Le fauci spalancate in primo piano e i denti aguzzi pronti ad azzannare la preda. Il muso, ingigantito e quasi deformato, occupa tutta l'enorme tela, mentre gli occhi felini trasmettono la sua rabbia. Non solo quella della tigre, ma anche di colui che la stava dipingendo.
Perché dipingere era l'unico sfogo alla sua solitudine, al suo dolore e a quella necessità profonda di comunicare che non trovava comprensione negli uomini. E allora lui, Ligabue, urlava la sua rabbia attraverso immagini di animali, spesso violente, cercando di riscattarsi da una società che lo aveva emarginato. Così i galli si affrontano in lotte furibonde, bestie feroci dilaniano le loro vittime e i cavalli scalpitano imbizzarriti per un temporale.
Perché in quegli animali, veri o inventati, lui si rispecchia, in loro rivive il suo stesso istinto di sopravvivenza che lo porta a girovagare sulle sponde del Po, a contatto diretto con la natura selvaggia e con i suoi abituali frequentatori, gli unici a non escluderlo per colpa del suo aspetto fisico e del suo comportamento. Toni, el matt lo chiamavano a Gualtieri, paese di poche migliaia di anime della bassa reggiana dove una serie di vicende rocambolesche lo avevano catapultato ormai adulto, quando la prima guerra mondiale era appena terminata e lui parlava solo tedesco.
Nato in Svizzera da padre sconosciuto e madre italiana che lo aveva abbandonato dopo pochi mesi affidandolo a una coppia svizzero-tedesca di vicini di casa, il piccolo Antonio mostra problemi fisici e psicologici fin dall'infanzia. A scuola è un disastro, ha comportamenti inadeguati ed è vittima di bullismo da parte dei compagni di classe.
Comincia così la sua ostilità verso i suoi simili e il suo amore per gli animali, che lo accompagnano nelle sue passeggiate solitarie in campagna. Non conoscerà mai la sua vera madre e con quella adottiva avrà un rapporto di amore-odio, con scambi verbali violenti, qualche volta terminati con aggressioni fisiche vere e proprie.
Aveva 22 anni e aveva già fatto l'esperienza di un ospedale psichiatrico quando, dopo l'ennesima, furibonda lite con la madre adottiva, le autorità svizzere lo allontanarono dal paese spedendolo a Gualtieri.
Era questo il luogo di provenienza di tal Bonfiglio Laccabue che lo aveva riconosciuto dopo aver sposato la madre naturale, poi morta per avvelenamento insieme ad altri 3 figli quando Antonio aveva 14 anni. Di quel viaggio su una carrozza trainata da due cavalli il ricordo resterà indelebile.
Tanti anni dopo, nel 1952, riaffiora in un grande olio, Diligenza con castello, dove, immerso in un paesaggio svizzero che sa di fiabesco, lui appare piccolo piccolo e spaventato sulla corriera che lo trasporta in Italia. Eccolo, allora, letteralmente scaricato all'Ospizio per Mendicanti di Carri di Gualtieri il 9 agosto 1919: magro, rachitico, col gozzo, senza mezzi, senza cibo, senza conoscere una sola parola di italiano e, soprattutto, disperatamente solo.
L'arte fu il suo riscatto. Il disegno e la pittura diventarono uno strumento per ritagliarsi un piccolo posto in un mondo che ancora una volta si dimostrava ostile. Deriso e umiliato da una comunità che non lo capiva e non gli dava quel calore di cui aveva bisogno, trasfuse nelle sue opere tutta la sua forza. Così tanta e tormentata da trasmettere con quelle immagini emozioni dirette che coinvolgono immediatamente lo spettatore.
La critica non gli è mai stata amica, ma lui si è difeso da solo, riuscendo a scavalcarla.
Io sono un grande artista e quando morirò i miei quadri varranno oro.
Diceva tra le risate dei compaesani. Mai profeta fu più veritiero.
Di questa sua vita infelice racconta una mostra agli Arsenali repubblicani di Pisa, Il ruggito dell'anima, dove l'associazione Artika, in collaborazione con il Comune di Pisa e la Fondazione Augusto Agosta Tota per Antonio Ligabue, ha riunito 80 opere con cui si celebra il 60° anniversario della morte dell'artista.
Maestose aquile, feroci leoni, agili tigri, galli prepotenti, cavalli impetuosi e buoi mansueti sono le iconiche immagini di quel suo linguaggio iconografico che ci è ormai familiare. C'è tutto il bestiario che Ligabue aveva conosciuto nella sua vita randagia nei boschi svizzeri e in quelli padani, ma ci sono anche, e soprattutto, quelle belve che aveva visto da bambino negli zoo e da adulto in alcuni libri e nella pubblicità. «Non c'è niente di fantasioso in queste immagini», spiega il curatore, Mario Alessandro Fiori.
