In anni come questi, caratterizzati da malattie diffuse ed elevati rischi che la guerra globale arrivi anche qui, più di qualcuno si chiede se ce la faremo. Nel caso, come potremmo riuscirci?

Fatalisti a parte, sia quelli veri che quelli di comodo, c’è qualcosa che possiamo davvero fare? Ovviamente la risposta è positiva; il problema non può che concernere il “cosa” fare. In modo altrettanto scontato deve essere affermato che non siamo di certo i primi – né saremo gli ultimi – a porci l’interrogativo. La trattazione non può che procedere in modo arbitrario e discontinuo, dando importanza ai temi che riteniamo più vicini e di maggior valore e, perché no, godibili.

Un primo slogan lo dobbiamo inevitabilmente a Fëdor Dostoevskij, la cui celebre frase "La bellezza salverà il mondo", presente nel romanzo L'idiota, pubblicato nel 1869, ci suggerisce qualcosa forse anacronistico cui dovremmo comunque puntare.

Nessuno dica di andare in direzione contraria o pensi al bello che piace o simili, qui non siamo in presenza di cani cui accarezzare il pelo, niente superficialità, la bellezza in argomento è quella spirituale, etica e disinteressata. Solo così può riuscire a cambiare il mondo che, infatti, sembra andare – noi compresi – verso l’opposto.

Chi ha studiato la “cosa” ci indica la bellezza come unione di amore e sacrificio, il che appare molto cristiano, ma non è questo l’aspetto per noi più interessante. Riteniamo, infatti, lo sia molto di più l’umiltà, intesa come una vera e propria forza, ovviamente attiva ma soprattutto positiva, agente sulla nostra interiorità.

In altri termini, tutto ciò si oppone – o opporrebbe – al brutto, inteso non tanto dal punto di vista estetico quanto utilitaristico, volendo così riportare noi verso la bellezza spirituale, intesa come unione di armonia, amore e verità: un programmino non proprio trascurabile!

Il fatto che oggi andiamo altrove abbinando bruttezza e declino sembra dimostrare la correttezza dell’assunto appena esposto. Non si tratta del brutalismo o di quei gesti violenti che corrispondono con buona precisione a quello che un tempo veniva identificato con il brutto, pensiamo ai suoni distorti della musica contemporanea e a quello che invece avveniva una volta. Banalmente, infatti, oggi ci si muove pressoché senza alcuna forma di progettualità, in bilico come siamo nel ripetere un già visto stantio e privo del più piccolo interesse.

Il motivo è scontato: non vi è alcuna fatica mentale ed emotiva, non ci si assume alcun rischio e nemmeno le conseguenti critiche tipiche di tutto ciò che è nuovo. D’altro lato, un mondo immobile, senza alcuna variazione, meglio se in miglioramento, non presenta alcun interesse, specie se, come nel nostro caso, non è di certo perfetto… Se ci pensiamo, pure l’evoluzione del concetto di bello va in questa direzione ed è sicuramente figlia del proprio tempo, ma soprattutto in continuo movimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che per produrre il bello, anche solo qualcosa, dobbiamo essere “attrezzati”, quanto meno un poco acculturati e dotati del giusto atteggiamento. Ineccepibile, nessuno però ci chiede di risolvere i problemi dell’intero mondo, sarebbe un successo anche solo un piccolo miglioramento. Scendendo sulla terra, diamoci obiettivi alla nostra portata, quelli che possiamo condurre in porto senza l’aiuto di nessuno e nessuna risorsa al di fuori di noi. Nessuno dica, al massimo lo pensi, che la cosa sia semplice: vincere noi stessi, con apatie, inerzie, comodità e simili non lo è affatto.

Se però comprendiamo l’importanza della cosa e, perché no, ci vogliamo sfidare, sapendo che contemporaneamente vinceremo e perderemo, qualche effetto potremmo comunque produrlo.

Ovviamente non dobbiamo affrescare una seconda Cappella Sistina, ironizzando, si potrebbe affermare che nessuno al mondo potrebbe oggi riuscire a realizzare un’opera del genere o comunque altrettanto “ricca”, nemmeno i sedicenti artisti!

Anzi, senza scomodare il minimalismo o altri teorici, per il riequilibrio sarebbe meglio coinvolgere quelli dei massimi sistemi; sposiamo la pratica, o politica, dei piccoli passi. Ognuno la pensi come meglio crede, però c’è chi dilapida intere sostanze e chi risparmia oltre misura, spesso senza alcuna forma di equilibrio, nemmeno un accenno. Non ci interessa sapere se davvero in media stat virtus, semmai sarebbe utile capire, anche solo dal punto di vista che di solito definiamo “umano”, come ciò possa accadere.

