Questo racconto nasce da un lavoro teatrale scritto molti anni fa insieme a mia moglie Enza, in un periodo molto particolare della nostra vita familiare, quando nostra figlia Eleonora frequentava la scuola dell’infanzia.
Era un tempo in cui il mondo dei bambini e quello degli adulti si mescolavano ogni giorno con naturalezza, tra domande improvvise, giochi, stupori e piccole scoperte che sembravano provenire da un altro pianeta.
Da quella dimensione di meraviglia quotidiana è nata una commedia teatrale che immaginava un incontro impossibile eppure profondamente vero: quello tra bambini provenienti da una civiltà spaziale del futuro e bambini della Terra.
Questo testo ne riprende lo spirito, trasformandolo in forma narrativa, mantenendo il dialogo come struttura viva dell’incontro tra mondi diversi, che in realtà finiscono per somigliarsi più di quanto immaginino.
Il pianeta Terra
Nel vuoto luminoso di uno spazio che sembra non avere confini, una presenza si materializza come un sogno tecnologico e infantile insieme. Un’astronave sospesa nel silenzio dell’universo, una luce che pulsa sulla sua sommità come un respiro, poi un portellone che si apre lentamente.
Da quell’apertura iniziano a scendere dei bambini. Uno dopo l’altro, con movimenti cauti e insieme curiosi, come se la gravità fosse ancora una scoperta.
Indossano tute argentate che riflettono una luce fredda e uniforme, occhiali scuri che nascondono lo sguardo e valigie o piccoli bauletti che sembrano contenere tutto il necessario per affrontare l’ignoto.
Quando i loro piedi toccano il suolo, il loro primo gesto è osservare. Guardano intorno come esploratori arrivati in un luogo che esiste solo nei racconti. Non parlano subito. Ascoltano il silenzio di questo nuovo mondo. Poi appare lui. Il comandante. Una figura più alta, con una tuta dorata che lo distingue dagli altri come un punto fermo dentro il movimento. La sua voce rompe l’attesa.
“Finalmente siamo arrivati!”
La frase si diffonde tra i bambini come una scintilla.
Un bambino esclama: “Ragazzi, che viaggio!”
Un altro aggiunge: “Una bomba!”
Un terzo racconta: “Quando all’incrocio delle Nove Lune il vigile galattico ci ha dato il verde e la nostra astronave ha solcato le vie del cielo siamo usciti dalla nostra galassia.”
Un altro ancora osserva: “Che traffico che c’era in quella parte dell’universo.”
Il comandante si posiziona al centro del gruppo.
“Per fortuna l’atterraggio non è stato particolarmente difficile.”
Una bambina si avvicina e dice: “Devo proprio dirti che hai ragione. Il viaggio è stato lungo e con tutte queste persone a bordo l’astronave non era comoda, ma lo spettacolo è stato meraviglioso.”
Il comandante risponde: “Speriamo ne sia valsa la pena visto che hai insistito tanto per arrivare fin qui.”
Un bambino interviene: “Per arrivare su questo pianeta, la Terra, abbiamo viaggiato nell’immensità dell’universo tra stelle e galassie.”
Un altro cerca di calmare gli animi: “Calma, calma. È vero, un po’ di difficoltà le abbiamo trovate, però è tutto risolto ormai anche per l’abbigliamento.”
Un terzo aggiunge con tono snob: “Non sapevo cosa mettere in valigia. Ho portato la tuta d’acciaio, la tuta di plutonio e non ho dimenticato quella all’uranio.”
Il comandante interviene: “Va bene. Ora siamo qui e qui dobbiamo restare per la durata della nostra vacanza. Però c’è un problema.”
“Quale?” chiede un bambino.
“Non sono riuscito a trovare nell’archivio elettronico il tipo di clima che avremmo trovato su questo pianeta. Come fanno i terrestri a regolarsi?”
Un bambino mostra un dépliant: “Il dépliant dell’agenzia spaziale è qui.”
Il comandante chiede: “Elenca le informazioni che abbiamo su questo pianeta.”
Il bambino legge: “Sulla Terra ci sono oceani, montagne vaste, pianure e foreste illuminate per dodici ore dal Sole. Gli uomini sono descritti come socievoli e ospitali, però non sempre.”
“Ci sono ancora le creature mostruose?” chiede qualcuno.
“Quelle c’erano migliaia di anni fa, ora ci sono solo animali e terrestri.”
“Se è scritto lì…” mormora un bambino.
Il comandante riprende: “Come facciamo a spostarci? L’astronave non ha più energia sufficiente.”
Un bambino risponde: “L’agenzia ci ha assicurato che avremmo trovato un operatore turistico.”
“Ma io non vedo nessuno.”
“Nemmeno io.”
“E adesso cosa facciamo?”
Il comandante cerca di rassicurare: “Rientro nell’astronave e mi collego con l’agenzia spaziale. Segnalo la nostra posizione.”
Dopo poco torna: “Tutto sistemato. Arriva l’operatore.”
Ma il tempo passa.
“Ma io non vedo nessuno.”
“Neppure io.”
“Forse per i terrestri i secondi sono più lunghi”, osserva il comandante.
“I terrestri sono ancora primitivi”, commenta qualcuno.
Il malumore cresce.
“Io sono megaspazientito!” esclama un bambino.
“E io ho fame”, dice un altro quasi piangendo.
“Cosa si mangia su questo pianeta?” chiede qualcuno.
“Terra!” risponde un altro sbuffando.
Il comandante richiama tutti: “Non perdiamo la calma.”
Un bambino riflette: “Sapevamo che i terrestri sono imperfetti, però anche dall’imperfezione possono nascere cose belle.”
“Quindi non roviniamoci la vacanza e divertiamoci.”
“Il problema però è che abbiamo i secoli contati.”
Il comandante interrompe: “Silenzio. Rilevo una presenza in avvicinamento.”
Arriva RAM.
“È un robotto!” dice un bambino.
“Non si dice robotto. Si chiama robot”, precisa il comandante.
“Buongiorno, amici, posso aiutarvi?” chiede RAM.
“Lei è l’operatore dell’agenzia spaziale?”
“Assolutamente no. Vengo da un altro pianeta.”
“Quanti secoli fa?” chiedono i bambini.
“Qui non si contano i secoli ma gli anni.”
“Gli anni?” ripetono stupiti.
“Voi chi siete? In che anno siamo? Dove ci troviamo?” chiedono in coro.
RAM risponde: “Mi chiamo RAM. Siamo nell’anno 1999 e vi trovate a Velate in Italia sulla Terra.”
“Vuol dire che siamo atterrati sul pianeta sbagliato?”
“No. Il pianeta è quello giusto.”
I bambini si guardano.
“Qui si lavora?” chiede il comandante.
“Sì. Gli adulti lavorano e brontolano sempre.”
“E sul vostro pianeta non si lavora?” chiedono i terrestri.
“No. Tutti progettano e costruiscono.”
“E il computer?” chiede un bambino terrestre.
“È antiquariato. Non esiste più da migliaia di secoli.”
“Non esiste più?” ripetono increduli.
“E voi in che anno siete?” chiede un bambino terrestre.
“3122.”
“3122?!”
“Sì.”
I bambini terrestri restano senza parole.
“Come trascorrete il tempo libero?” chiedono gli spaziali.
“Giochiamo. Guardiamo la televisione.”
“Noi non la guardiamo più. Fa male agli occhi e alla fantasia.”
“Poverini,” dicono i terrestri.
“E voi cosa fate?”
“Noi giochiamo, parliamo, disegniamo e leggiamo molto.”
Poi arriva la domanda finale.
“Che cosa avete nelle valigie?”
“Tute.”
“Tute per fare ginnastica?”
“Per camminare, dormire, vivere.”
“Di cosa sono fatte?”
“Plutonio, acciaio, criptonite e altri materiali dell’universo.”
“Ma qui è estate. Con quelle tute morite di caldo.”
“Scusate, posso fare una domanda?” chiede un bambino terrestre.
“Sì.”
“Avete le mutande?”
“Sì.”
“Allora potete venire al mare.”
Un attimo di silenzio. Poi l’esplosione.
“Evviva, possiamo andare al mare!”
E i due mondi, finalmente, iniziano a correre insieme nello stesso cerchio di gioco.
Questa storia nasce da un gioco teatrale costruito sull’immaginazione infantile, ma anche su una domanda molto seria: quanto siamo davvero diversi dagli altri, quando ci incontriamo senza difese?
I bambini spaziali e i bambini terrestri si guardano, si studiano, si temono e poi si riconoscono. Non attraverso la tecnologia, né attraverso la distanza dei mondi, ma attraverso le cose più semplici: la fame, il gioco, il linguaggio, il desiderio di essere accolti.
In fondo, l’astronave non porta a un altro pianeta. Porta sempre e soltanto allo stesso punto: l’incontro.
E forse è proprio questo il vero viaggio.















