Misery non aveva addosso nemmeno un cencio, ma era tutt’altro che nuda. Era rivestita di api. Dalla punta dei piedi fino alla chioma castana, era rivestita di api.
(Stephen King, Misery)
Fiorella era un fiore. Un fiore. Era piccina come un funghetto, ma snella. Aveva il corpo sottile sottile come il gambo di un fiore. Le sue braccia, come le dicevo per ridere, erano ok: nel senso che potevi in tutta comodità chiudervi intorno due dita formando il segno dell’ok. Anche le sue caviglie erano ok e il suo trentasei di piedi era tutto da lasciarselo scivolare in bocca come una fetta di pane burro e marmellata.
I suoi fianchi levigatissimi, potevi far toccare la punta dei polpastrelli dell’una mano con l’altra cingendoli, formando quella figura con le mani come quando sei seduto a un tavolo e unisci i polpastrelli in pedante segno di attesa. Taglia XXS, i vestiti si acquistavano al reparto bimbe. C’era un quid di legalmente illegale nei numeri di Fiorella: oscuramente peccaminosa e vivacemente solare. E i colori, sì. Fiorella il fiore si laccava ogni unghia di colore differente: come i petali di un fiore policromo. Così le unghie dei piedi. I capelli fili di miele e uno strato aureo di abbronzatura su una distesa epidermica depilata al millimetro.
I trucchi femminili usati ad arte su occhi e labbra e i cappelli molli, a tesa larga, multicolorati, così allegri, e vestiti a fiori e pieni di colori diversi, le scarpe di tela con la bandiera americana e le stringhe di tinte intense. Fiorella fiore. Anzi, fior fiore. Fior dei fiori.
Se costruisci una farfalla finta, gigante e coloratissima, attirerai decine di farfalle, perché le farfalle crederanno che la farfalla finta sia vera e sia incredibilmente bella. Creerai dipendenza. Esempio buono di solito per la pornografia. Ma in effetti, a pensarci, di che cosa si diventa dipendenti? Della pornografia o della bellezza? Della pornografia in sé e per sé o della bellezza insita nella pornografia scialacquata e mostrata a piene mani? La bellezza bella, piena, saturata in ogni capillare diventa ciò che chiamiamo pornografia. Ma è la bellezza ad ammagliarci e spappolarci volontà e cervello. Non lo sfregamento dei corpi nell’atto degli atti, ma la bellezza. La bellezza. Fiorella era un fiore. Si faceva fiore. Studiava per essere fiore. Il trucco, la tinta, il sandalo, la molletta… E fu così che si costruì la strada per il suo destino raggelante.
Quel giorno non ci furono presagi. Avvisaglie dell’evento, segnali dal futuro. Non c’è un climax. Le fatalità non hanno climax. Accadono e basta. La zampata del destino squarcia la maglia elettrica che ci circonda in questa simulazione 3D aliena che chiamiamo realtà e in un attimo ti fa fuori dal videogioco. Game over.
Le ho raccontato dei grilli che invadevano la guardiola e le ho detto che un grillo mi era saltato al centro della testa. Mi son messo a simulare un grido d’esasperazione e scuotevo la testa come a volermi liberare dal grillo. Fiorella s’è messa a ridere succhiando un po’ di caipiroska dalla cannuccia a spirali coloratissime.
E poi, più tardi abbiamo preso un gelato (lei gusti colorati; io una brioche con palline di pistacchio, fragola, mango e melone) e mentre leccavamo e succhiavamo e gustavamo sento un ronzio, zooooon, proprio sulla testa e penso a una vespa o peggio e mi affretto a sfregarmi i capelli, mentre lei dice: “Tranquillo, tranquillo. Nulla, nulla. Ha visto qualcosa di bello e si è posata”. E poi guardo e c’è una cimice sui miei pantaloni e mi metto a strillare con una vocetta stridula “Levamela! Levamela! Levamela!” e poi ridiamo e poi le nostre lingue fredde si toccano. Infine, più tardi, ci fermiamo a un bar e prendiamo qualcosa di dissetante per contrastare l’arsura determinata dalla calura estiva.