Le possibilità, infatti, si estendono da chi ha straguadagnato in gioventù – gli sportivi, ad esempio – o fin prima del declino che tutti subiamo – ben visibile anche in cantanti ed attori – ma che poco dopo, o comunque durante la vecchiaia, si trova – da ex ricco – senza avere il minimo di cui vivere. Non è colpa dei ladri e neppure del fisco, né avvenenti signorine o sostanze psicotrope: il comportamento dissennato dei diretti interessati ha portato loro stessi alla bancarotta!

Dall’altra ci sono coloro che non spendono per definizione, pur avendone la possibilità; è vero che l’incertezza sul futuro non consente alle persone ragionevoli di scialacquare, ma lo è altrettanto il fatto che tutto resterà qui: nulla di materiale, denaro compreso, porteremo con noi nell’ultimo viaggio.

Accantonato definitivamente il tema del valore materiale delle cose e della nostra capacità di acquisto, non ci resta che affrontare dell’altro, il fare potenziale per noi e ciò che ci circonda. Una prima proposta è, ovviamente senza alcuna pretesa definitiva, quella di comportarsi diversamente, in modo, per riprendere quanto affermato in apertura, il “bello”. Niente contenuti, quindi, ma modalità operative, il che, naturalmente, salta a piè pari la maggior parte degli ostacoli, anzi tutti a parte uno: noi stessi!

Non è impossibile avere un atteggiamento buono, e quindi bello, nelle nostre più elementari attività. Quello che succede oggi è evidente nella stragrande maggioranza dei casi; non tutti, ma questo non significa che non si possa parlarne in questo modo. Semmai queste eccezioni, come da proverbio, sono proprio i casi che confermano la regola.

Cosa avviene? Lo sfoggio dell’arroganza, in tutti i modi e salse, a cura di chi meno conosce, ne è l’esempio più evidente e chiaro, perché chi sa non si comporta di certo così, mentre chi lo fa, con ogni evidenza, ha questo bisogno – più o meno latente e/o insopprimibile – di stare al centro dell’attenzione, di essere ascoltato e quindi potersi autoritenere di avere una qualche forma di importanza. Un po' come considerare che siamo vivi quanto più disturbiamo gli altri, andrebbe riferito con altri termini, ma ci siamo capiti…

Invece, tornando allo scopo che ci siamo dati, fermare il giocattolo e almeno provare ad agitarlo con delicatezza, non pronunciare parole volgari o comunque offensive, avere rispetto di tutti, senza prevaricazione ma pure rinunciare a nulla che ci riguardi…

Un po’ di modestia, se non di umiltà, non può avere alcuna controindicazione se non la rinuncia all’illusione di valere qualcosa… Perché di questo si tratta: l’urlare in pubblico non significa aver ragione e nemmeno che chi ci ascolta senza ribattere abbia motivo di ritenerci degni di attenzione, anzi, le persone di valore non possono che maturare un sentimento di disprezzo nei confronti di chi cerca di darsi importanza, che evidentemente non ha, in questo modo. Non è meglio parlare piano e lentamente, magari dicendo qualcosa di assennato e quindi degno di ascolto?

Approfondire quanto appena indicato ci porta a ribadire ciò che molti, ma non tutti, sanno: l’aver letto un articolo – o era solo il titolo? – su una pagina di giornale o qualche post su internet, magari su di un social network, non ci trasforma in esperti della materia, al massimo ci imbocca qualche slogan, appunto da bar! Valutato come rendere attraenti questi post, e quindi aumentare la visibilità e il valore della pubblicità qui presente, la verità viene modificata in favore di un sensazionalismo ritenuto credibile, ma falso.

Non possiamo non considerare questi post per quello che sono: spazzatura! Corollario: quale figura può fare chi pronuncia, con la pretesa di rivelare verità simili a quelle bibliche, un tempo ritenute inoppugnabili, ma che sono – le prime non le ultime – quanto abbiamo già indicato? Per traslazione, chi o cosa è la persona che si comporta così? Non è meglio invertire la rotta, magari tornando in porto con le vele ammainate?

