Questo articolo non ha lo scopo di trattare scientificamente l’antipatia e la simpatia (tra l’altro, di contributi a tale riguardo non ve ne sono molti in circolazione), ma quello di prendere spunto da alcuni studi condotti dal grande etologo austriaco Konrad Lorenz e da uno dei suoi allievi più importanti, cioè Irenäus Eibl-Eibesfeldt, anche lui austriaco.

In verità, in questo campo della ricerca i due ricercatori non hanno mai parlato specificatamente della simpatia e dell’antipatia come comunemente si intendono, quanto piuttosto di schemi comportamentali animali e umani che possono rendere un animale o una persona o una categoria di persone antipatici o simpatici a seconda dei casi. Ed è da qui che dobbiamo partire, cioè dal chiederci quando e perché un animale o una persona si rende antipatico o simpatico.

Le motivazioni possono essere degli stereotipi, questo è vero, o possono essere relative a dei comportamenti espliciti, al modo di trattare gli altri soprattutto da una posizione di potere, ma possono essere ricondotte a una variabile culturale: per esempio, esistono delle popolazioni che agli occhi di molti risultano più antipatiche o simpatiche di altre. Ci sono dei parlamentari molto popolari che tuttavia possono risultare antipatici o simpatici indipendentemente da quello che promulgano in Parlamento.

A dire il vero, tra i politici è difficile trovare persone simpatiche perché si mostrerebbero al di fuori dei loro ruoli e questo sarebbe, sorprendentemente, controproducente per il sostegno del loro elettorato. Il fatto è che generalmente ai politici manca il senso dello humor, così come, per esempio, ai poliziotti e agli ufficiali dell’esercito, purtroppo. Non perché non siano brave persone, ma certamente per una sorta di condizionamento ambientale.

Avete mai visto un Generale sorridere (non dico ridere) mentre parla di un fatto tutt’altro che drammatico? È difficile che succeda. Il Generale è quasi sempre in divisa e la divisa è alla base di uno stereotipo molto forte per l’identificazione di chi la indossa e il riconoscimento dell’importanza del suo ruolo.

In diverse culture gli uomini, quelli che hanno il potere, per esempio, sono inclini a evidenziare le spalle perché risultino più larghe di quanto lo siano nella realtà; lo facevano i capi tribù della foresta Amazzonica con degli ornamenti, penne di uccelli del paradiso lunghe e variopinte sulle spalle e sempre rivolte verso l’alto, o con le piume in testa gli indiani del Nord America e gli indigeni del Sud-Est Asiatico, o i Daimyo del Giappone, i potenti signori feudali al tempo dei samurai, con le spalline dei loro kimono esageratamente larghe. I generali di oggi lo fanno con le mostrine e le stellette sulle controspalline, soprattutto quando sono in guerra, anche se con meno orpelli. Tutte queste esagerazioni avevano, e hanno tuttora, lo scopo di affermare l’importanza del comando e di far intendere l’antipatica ma efficace minaccia di chi dispone del potere.

Durante il mio servizio militare obbligatorio come soldato semplice di artiglieria, non ho mai visto un ufficiale sorridere, figuriamoci ridere, non perché non ne avesse l’inclinazione, ma semplicemente perché questo non poteva essere contemplato in un contesto come quello della caserma. Il messaggio era che la caserma non è un’opera pia, ma il suo esatto contrario: il dovere verso qualcuno o qualcosa che ha potere. In una caserma non si può essere simpatici ed empatici, ma esattamente l’opposto, fondamentalmente antipatici, a volte riluttanti. Per praticare queste regole sono necessarie le gerarchie. “Sempre e dovunque” recita il motto degli artiglieri e quello di kafkiana memoria “Onora il tuo superiore”.

Il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) scrisse che l’uomo ha una predisposizione al comando e quando può lo manifesta e che questo è il risultato naturale di pulsioni interiori contro le quali non si può fare niente.