Siamo lì e parliamo, più che altro del mondo strano che ci sta intorno, noi chiusi nel nostro cirrocumulo arcobaleno, e così, dal nulla, una vespa, lunga, con due corpi, casca sui capelli d’angelo del mio fiore, e rimane lì, impigliata, senza muoversi, senza emettere suoni. Con qualche colpo di dita l’insetto scompare. Forse aveva trovato una nicchia paradisiaca. S’era messo lì beato a pendere tra quei fili dorati, sonnacchioso, inerte, in pace – ma la nostra reputazione ci precede. “Stai bene? Stai bene?”. “Sì, è passato.” Aveva rischiato di venire punta da una vespa, così, per niente. Per niente.
Eppure, non son presagi, questi. Non c’è un climax. Io credo nell’homo faber. Qual è il destino dell’homo faber? Qual è il destino del fiore dei fiori? L’homo faber si lastrica la via verso la sua destinazione finale. Doveva capitare. Si sapeva. Era nelle premesse. Libero arbitrio nel mercato dei destini.
Quel giorno conduco Fiorella in una gita sui colli. Gli scorci sono fiabeschi. Cosa c’è di più emozionante di una distesa di colline? Solo il movimento manca a questi panorami. I mari hanno il movimento e il rumore cullante. Ma anche l’immobilità assoluta e il silenzio dei colli hanno il loro fascino. Non ti bagni mai due volte nello stesso fiume, ma sali sempre sulla sommità della stessa collina e ritrovi le stesse amiche colline. Verdeggianti. Tutto quel verde e quelle chiome d’alberi viste in lontananza e i campi marrone chiaro e il cielo con merletti bianchi qua e là. Manca anche la consistenza acquorea: non puoi tuffarti nei panorami collinosi. Perché è questo che facciamo al mare, giusto?
Non ci tuffiamo in mare, ci tuffiamo in un panorama sconfinato e lucente, ci tuffiamo nell’infinito. Ci fermiamo, Fiorella e il sottoscritto, a goderci il panorama. C’è una di quelle panche. Lei è piccolissima sulla panca gigante ed è bellissima, dolcissima. E ci spostiamo in parte in macchina e in parte a piedi. Osserviamo quegli scorci meravigliosi da più angolature. Fino a quando non scopriamo un campo di margherite e soffioni e il vento suona quei fiori creando note leggere, fischi sottilissimi, impercettibili, che farebbero ballare una danza sufi a un cagnolino.
Fiorella corre spensierata nel campo. Corre e corre. Salta gioiosa. Con il cappello molle multicolore e il vestito attraversato dalle più diverse cromature, con le spalle nude e le braccia nude, il cavo sotto le braccia così accogliente, non c’è un solo punto del corpo di Fiorella che non ti incendi i sensi. L’amavo così tanto. Poi, accade.
La zampata improvvisa del destino.
Fuori tempo. Fuori ritmo. Non al culmine di un crescendo. Non al termine di un gesto significativo. O alla metà spaccata. In modo scoordinato rispetto al respiro del Tutto, alla sua olistica orchestrazione. Fiorella si ferma al centro del campo di fiori. Il Fiore in mezzo ai fiori. Il Fiore dei fiori. Fiore immenso, smisurato, coloratissimo, bellissimo, massimamente aulente. D’improvviso tutte le api fino a quel momento invisibilmente intente a impollinare i fiori del campo si alzano in volo all’unisono come guidate da un misterioso impulso collettivo e sciamano in un attimo verso di lei. Verso Fiorella. Le api la ricoprono.
Il vestito svolazzante. Le gambe nude. I pregiati porta-piedi, come Fiorella li chiamava, consapevole della preziosità dei suoi due trentasei. I capelli. Il viso. Vedo solo gli occhi per qualche istante. Grandi. Luccicanti. Azzurrissimi. Sorpresi e raccapricciati. Uno sguardo che non dimenticherò. Una luce che non mi dà più pace. Fiorella ricoperta da uno stuolo di api attratte dall’esplosività dei suoi colori.
Poi, Fiorella si accascia.
Le api rimangono brulicanti come vermi su di lei, dentro di lei. La carne tumefatta, scomposta, brutalizzata. Fiorella.
Il Fiore dei Fiori.
Il destino.
Fiorella.
La fine di un fiore.















