È un doppio anniversario per la Deledda. Cent’anni fa le veniva assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, e, dieci anni dopo, novant’anni fa, moriva.

Prima e unica donna italiana a ricevere l’ambito premio, Grazia era nata a Nuoro il 28 settembre 1871, in una famiglia discretamente benestante. Il dato biografico non è certo, visto che la stessa autrice si dichiarava nata in altra data, il 27 settembre, e, forse, in altro anno, secondo l’usanza del tempo di registrare i neonati all’anagrafe giorni dopo la nascita stessa, oppure quando si riusciva a raggiungere l’apposito ufficio.

Il padre di Grazia, Giovanni Antonio, viveva della rendita dell’agricoltura per i campi che possedeva e dei suoi commerci; si interessava di poesia, soprattutto sarda, in cui scriveva, e fondò una rivista nella sua tipografia. Apprezzato, fu anche sindaco di Nuoro.

Seguita dalla madre e da un istitutore privato dopo aver assolto la scuola dell’obbligo, la scuola elementare, il suo professore, Pietro Ganga, le insegnò latino, greco e francese; poi Grazia proseguì i suoi studi da autodidatta.

Divenne ben presto evidente la sua passione per la scrittura e la volontà, forse anche con quella, di andare oltre gli stretti confini di Nuoro e della Sardegna, non tanto e non solo come spazio fisico, ma come costrizione tradizionale. I primi a capirne le capacità furono lo scrittore Enrico Costa, poi lo scrittore calabrese Giovanni De Nava.

La vita familiare di Grazia Deledda venne sconvolta dalle morti dei fratelli e del padre, avvenute nel 1892, lasciando i familiari in una crisi economica.

Grazia iniziò a inviare i suoi racconti all’editore Edoardo Perino che li pubblicò nella rivista L’ultima moda; pubblicò anche sotto pseudonimo romanzi presso un editore di Milano. Iniziò a collaborare con riviste sarde e su Rivista delle tradizioni popolari italiane pubblicò a puntate il saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna.

Luigi Capuana recensì positivamente il romanzo La via del male del 1896 e ne scrisse la prefazione.

Nel 1899 si trasferì a Cagliari dove conobbe il funzionario del Ministero delle Finanze Palmiro Madesani, originario di Viadana, nel mantovano, che sposò un paio di mesi dopo. L’uomo divenne l’agente letterario della moglie e il curatore dei suoi interessi. Un anno dopo i due si trasferirono a Roma.

La svolta nella vita letteraria della Deledda è rappresentata dal romanzo Elias Portolu del 1903, al quale seguirono altri lavori e anche opere teatrali: Cenere, da cui nel 1916 venne tratto un film interpretato da Eleonora Duse, L’edera, Sino al confine, Colombi e sparvieri e molti altri.

Del 1913 è Canne al vento, l’anno della prima candidatura al Nobel assegnatole nel 1926, sostenuto soprattutto dall’ambasciatore di Svezia a Roma e membro dell’Accademia, Carl Bildt, e da Karl August Hagberg, che aveva tradotto i lavori di Grazia in svedese. Apprezzata da Verga, Cecchi, Lawrence, le venne conferito il Premio il 10 dicembre 1927 con la seguente motivazione:

Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi.

Il romanzo Canne al vento, prima uscito a puntate sulla rivista L’illustrazione Italiana e poi pubblicato da Treves di Milano, è di certo l’opera più conosciuta dell’autrice sarda. Nel libro le riflessioni sulla vita delle persone sono chiare, paragonandole a canne in balia del vento della vita, come già si era letto in Elias Portolu, quindi tematica cara alla scrittrice, che di certo condivideva il medesimo pensiero di Blaise Pascal.

La narrazione indugia sui conflitti interiori dei personaggi, sui loro sensi di colpa e su quello che vorrebbero intimamente, ma non possono realizzare o confessare pubblicamente. Uomini e donne semplici, poveri, esposti a una vita materna e matrigna alla quale non potevano opporsi proprio per la loro condizione, che li vede protagonisti nel romanzo della Deledda, e non semplici temi descritti in chiave verista.

