Negli ultimi decenni la Corea del Sud è passata dall’essere oggetto di studi circoscritti a fenomeno culturale di influenza globale. Letteratura, cinema, musica, arti visive e piattaforme hanno contribuito a rendere il Paese un laboratorio privilegiato per osservare le trasformazioni della contemporaneità, alimentando al contempo una crescente attenzione accademica verso gli Studi Coreani. Una realtà estremamente complessa, fatta di stratificazioni storiche e dialogo continuo tra tradizione e innovazione. Ne discutiamo con la studiosa Sara Bochiccio, autrice di uno dei saggi presenti nel prezioso volume: K-Soft Power and Beyond: Korean Culture, Media, and Global Exchange, nonché traduttrice de La ragazza da odiare di Lee kkoch-Nim.
In che modo il volume analizza il rapporto tra tradizione e innovazione negli studi coreani contemporanei?
Il volume evidenzia come l’innovazione culturale contemporanea rimanga profondamente radicata nella continuità storica e letteraria. Questo rapporto viene analizzato mostrando, ad esempio, la persistenza della memoria letteraria e dei motivi tradizionali all’interno della cultura pop odierna (come nei video musicali), oppure esplorando la coesistenza tra voci poetiche d’avanguardia e forme narrative digitali e commerciali altamente innovative, come i web novel e i webtoon.
Qual è il ruolo del soft power nell’influenza globale esercitata dalla Corea?
Il soft power è centrale per comprendere la presenza sul panorama globale della Corea del Sud negli ultimi trent’anni. Attraverso i media audiovisivi e le piattaforme digitali, la produzione culturale coreana dimostra una straordinaria capacità di circolare a livello transnazionale. Ciò ha avuto un enorme impatto sull’interesse che il mondo intero sta rivolgendo al Paese del Calmo Mattino.
Ad esempio, nel corso degli ultimi anni, nonostante l’ormai acclamata crisi delle università, il numero degli studenti che si iscrivono a corsi di laurea in lingua coreana è in costante crescita, e così gli atenei in cui si aprono nuovi corsi di coreano. Io, ad esempio, sono la prima dottoranda di lingua e letteratura coreana dell’Università di Torino, dove sono di recentissima istituzione anche i corsi di laurea triennale e magistrale in questa lingua. Aumentano anche i licei in cui si insegna la lingua coreana come lingua curriculare.
Attualmente stiamo lavorando proprio per il suo inserimento in un liceo linguistico torinese. Ovviamente il soft power non lavora solo a livello dell’istruzione, ma porta diversi benefici per la nazione anche sul piano diplomatico. Esistono diversi testi per approfondire questo argomento; voglio consigliare Da gambero a balena di Ramon Pardo e La via coreana di Natan Mondin.
Quali obiettivi interculturali emergono dai progetti accademici dedicati alla cultura coreana presentati nel testo?
I progetti presentati mirano a promuovere un dialogo interdisciplinare sulla cultura coreana contemporanea e a rafforzare gli Studi Coreani nel panorama accademico europeo. Dal punto di vista interculturale, emergono obiettivi quali lo sviluppo della competenza culturale e della mediazione sia in ambito artistico che pedagogico (ad esempio nell’educazione linguistica internazionale), oltre alla creazione di una piattaforma di scambio e dialogo continuo tra ricercatori, educatori e studenti a livello globale.
Attraverso quali strumenti la poesia di Kim Hyesoon riesce a entrare in sintonia con i lettori internazionali e a imporsi come una voce centrale nel panorama letterario contemporaneo?
Per rispondere a questa domanda dovrei anticipare troppo il contenuto del mio contributo; non posso quindi che invitare i lettori di Meer a scoprirlo direttamente online. L’articolo è infatti scaricabile in modo totalmente gratuito, insieme a tutti gli altri saggi della pubblicazione.
Al momento, purtroppo, non esistono ancora traduzioni ufficiali in italiano delle opere di Kim Hyesoon, ma posso svelarvi un piccolo retroscena: consultando il sito di LTI Korea (Literature Translation Institute of Korea), ho notato che un editore italiano ha recentemente acquisito i diritti di due suoi titoli. Tradurre la sua poesia in una lingua romanza resta comunque un’impresa ardua, a causa della forte ambiguità che scaturisce dal suo linguaggio sperimentale.
