Per capire quanto questa piccola città ha da offrire non ci si può fermare ai suoi monumenti o alla sua ricca e splendida provincia, ma si deve studiare la sua storia per intero e scoprire quanto il Sannio sia stato importante per la cultura nella sua interezza. Oltre alla pittura beneventana, visibile nella chiesa Santa Sofia a Benevento; al canto beneventano, in disuso dopo la diffusione di quello gregoriano; esiste anche la scrittura beneventana. Chiamata così perché ebbe la sua massima espansione nel Ducato di Benevento ed era una grafia medievale che traeva origini da territori abitati dai Longobardi e per questo motivo alcuni studiosi, tra cui Mabillon, la chiamano scrittura longobarda.

La scrittura beneventana era usata tra l'VIII secolo e il XIII e si diffonde nei territori longobardi quando inizia ad essere considerata portatrice di conoscenza e non più portatrice di valori simbolici, augurali o magici. Con l’ascesa di Arechi II la scrittura inizia a creare unità culturale. I documenti iniziarono a diventare indispensabili per governare il vasto territorio, ma l’incarico di scrivere testi e conservarli era dato ai monasteri. Per questo motivo la nascita della scrittura beneventana coincide con la cultura benedettina come centro di diffusione del sapere e produzione di testi.

Le sue principali testimonianze sono state trovate nell’Italia del Sud e sono state trovate a Montecassino e a Benevento, per la precisione nell’Abbazia di Montecassino e nel Monastero di Santa Sofia a Benevento. Il codice più antico redatto nella scrittura beneventana è il Parisinus lat. 7530 prodotto a Montecassino, scritto tra il 779 e il 797 e contiene frammenti di testi di numerosi autori classici tardoantici, tra questi Carisio, Diomede, Pompeo, Prisciano, Fortunaziano, Isidoro e Beda. Nel codice Parisinus era presente non solo la grammatica ma anche lo studio della poesia, dell’aritmetica e della geometria. Secondo alcuni studi recenti all’interno del codice c’erano materiali per la formazione di funzionari colti i dictatores. La grammatica veniva integrata con prontuari, nozioni tecniche ed epitomi necessarie alla vita amministrativa e politica del principato beneventano.

Secondo Polo Diacono, monaco, storico, poeta e scrittore longobardo, considerato una delle principali fonti di informazione per la storia e la cultura longobarda, la scrittura beneventana è considerata il veicolo della cultura nazionale della Longobardia Minor. A Paolo Diacono non sono da attribuirsi testi sulla scrittura ma opere che fanno parte della produzione libraria. Lo storico scrisse Ars Donati, un testo che raccoglie schede e opere tratte da diverse fonti. I testi presenti nell’opera fornivano un programma di insegnamento graduale che era tipico dei manuali tardo-antichi. Si presentava come una raccolta di materiale didattico rivolto alla formazione di funzionari colti, quindi a persone di una classe sociale elevata.

Per molto tempo si è pensato che questa scrittura fosse nata nell’Abbazia di Montecassino, ma Cencetti, paleografo e archivista italiano, la collega alla scrittura usata nell’Italia Settentrionale. Invece Cavallo, filosofo e paleografo esperto di scrittura antica, la considera già formata nel X secolo a Benevento e da lì la scrittura si diffuse in tutta l’Italia meridionale. Nel X secolo Montecassino stava iniziando la sua ricostruzione, dopo l’ultima distruzione avvenuta ad opera dei Saraceni, e questo diede la possibilità di un periodo di tranquillità che consentì di fissare le caratteristiche della scrittura praticata nella Longobardia minore.

I centri di produzione di questa scrittura diventarono ben 35 e tra i più importanti dobbiamo citare oltra a Cassino e Benevento anche Capua, Napoli, Cava, Salerno, Bari, Bisceglie, Caiazzo, Fondi, Gaeta, Mirabella Eclano, Montevergine, Ragusa in Dalmazia, S. Angelo in Formis, S. Bartolomeo di Carpineto, S. Benedetto di Cesarano fra Cassino e Napoli, Sorrento, Spoleto, Troia e Zara. Ma i luoghi in cui erano presenti comunità di monaci benedettini continuarono la copia e la correzione di Codici e queste attività avevano valore di offerta a Dio come la preghiera o il digiuno. Un centro che ebbe particolare rilevanza è quello del Monastero di Santa Sofia fondato da Arechi, primo principe longobardo di Benevento.

Lo studio della scrittura beneventana ha avuto delle significative attenzioni a partire dagli anni ’50 data la relativa scoperta di documenti ma con la IV Settimana di studi di Spoleto del 1957 venne riscoperta tutta la sua importanza e la ricerca venne divisa in scrittura dei diplomi delle cancellerie longobarde in Italia Meridionale e in quella degli atti privati. La scrittura beneventana ha una lunga vita e raggiunge un territorio abbastanza esteso.

Questa scrittura aveva delle caratteristiche ben definite, le lettere sono accostate tra loro e il tratto è fluido, le lettere sono accostate attraverso delle legature che possono essere obbligatorie o opzionali. Sono presenti delle lettere con caratteristiche particolari come la a che fonde la forma della o con quella della c anche se inizialmente sembrano due c accostate e potrebbe esser confusa con una u se lo spazio superiore non è ben chiuso. La t ha un occhiello e assume una legatura in base alla lettera che segue e questa caratteristica è visibile anche nella r. Sono presenti altre caratteristiche come abbreviazioni, contrazioni e particolari forme del punto interrogativo.

La scrittura dopo una iniziale diffusione territoriale avuta dall’VIII al IX secolo inizia una correzione e un consolidamento fino al X secolo che ne permettono l’uso per scopi istituzionale, successivamente, dopo vari passaggi tra l’XI e il XII viene raggiunta una perfezione formale che la rende proporzionale e regolare, infine nel XIII secolo subisce un declino che la porta ad un decadimento e al lento inutilizzo. I paleografi parlano di “sclerotizzazione” quando la scrittura, priva della fluidità originale, diventa rigida e utilizzata solo per funzioni specifiche come l’uso per libri d’apparato liturgico o la semplice redazione di titoli e rubriche.

I mutamenti successivi tolsero leggibilità ai testi e resero i codici in beneventana non contemporanei e per questo vennero considerati obsoleti e abbandonati. I manuali vennero smembrati e riutilizzati come materiale di rinforzo per nuove legature. Alcune testimonianze di archivisti e monaci del XVI-XVII secolo riportano annotazioni come “non s’intende” o “è longobarda e non si può bene leggere” e questo fa capire la poca familiarità con questa grafia. Le ultime tracce della scrittura beneventana risalgono alla fine del XIII secolo e ai primi del XIV secolo, uno è il Cavense 24 realizzato nel 1295 nello scriptorium di S. Sofia di Benevento.

Gradualmente si perse familiarità con i caratteri beneventani e venne gradualmente sostituita con quella carolina o gotica e con l’arrivo dei Normanni e dei monaci cistercensi la vecchia scrittura venne ritenuta non adatta alla nuova cultura. La pergamena, resistente e costosa, venne riutilizzata come rinforzo per le legature di nuovi libri in carolina o gotica, dando origine al vasto patrimonio di frammenti noto come Compactiones, cioè lacerti provenienti da antichi codici fonte preziosa per la paleografia medievale.

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