettiva, consacrandolo definitivamente fra i protagonisti dell'arte del XX secolo. Un anno più tardi, nel marzo 1989, l'autore morì a 42 anni. Poco prima aveva creato la “Robert Mapplethorpe Foundation”, immaginandola come uno strumento destinato a preservare la sua opera, sostenere la fotografia e finanziare la ricerca contro HIV e AIDS. Ancora oggi, la fondazione continua a svolgere un ruolo centrale nella diffusione del suo lascito culturale e nel sostegno alle istituzioni museali. Tra i capitoli più affascinanti della sua vicenda creativa occupa un posto speciale il rapporto con l'Italia. Il richiamo del classicismo mediterraneo esercitò su di lui una seduzione profonda. Napoli, Capri, le vestigia archeologiche e la cultura barocca costituirono una sorta di specchio nel quale riconoscere le proprie ossessioni estetiche.
A favorire questo legame fu il gallerista napoletano Lucio Amelio, figura cruciale della scena artistica internazionale. Dopo il devastante terremoto dell'Irpinia del 1980, Amelio concepì il progetto Terrae Motus, coinvolgendo oltre 50 artisti con l'intento di trasformare la tragedia in estrosa energia. Mapplethorpe aderì con entusiasmo all'iniziativa insieme a nomi del calibro di Warhol, Tony Cragg, Sandro Chia, Luciano Fabro, Anselm Kiefer, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Cy Twombly ed Emilio Vedova. Le immagini realizzate durante i soggiorni italiani testimoniano un dialogo continuo con la memoria storica. Le piazze partenopee, le architetture, il Mar Tirreno e le suggestioni dell'archeologia sembrano alimentare la sua costante ricerca di equilibrio fra passato e presente. Non sorprende, dunque, che la tappa romana dell'esposizione trovi una naturale corrispondenza con le sculture antiche custodite ai Musei Capitolini. Il confronto con la statua di Afrodite e con la figura dell'atleta proveniente da modelli greci sottolinea quanto la sua fotografia sia stata, in fondo, una forma di scultura luminosa.
Nell'expo dell'Ara Pacis compaiono anche gli autoritratti, forse il segmento più intimo della sua produzione. Qui mette in scena sé stesso con un rigore quasi teatrale, oscillando fra vulnerabilità e sfida. I volti, le espressioni, gli oggetti simbolici diventano strumenti di una riflessione sulla mortalità e sull'identità. Accanto alle fotografie dedicate a Smith e a Lyon, trovano spazio i ritratti di Gere, Sutherland, Byrne, Yoko Ono e Robert Rauschenberg, a testimonianza della straordinaria rete di relazioni costruita dal suo talento visionario. L'allestimento capitolino si distingue, inoltre, per l'attenzione all'accessibilità, grazie a strumenti sviluppati con il contributo di Rai Pubblica Utilità, del Museo Tattile Statale Omero e della Cooperativa Segni d'Integrazione Lazio. Il progetto è accompagnato da un'audioguida curata da Denis Curti e dal podcast Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario.
A quasi quattro decenni dalla sua scomparsa, Mapplethorpe continua a esercitare un fascino che trascende le mode. La sua opera resta sospesa in una zona di confine dove convivono sensualità e disciplina, eros e spiritualità, modernità e memoria classica. La sua grandezza risiede, forse, proprio in questo paradosso: aver raccontato il desiderio con l'eleganza di uno scultore greco e restituito alla fotografia una dignità pari a quella della pittura e della scultura, secondo un ideale che egli stesso aveva perseguito per tutta la vita. E, mentre le sue immagini dialogano con il marmo dell'Ara Pacis, appare evidente come la sua ricerca non sia soltanto confinata al Novecento. Appartiene, più semplicemente, a quella categoria rarissima di artisti capaci di rendere eterna la forma del tempo.