Nelle sue opere, infatti, oggetto e soggetto spesso si confondono, un effetto reso possibile dalla straordinaria abilità dell’autrice nel plasmare il coreano a proprio piacimento. Va inoltre considerato che la lingua coreana è priva di genere grammaticale: sotto questo aspetto mostra una maggiore affinità con l’inglese, il che spiega, in parte, l’enorme successo riscontrato dalle versioni anglofone. Senza dimenticare che la sua traduttrice, Don Mee Choi, è a sua volta una raffinata poetessa.
Infine, come approfondisco nel testo, il linguaggio dell’abiezione rappresenta oggi uno strumento semiotico estremamente potente e diffuso a livello globale tra molte voci “fuori dal coro”. Proprio in questi giorni sto leggendo un romanzo dell’autrice argentina Agustina Bazterrica, nella cui opera ho intravisto profonde affinità con i mondi grotteschi di Kim, pur considerando le rispettive e marcate specificità culturali.
In che misura la struttura narrativa corale di La ragazza da odiare contribuisce a mettere in dubbio il concetto di verità e il giudizio dei lettori?
Affidando ogni capitolo del romanzo a una voce diversa, l’autrice costringe il lettore a cambiare continuamente prospettiva. Ciascuna testimonianza introduce a un punto di vista unico, plasmato dalle convinzioni, dai preconcetti e dai pregiudizi del personaggio che prende la parola. Chi legge tende naturalmente a fidarsi di quanto viene raccontato: non ci troviamo di fronte a narratori palesemente inaffidabili, bensì a individui che credono sinceramente nella propria versione dei fatti, e questa loro convinzione finisce per contagiare anche il lettore.
Il risultato finale svela una profonda verità: nel giudicare un avvenimento, specialmente se di cronaca, siamo fortemente influenzati da ciò che desideriamo credere e dalle modalità con cui la vicenda ci viene narrata. Oggi i media mettono in atto un vero e proprio sciacallaggio sulle tragedie di cronaca nera. Se Lee Kkoch-nim ci offre uno spaccato di questa deriva nel contesto coreano, in Italia è altrettanto evidente come la televisione e la stampa cerchino di monetizzare la sofferenza, inseguendo visualizzazioni e ascolti attraverso casi che non rivestono alcuna reale rilevanza sociale: si pensi alla “famiglia nel bosco” o ai delitti di Garlasco e Bordighera. Si tratta, in definitiva, di un mercato macabro che distoglie l’attenzione dai problemi autentici che affliggono la popolazione.
Quali aspetti della società coreana contemporanea emergono nel romanzo, soprattutto in relazione al bullismo, alla competizione sociale e al ruolo dei media?
Riguardo al ruolo dei media, aggiungo solo che amplificano una pressione sociale già devastante in Corea, dove la reputazione è tutto, come dimostra l’insistente ripetizione di questo termine nel romanzo. Molti lettori hanno rivisto in quest’opera le drammatiche disparità di classe di capolavori come Parasite o Squid Game. È positivo che la letteratura e il cinema stimolino una coscienza critica su queste tematiche, ma purtroppo la disumanizzazione capitalista resta un problema concreto e globale, tangibile anche nella società italiana.
Un altro tema cruciale è il bullismo scolastico, strettamente legato a una struttura sociale ipercompetitiva e rigidamente gerarchica (influenzata dalla tradizione confuciana), dove età e status determinano le relazioni. Durante lo scorso Salone del Libro di Torino ho avuto modo di dialogare su questa tematica con la professoressa Giuseppina De Nicola, antropologa e coreanista, nonché docente a capo della coreanistica presso l’Università di Torino.
Lei ha riportato quanto già molti studiosi coreani hanno evidenziano, cioè una netta continuità tra la violenza tra i banchi e quella adulta. Non a caso, negli ultimi anni il dibattito si è spostato sul mobbing lavorativo, dove dominano concetti come wangtta (isolamento), gabjil (abuso di potere dei superiori) e le vessazioni sul posto di lavoro (jikjangnae goerophim), contro cui nel 2019 è stata varata una legge specifica.
Questo non significa che la cultura coreana produca automaticamente violenza; al contrario, le nuove generazioni e i movimenti sociali criticano oggi con forza l’abuso psicologico e verbale. Il caso coreano è affascinante proprio perché incarna una profonda contraddizione moderna: un Paese tecnologicamente avanzato e globalizzato che si scontra, tuttavia, con modelli gerarchici arcaici e aspettative sociali asfissianti.
Concorda con Lee Kkoch-nim, quando sostiene che è importante per gli adolescenti riconoscersi in personaggi fragili e imperfetti?
Condivido assolutamente: offrire agli adolescenti modelli di perfezione ideali e irraggiungibili è estremamente deleterio, poiché genera soltanto una profonda frustrazione. Questo fenomeno è evidente nella società coreana, dove una pressione sociale asfissiante si consuma tra le mura domestiche e sui banchi di scuola, con l’unico obiettivo di accedere alle università d’élite. Se i tuoi voti non sono eccellenti e non entri negli atenei top, vieni etichettato come un fallito e la tua vita sembra segnata.
Sebbene in Italia non si respiri una pressione di tale portata, dinamiche simili emergono comunque in contesti accademici e sociali, portando a tragici stati depressivi pur di rincorrere standard tossici. Anche nel nostro Paese, purtroppo, leggiamo di cronache drammatiche di ragazzi che arrivano a togliersi la vita perché non riescono a laurearsi in tempo. Bisognerebbe insegnare ai giovani ad accettare i propri limiti e a impegnarsi per la propria felicità, senza l’ossessione di dover soddisfare le aspettative altrui o le ambizioni dei genitori.
Io stessa voglio essere un esempio di questo riscatto: durante il percorso di laurea triennale ho attraversato un periodo di forte depressione che mi ha costretta a mettere in pausa gli studi. Avevo semplicemente bisogno di più tempo rispetto alla media. Ma oggi sono qui: ho tradotto dei libri, faccio ricerca e ho costruito il mio percorso. Sbagliare o fermarsi è lecito; l’importante è rialzarsi un passo alla volta per trovare la propria strada. Abbiamo una sola vita: cerchiamo di viverla felicemente, coltivando ciò che amiamo davvero.
Come ha cercato di mantenere lo stile e la voce originale dell’autrice durante il processo di traduzione?
Lee Kkoch-nim ha uno stile di scrittura essenziale, chiaro ed estremamente fluido; il mio obiettivo principale è stato proprio preservare questa freschezza e spontaneità di linguaggio. Molti capitoli sono scritti in prima persona e strutturati come dialoghi o, per meglio dire, monologhi: le domande di giornalisti e investigatori non vengono riportate, ma si deducono dalle risposte del personaggio di turno. Di conseguenza, il testo è ricco di lingua parlata e, soprattutto, di gergo giovanile. Proprio quest’ultimo aspetto ha rappresentato la sfida più complessa.
Con autori dalla prosa più articolata (come mi è capitato con Lee Young-do e con un altro scrittore di cui non posso ancora fare il nome, poiché la traduzione non è stata ancora annunciata) mi sono divertita a giocare con la creatività, ricercando le migliori corrispondenze tra verbi e aggettivi italiani. Con Lee Kkoch-nim, invece, il lavoro si è spostato su un piano completamente diverso: come trasporre lo slang dei ragazzi coreani in quello dei coetanei italiani?
Ricordo che mentre leggevo il romanzo in lingua originale pensavo: “Dai, è facilissimo!”. Poi, alla prima stesura della traduzione, il risultato in italiano suonava terribilmente banale. Ho dovuto cercare un compromesso, sforzandomi di “italianizzare” quel parlato affinché risultasse il più naturale e credibile possibile. In questo percorso, il lavoro di editing è stato eccellente: ho apprezzato moltissimo l’approccio della casa editrice La Nuova Frontiera, che ha dimostrato un autentico amore per il testo. Il risultato finale mi soddisfa molto, e vedere che è stato apprezzato da così tanti lettori è per me motivo di grande orgoglio.















