Non sono mai riuscito a vivere in una casa soltanto mia.
Ogni volta che ho creduto di averne trovata una, qualcun altro era già arrivato prima di me. Un ragno nell'angolo del soffitto. Un gatto sul davanzale. Una rondine sotto le tegole. Un pipistrello entrato per errore nella notte. Persino i gechi sembravano conoscermi meglio di quanto io conoscessi loro.
Con il tempo ho smesso di considerarli ospiti.
Ho capito che ero io quello arrivato dopo.
La prima cosa che faccio appena mi alzo è dare da mangiare ai gatti di casa. Di solito sono quattro: Luce, Nero, Dulce e Puntito. Questa settimana, complice un caldo insopportabile e approfittando dell'aria condizionata, si è trasferita da noi anche Nuvola, madre, nonna e, in un certo senso, antenata di quasi tutti i gatti del Borgo (sì, anche loro, ogni tanto, ricevono ospiti e aprono la casa a chi ne ha bisogno). La seconda cosa che faccio è radermi. O meglio, la facevo. Prima di arrivare in questo Borgo mi radevo ogni mattina. Qui le cose sono cambiate: un giorno sì, uno no, poi magari due o tre giorni niente. Se arrivano ospiti, invece, mi faccio la barba. È diventato una specie di rito d'accoglienza.
Lo so cosa stai pensando.
"Questo ce l'hai già raccontato."
Hai ragione, carissimo e carissima. Ma questa volta mi serve per spiegarti una cosa importante: in casa mia non abitano soltanto persone e gatti. Ci sono anche altri esseri viventi, discreti, laboriosi, indispensabili.
All’inizio, appena ho scritto questa cronaca, come regalo di compleanno per mia nipote Gabriela, sapevo ben poco dei ragni; di fatto, il protagonista di queste pagine è stato chiamato da me Jhony. Ma poi ho studiato e capito il ruolo del maschio: il ragno maschio (in questo caso Jhony) produce lo sperma, lo carica sui suoi piccoli palpi (speciali organi vicino alla bocca) e feconda la femmina durante l'accoppiamento. Spesso, dopo questo compito, il maschio muore o viene mangiato dalla femmina. La femmina conserva lo sperma, feconda le uova e le depone dentro un bozzolo di seta (ovisacco). Le uova si schiudono dentro il sacchetto protettivo e i piccoli ragnetti escono da soli per iniziare una vita indipendente.
Dopo questo necessario chiarimento continuo.
Mentre mi faccio la barba alzo sempre gli occhi verso il soffitto per controllare che sia al suo posto. È un ragno dalle lunghissime zampe sottili, eleganti come quelle di una ballerina classica. Da mesi occupa un angolo del bagno che considero ormai il suo regno. