C'era una volta Carlo Lorenzini. 'No', diranno subito i suoi milioni di lettori in tutto il mondo: 'C'era una volta Carlo Collodi'. Perché lui, nato a Firenze in una casa povera di via Taddea, primo di una lunga serie di fratelli e sorelle, volle per sé un cognome diverso da quello della famiglia e scelse di cambiarlo con il nome dello sconosciuto paesino della Valdinievole dove era nata sua madre: Collodi appunto. Nessuno si sarebbe mai potuto immaginare un connubio più felice, che ha aperto a entrambi le porte della Storia, dando a uno scrittore l'impronta dell'eternità e a uno dei numerosi villaggi medievali che si susseguono in Toscana l'aura fantastica della fiaba.

Per la verità, a rendere possibile tutto questo non è stata una fortunata coincidenza. C'è un attore protagonista che occupa una posizione di primo piano nell'universale palcoscenico teatrale. Ed è Pinocchio. Pinocchio, il burattino, il monello disobbediente, ingrato, ma anche tenero e generoso. Non certo un supereroe, piuttosto un pasticcione che si infila in continui guai e ne paga, ovviamente, le conseguenze.

Un po' come il suo autore, quel Lorenzini o Collodi, che alla carriera ecclesiastica a cui era stato destinato preferì gli scapestrati coetanei di piazza Indipendenza e alla fine delle vacanze ‒ si racconta ‒ gettò la tonaca su un albero e tornò a casa in calzoncini.

In questi mesi, nel bicentenario della sua nascita, avvenuta il 24 novembre 1826, le iniziative per ricordare il 'padre' di Pinocchio si stanno moltiplicando, soprattutto in Toscana e in particolare a Firenze, dove la Fondazione Carlo Collodi ha promosso una mostra per raccontare la sua storia e celebrarlo.

Giornalista e appassionato protagonista delle lotte del Risorgimento, alle quali partecipò come volontario nel battaglione dei fiorentini che combatterono durante la guerra d'indipendenza, in realtà Lorenzini ebbe una vita piuttosto anonima, divisa tra un lavoro da impiegato alla Prefettura fiorentina e attività di giornalista locale. Le sue 'avventure' da uomo adulto si limitarono al gioco d'azzardo, dove, a quanto pare, perdeva ingenti somme, che poi cercava di pagare vendendo articoli. Pinocchio è nato proprio così, come un racconto da pubblicare a puntate sul Giornale per i bambini per rimediare una sonora sconfitta al tavolo verde di una delle bische fiorentine.

Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi pagamela bene per farmi venire la voglia di seguitarla.

Scrisse Lorenzini, ormai in procinto di diventare Collodi, all'editore Guido Biagi. Era il 7 luglio del 1881 quando Pinocchio vide la luce con i primi due capitoli della storia, ma nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, nemmeno lo stesso autore, che di volta in volta inventava nuove avventure. In quello stesso anno morirà Dostoevskij e nascerà Picasso, mentre in un'Italia in lutto per il devastante terremoto di Casamicciola, nell'isola di Ischia, il governo sarà alle prese con una riforma elettorale che avrebbe allargato il diritto di voto a 2 milioni di cittadini uomini rispetto ai 600.000 precedenti.

Nel frattempo, però, i bambini si innamorarono dell'impertinente burattino di legno dal nome Pinocchio. Fu come un colpo di fulmine: aspettavano con impazienza il capitolo successivo per sapere come se la sarebbe cavata quel discolo disobbediente nato da un pezzo di legno. Per la verità, Collodi non era molto puntuale nell'inviare la prosecuzione della storia e il povero Guido Biagi dovette non solo lusingarlo, ma anche supplicarlo per farsi mandare sempre nuovi capitoli.

E a dirla proprio tutta, la 'bambinata’ per il suo autore si era già conclusa con il XV capitolo, dopo che i due assassini ‒ il Gatto e la Volpe ‒ avevano impiccato il burattino a un ramo della quercia grande. Pinocchio, dunque, penzolava ormai morto, ucciso dalla sua sventatezza e dalla sua ingratitudine, punizione magari eccessiva anche per quell'insegnamento morale che il racconto e i suoi editori si proponevano.

Ma l'Italia dei bambini non ci stette e la redazione del giornale fu inondata di letterine che non accettavano una fine tanto cruenta del loro nuovo amico. Fu così che scrittore e redattori furono costretti a scoprire che Pinocchio aveva le ossa dure (si fa per dire!) e che, con l'aiuto di una fatina dai capelli turchini, poteva tornare a vivere e a fare malestri.

La pigrizia di Carlo Collodi, che scriveva volentieri e in fretta solo quando aveva debiti di gioco da pagare, non garantì la puntualità delle pubblicazioni, che si protrassero fino al 25 gennaio 1883, con grande soddisfazione dei piccoli che alla fine videro il loro beniamino trasformato in un bambino come loro. Non solo: le varie 'puntate' del racconto vennero riunite pochi mesi dopo in un libro vero e proprio edito dalla casa editrice fiorentina Paggi che pagò Collodi ben 500 lire per acquistarne i diritti.

Da allora Pinocchio di strada ne ha fatta tanta fino a essere conosciuto in tutto il mondo. Le sue avventure sono state tradotte in 260 lingue ed è uno dei libri più venduti di tutti i tempi. Io ho visto il suo naso lungo spuntare tra le copertine di una bancarella a Tbilisi, in Georgia; l'ho incontrato a Bali, tra i souvenir in mostra davanti a un tempio, ne ho acquistate 2 edizioni a Istanbul e un'altra ad Amman, in Giordania.

Un best-seller incontrastato che ha superato guerre e crisi e le cui prime edizioni sono state vendute alle aste italiane e estere per decine di migliaia di euro. Purtroppo Carlo Collodi non fece in tempo a raccogliere il successo del suo Pinocchio perché un malore letale lo colpì improvvisamente una sera di ottobre del 1890 mentre saliva le scale per rientrare a casa. Proprio in quegli anni, dopo l'iniziale entusiastica accoglienza, l'interesse verso il burattino di legno si era affievolito.

La pubblicazione nel 1886 di Cuore di Edmondo De Amicis lo aveva momentaneamente oscurato. Stesso obiettivo educativo che promuoveva valori laici e nazionali nell'Italia post-unitaria, De Amicis usava, però, una pedagogia paternalista che faceva leva sul dovere e sul rispetto dell'autorità, mentre Collodi, pur perseguendo la stessa morale, non solo usava toni ironici e fantastici, ma fondava tutta la maturazione dell'individuo sulla sua esperienza e sulle dure conseguenze delle sue scelte sbagliate, ma libere.

Il primo round di questa battaglia letteraria lo vincono dunque Garrone e Derossi, ma Pinocchio li supererà alla distanza fino a restare padrone assoluto del campo. Dopo il 1940, quando scaddero i diritti d'autore del romanzo e chiunque poteva stampare e anche modificare liberamente il testo originale, si assiste a un revival che dribbla il successo che accompagnava l’opera fin dalla nascita. Walt Disney evidentemente ci aveva messo gli occhi sopra da un pezzo e nel 1940 era già pronto a lanciare il famoso film di animazione che ha visto tutto il mondo, anche se il Pinocchio americano appare molto più fiabesco e le dolorose punizioni del burattino originale furono molto attenuate.

Da quel momento in poi, comunque, e fino ai giorni nostri, le pellicole su Pinocchio si sprecano. Basti ricordare il film di Roberto Benigni, nel 2002, e soprattutto l'indimenticabile serie televisiva tutta italiana diretta da Luigi Comencini con uno straordinario Nino Manfredi nei panni di Geppetto, i grandi Franco Franchi e Ciccio Ingrassia trasformati nel Gatto e nella Volpe e un'eterea Gina Lollobrigida come fata turchina. E poi il piccolo Andrea Balestri, pisano di popolo, discolo come e più di Pinocchio, che catturò l'attenzione e la simpatia dei telespettatori. Solo che lui non era monello solo per finta, mentre la mitica Lollobrigida recitava solo una parte. Così finì che durante le riprese tra i due non corresse molto buon sangue. Uno schiaffone assestato in camerino dall’attrice sul faccino impertinente di Andrea deve aver tolto al Pinocchio cinematografico ogni illusione sull'esistenza delle buone fate.

D'altronde tutti gli altri personaggi del racconto sono poco più che comparse perché il vero eroe di tutti i tempi è sempre rimasto lui, il burattino che ne combina di tutti i colori. Lo rivela anche quella Pinocchiomania che lo vede trasformato in oggetti di tutti i tipi: soprammobili, giocattoli, utensili da cucina come macinasale e macinapepe. Il giornalista Maurizio Sessa ne ha collezionati a centinaia, poi raccolti in una pubblicazione: Pinocchio Balocco. Qui troviamo il nostro paladino col naso più o meno lungo nelle sue mille sfaccettature, da atleta circense a campagnolo, sul dorso della balena, mentre cavalca un ciuchino, a bordo di un triciclo, di un'automobile e addirittura di un monopattino.

Per gli altri attori della vicenda lo spazio delle riproduzioni è stretto, spesso addirittura insistente. Il fatto è che Pinocchio è ormai tutti noi. La nostra coscienza collettiva identifica la faticosa crescita del burattino, da ribelle a bambino modello, con l'ancor nostra difficile evoluzione sociale e anche personale verso la giustizia e il rispetto per gli altri. Quello che l'autore ci ha lasciato in eredità è molto di più di una 'bambinata', anche se Collodi, intriso dagli ideali del Risorgimento, di certo pensava a una società in rapida evoluzione positiva. Invece il mondo di Pinocchio ci assomiglia ancora.

In fondo un giudice “scimmione della razza dei Gorilla” condannò il nostro beniamino a 4 mesi di prigione con l'accusa di essere stato lui stesso derubato di 4 monete d'oro. E quando un'amnistia permise di aprire le carceri, Pinocchio dovette inventare uno stratagemma per potersene andare.

'Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io' ‒ disse Pinocchio al carceriere.
'Voi no' – rispose il carceriere – perché voi non siete del bel numero...'
'Domando scusa' – replicò Pinocchio – sono un malandrino anch'io'
'In questo caso avete mille ragioni ' ‒ disse il carceriere: e levandosi il berretto rispettosamente, e salutandolo, gli aprì la porta della prigione e lo lasciò scappare.