In questa situazione a cui tendere potremmo aggiungere il tema dell’ascolto, attività teorica, molto nominata ma poco praticata, anzi spesso usata solo per avere un briciolo di attenzione da parte di chi dialoga con noi non per scambiare qualcosa ma solo per avere l’attenzione che gli consente di rovesciarci addosso le sue patologie. Esagero? Ma no, sono fin troppo comprensivo… Come altro definire chi, anziché arrabbiarsi, fornisce una spiegazione razionale a ciò che non lo è e potrebbe quindi condurci altrove…

Tutto ciò è chiaramente apparentato con il rispetto che molti di noi pretendono ma che fanno fatica a ricambiare. Altri, potendolo fare, interrompono ogni relazione, comprese quelle lavorative, in carenza di questo requisito, impossibile dar loro torto. Non ha alcuna importanza il motivo per cui ci si comporta in questo modo, conta solo la sua inaccettabilità. Quale il senso di una relazione, ad esempio tra due persone, in cui le parti, entrambe o solo una, non hanno la necessaria attenzione per l’altro?

Quanto affermato finora sembra quindi spostare il bersaglio da un assoluto ed astratto valore, come evidentemente è la bellezza, alla relazione, evidentemente quanto meno rispettosa, con chi ci circonda: potrebbe essere questo quanto dobbiamo perseguire per ottenere un miglioramento del nostro vivere?

La risposta non è scontata e nemmeno univoca, però c’è una buona probabilità che le cose stiano proprio così. In caso positivo, se lo condividiamo, potremmo addirittura esagerare e dopo aver auspicato la bellezza, inseguito ed adottato la modestia e l’umiltà, praticato il rispetto ad oltranza, anche quando e con chi non ci sarebbe motivo per farlo, potremmo fare un ulteriore passo avanti, sperando non sia l’ultimo...

Potremmo riassumere questo atteggiamento come l’applicazione della gentilezza? Non si dica che la mascolinità non l’ammette, se non altro perché sono molte le signore che si comportano molto peggio. Non c’è dubbio: si tratta di un passo avanti, il contrario della competizione che sembra identificare questo periodo, volendo essere un poco più precisi, si dovrebbe parlare di contrapposizione!

Tutto vero, non ci può essere dubbio. Però, un ulteriore passo avanti non è impossibile, così come potremmo chiederci se, dopo essere diventati gentili, cosa a cui evidentemente non eravamo abituati – anzi, semmai l’esatto contrario – non potremmo fare di più. La risposta è senza dubbio positiva, il che da un punto di vista teorico è ineccepibile, dato che, piaccia o non piaccia, si può sempre migliorare! Vero, scritto così appare una condanna, non troppo diversa dal mito della crescita infinita… però lo facciamo per gli altri ma pure per noi!

Che fare, quindi? Nulla di trascendente, con buona pace del trascendentale, sulla cui differenza dovremo tornare, basta poco, a meno che non riteniamo che il più grande nostro ostacolo e nemico siamo, come già indicato, proprio noi stessi, agli onesti sembra scontato, ad “altri” suona strano, ma sono proprio questi ad averne più bisogno.

Con la chiarezza del caso e con la massima franchezza, diciamoci che questa bellezza non arriverà, se non mai di certo non a breve, è uno dei “soliti” sogni, che forse ci spingono avanti, che ci illudono ma ci consentono di non crollare. Tutto sembra, infatti, puntare sul brutto, non proprio un dettaglio capace di invocare la tolleranza…

Abbiamo perciò bisogno di altro, qualcosa di diverso che spinga verso l’agognato obiettivo. Una proposta di buon senso è quella di praticare la gentilezza, il contrario di ciò che vediamo nei talk-show e che è diventato modello per moltissimi “cittadini epigoni”. Di corollario vedremo scomparire l’arroganza, perfino la cafonaggine… Piaccia o non piaccia, il modello valoriale in vigore prevede che il valore di chiunque si possa misurare sulla base del “disturbo” creato negli altri, l’imposizione di sé, la prevaricazione come imprescindibile necessità. Sia chiaro che i casi più eclatanti sono noti e sulla bocca di molti, ma pure i casi più minuti hanno la loro importanza, dal parlare ininterrottamente al pretendere l’attenzione nel privato, con qualcuno, o in pubblico, anche solo al bar, o in eventi pubblici, ad esempio una conferenza, pur se siamo in presenza del nulla da dire.

Infine, la proiezione del rispetto nel mondo reale non può che condurci al riconoscimento del buono in tutte le sue forme. È la gratitudine, pratica che ci migliora da tutti i punti di vista e che non si può che misurare esprimendola direttamente a chi lo merita! Potremmo pure affermare che non è chiaro cosa possa comportare lo spostamento dello sguardo da ciò che non va a quello di positivo che abbiamo modo di riscontrare, nelle grandi e nelle piccole cose, ma non è vero e soprattutto vale la pena di provarci, pur se sembra di andare controcorrente, avendo ben presente come la cosa potrebbe pure diffondersi!