In realtà lui si ricordava tutto, anche a distanza di molto tempo. E pur non essendosi mai allontanato da Gualtieri e dintorni, la sua creatività gli permetteva di tornare al passato, ai paesaggi svizzeri, o di andare molto più lontano.
In Siberia, per esempio. Una Siberia che lui ha scoperto negli inverni gelidi della golena del Po e che ci ha raccontato con uomini barbuti dal cappello di pelliccia alla guida di una slitta trainata da cavalli assaliti da un branco di lupi affamati. Anche qui, nella sua Traversata della Siberia, la sua attenzione è catturata soprattutto dagli animali, suoi amati compagni di sventura.
Gli uomini nelle sue opere sono sempre piccolissimi, oppure di spalle, quasi volesse cancellarli dall'universo. Fa un'eccezione per Cesarina, figlia dell'ostessa della locanda Croce Bianca di Guastalla, dove mangiava un piatto di minestra in cambio di un disegno. Fu forse l'unica donna di cui sia stato innamorato e per un po' divenne la sua musa.
Ce la mostra con le spalle e le braccia forti seduta nella sua locanda, alle spalle un quadro agreste, probabilmente un suo regalo. E poi c'è lui, se stesso, Antonio Ligabue, unico uomo a cui dedica ritratti. Molti, per la verità. Su 1050 opere prodotte nella sua vita, oltre 100 sono autoritratti.
Sguardo triste, un po' folle, occhi stralunati, la mostra di Pisa ne espone alcuni esempi. La posizione è quasi sempre la stessa: mezzobusto visto di tre quarti, come di una persona che si guarda allo specchio. Qualche volta la testa è scoperta, altre indossa un cappello, simbolo di quella dignità a cui teneva così tanto, ma in alcuni ritratti mostra sul viso le ferite di azioni autolesioniste o di attacchi d'ira che si verificavano tra l'altro quando qualcuno criticava le sue opere. Lui allora le distruggeva urlando insulti e maledicendo gli italiani che non lo capivano.
Ci fu anche un momento, però, in cui il suo talento venne riconosciuto. Alla metà degli anni Cinquanta critica e pubblico cominciarono ad apprezzare le sue opere che venivano esposte in gallerie importanti e acquistate a prezzi alti. Allora el matt non fu più deriso, ma rispettato.
E per la prima volta divenne ricco, si comprò un'auto e 'arruolò' un'autista da cui puntigliosamente pretendeva che gli aprisse la portiera ogni volta che doveva scendere o salire.
Ma soprattutto acquistò quella che era sempre stata il sogno della sua vita, una Moto Guzzi rossa, con cui cominciò a girare per la bassa reggiana, magari con i quadri sulla schiena. Arriverà ad avere ben 16 moto Guzzi, tutte rosse, anche se, non sapendo guidare, cadde spesso dalla sella procurandosi ferite, a volte gravi.
A queste nuove 'amiche' dedicherà persino alcune opere, ma i suoi soggetti principali continuarono a restare gli animali che come sempre dipingeva con pennellate vigorose accostando colori vivaci e intensi, spesso violenti e contrastanti. Proprio i colori che si incendiano saranno sempre i protagonisti principali del suo linguaggio pittorico.
Difficile allora non pensare ai Fauves che nei primi anni del Novecento avevano rivoluzionato il vocabolario dell'arte. Ma difficile, anche, non trovare Van Gogh e la sua pittura dello spirito nei sentimenti drammatici che esprimeva Ligabue. Così come l'urlo dei suoi animali sembra riecheggiare l'angoscia che Eduard Munch ci ha trasmesso di fronte al cielo infuocato di Oslo. «Vogliamo raccontare nella mostra la forza di questo artista», scrive il curatore, «la sua appartenenza, spesso non riconosciuta a sufficienza, a uno dei movimenti fondamentali dell'arte europea del Novecento: l'Espressionismo. Ligabue è stato, a pieno titolo, il nostro espressionista».
Certo è, comunque, che lui non vide mai le opere dei Fauves, né conobbe quelle di Van Gogh e nemmeno di Munch o Schiele o Kokoschka. Né mai frequento pittori o scultori, tranne Marino Renato Mazzacurati, che incontrò nel 1929 e che gli fornì coraggio, strumenti e spazi. In realtà lo stesso Ligabue non volle insegnamenti e restò sempre un autodidatta assoluto, un randagio della pittura impossibile da inserire in qualsiasi casella dell'arte.
Il destino cinico e baro gli giocò però l'ultimo colpo mancino. Dopo i riconoscimenti degli ultimi anni una notte di novembre del 1962 fu colpito da una paralisi che lo condannò a un'immobilità permanente. Terminerà i suoi giorni tre anni più tardi, di nuovo povero, in quello stesso Ospizio per Mendicanti di Carri che lo aveva accolto al suo arrivo a Gualtieri.