Le predisposizioni determinano persino alcune ritualità culturali, rese evidenti non solo con le divise e i gradi sulle controspalline, ma attraverso altre manifestazioni tipicamente minacciose come erano quasi tutte le danze dei popoli del passato, con l’astuccio fallico dei popoli Papua della Nuova Guinea Occidentale, con le danze preparatorie alla guerra, e anche con quelle propiziatorie: pensiamo solo agli indiani d’America che danzavano in circolo prima di andare in guerra. Questi gruppi autoctoni non si limitano a queste manifestazioni, non potendo non provare una forte antipatia verso coloro che stavano occupando le loro terre. Un invasore non potrà, infatti, mai risultare simpatico agli occhi di chi è invaso.

È così che le antipatie poi crescono, alimentano l’odio, dilagano e restano nel cuore dei popoli oppressi sollevando periodicamente reazioni e non ci sarà verso di far diventare simpatico chi è stato per molto tempo un antipatico invasore. Le popolazioni dei Paesi che sono stati colonizzati dai britannici, dai francesi, anche dagli italiani provano ancora, almeno quelle delle vecchie generazioni, astio e antipatia verso i loro lontani colonizzatori. Maturano delle repulsioni istintive che, quando non trovano valvole di sfogo, sfociano in ribellioni violente. Come possiamo constatare, la simpatia e l’antipatia non sono solo aspetti psicologici che riguardano i singoli individui, ma possono diventare popolari e contaminanti.

Quindi l’antipatia non ha solamente dei connotati soggettivi, caratteriali, personali e naturali, ma può essere indirettamente assunta anche da parte di qualcuno che, forse, suo malgrado, ha un ruolo di superiorità e di comando rispetto a molti altri: il re, la regina e i tiranni verso i loro sudditi, il Generale verso i suoi soldati, il datore di lavoro verso i suoi dipendenti, il manager verso lo staff della sua amministrazione eccetera. Prima di passare alla simpatia, dobbiamo dire che oltre agli uomini antipatici, esistono anche gli animali antipatici, quelli altezzosi, o che almeno a noi così appaiono, animali scontrosi, che non cercano le coccole dal loro padrone e che sono poco docili al comando, soprattutto a quello degli estranei.

Se a tale riguardo dobbiamo prendere un esempio emblematico, è quello del cammello: un animale che tende sempre a evitare i convenevoli, a tenere sempre il naso verso l’alto e a guardare con la coda dell’occhio. Noi gli attribuiamo questi connotati perché sono simili a quelli dell’uomo antipatico.

L’uomo antipatico, sia da un punto di vista comportamentale, sia quando parla con qualcuno che considera al di sotto del suo ruolo, tende a tenere le spalle sempre dritte e a rivolgere il naso verso l’alto, con un certo cipiglio e molta superbia. Invece quando le persone importanti dipendono da un elettorato popolare, come per esempio i sindaci e i parlamentari, tendono a dimostrarsi aperte e simpatiche con tutti (anche per essere elette), ma se invece dipendono da strutture che non sono elettive ma nominali, come i questori, i prefetti, gli ambasciatori, gli amministratori delegati di enti pubblici o privati, di banche importanti eccetera, possono apparire antipatiche, nonostante abbiano probabilmente predisposizioni diverse.

Ora passiamo alla simpatia. Da dove trae origine la simpatia? Al di là del fatto che uno possa risultare simpatico perché, per indole, è aperto con gli altri, disponibile, affabile, empatico e sa raccontare barzellette (non tutti ne sono capaci), la simpatia ha piuttosto a che fare, al contrario di quanto si possa credere, con la selezione sessuale, cioè con il corteggiamento. Esiste quindi un vantaggio per la persona simpatica, maschio o femmina che sia, con la corteggiata o con il corteggiato. Senza dimostrarsi apertamente simpatici, è difficile che queste iniziative vadano poi a buon fine e questo lo possiamo constatare quotidianamente, lo sappiamo e l’abbiamo sperimentato tutti. Probabilmente, se Lucy, una nostra lontana antenata, si rese disponibile a un corteggiatore, fu perché, oltre a essere generoso ed empatico, a lei risultò anche simpatico.

In conclusione, perché siamo partiti da Lorenz ed Eibl-Eibesfeldt? La verità è che entrambi ci hanno illustrato molto bene come funzionano le relazioni sociali, in primo luogo negli animali e poi anche negli uomini, antipatici o simpatici che siano.