Il progresso dei tempi, con il mutamento della realtà alla quale, altrettanto, non ci si poteva imporre, viene descritto proprio attraverso un’interiorità affascinata e spaventata allo stesso tempo, in un’isola che poteva apparire statica ma che non lo era affatto, dove ci si doveva affrancare dagli usi (come lei stessa aveva fatto soprattutto nei confronti della madre) che però costituivano la cultura stessa di ciascuno e l’ancora di salvezza per tutti. Un punto di vista così intimo e così didascalico che può essere vero per ognuno, come dimostra la fortuna del romanzo in tutto il mondo. È chiaro che sì, si narra di Sardegna e di sardi, ma l’afflizione è universale, nel rapporto io-altri, dentro-fuori che caratterizza l’esistenza umana.

Pur non essendo femminista, Grazia Deledda era fortemente dalla parte dell’emancipazione femminile, come dimostrano alcune sue note biografiche, ma, come si legge anche nel romanzo, nella famiglia patriarcale di don Zame Pintor, la moglie e le quattro figlie sono dedite ai lavori casalinghi e a garantire l’onore della famiglia, di cui don Zame è gelosissimo, mentre la terzogenita Lia si oppone.

Infatti, ella fugge nel continente dove si sposa e ha un figlio, Giacinto, uno scandalo per don Zame che viene ritrovato morto sul ponte che portava fuori dal paese di residenza. Era stato ucciso accidentalmente dal servitore Efix che, segretamente, aveva favorito la fuga di Lia e che trascorrerà la vita in casa con le tre ragazze rimaste, quasi a scontare la propria colpa.

Noemi, Ruth ed Ester resteranno sempre nel piccolo podere dove invecchieranno senza prospettive, fino all’arrivo del nipote Giacinto, rimasto orfano dei genitori. Il nipote verrà accolto con sentimenti contrastanti da tutti i personaggi della storia, rappresentando la novità, la speranza in un’innovazione e nel perpetuarsi della famiglia, ma anche lo scandalo e l’avversione verso tutto ciò che avrebbe potuto portare un cambiamento, fino alla chiusa con le novità portate dalla vita.

Dieci anni dopo la candidatura al Nobel, Grazia morì a causa di un tumore al seno; la sua salma venne tumulata nel Cimitero del Verano, a Roma, ma poi fu traslata a Nuoro nel 1959. Dalla poetica originale, centrata in un’interpretazione personale del Verismo che carica di fiabesco, in Deledda sono chiari l’amore per la sua isola, archetipo di tutti i luoghi, per le tradizioni e la gente, che pure non apprezzò del tutto il suo lavoro. Indaga sull’esistenza in varie sfaccettature, con un linguaggio molto vicino alla sua realtà, riferendosi in modo particolare alla letteratura russa che amava molto e con cui fu in diretto contatto.

La sua figura fu al centro anche di forti polemiche politiche nell’Italia fascista. Deledda non aderì al partito e cercò di mantenersene alla giusta distanza, senza esternare apertamente critiche o punti di vista, in modo da cercare di restare libera di scrivere e di esprimersi. All’assegnazione del Premio Nobel nel 1926, incontrò Mussolini, che si congratulò con lei, e al quale chiese di intercedere per un nuorese incarcerato per motivi politici, tale Elias Sanna.

Le critiche furono molte nei suoi confronti, sia per la mancata aperta adesione al fascismo, sia per il suo punto di vista e la sua stessa figura, così lontana dal cliché perpetuato dalla dittatura nei confronti delle donne.

Nel 1929 accettò comunque di partecipare alla scelta dei libri di testo per le scuole elementari e poi di scrivere un’antologia per i bambini di terza elementare.

Il punto di vista sull’autrice è ancora oggi controverso, visto che per alcuni non si era espressa a favore del fascismo, per altri ci sono aperti riferimenti alla bontà di quella politica, sia in deboli accenni nei suoi scritti, sia in quello che sembrava essere stato l’intervento del Duce in suo favore per l’assegnazione del Nobel prima a Pirandello, che riceverà il prestigioso riconoscimento nel 1934.

I due scrittori non provavano stima reciprocamente, probabilmente a causa della rivalità dello scrittore siciliano per la scrittrice sarda, e per il suo matrimonio felice con Palmiro Madesani, spesso sbeffeggiato ai tempi per la sua minore importanza rispetto a quella della moglie, per la quale operava favorevolmente, curandone gli interessi.

Il rapporto tra i due, inoltre, fu la trama del romanzo pirandelliano Suo marito, in cui il riferimento alla Deledda era talmente chiaro da offendere l’autrice sarda che cercò di ostacolarne la diffusione.

Grazia Deledda sembra si sia opposta anche alla candidatura al Nobel di Pirandello, il quale, dal canto suo, tacciava la coppia di utilizzare le polemiche a scopo commerciale.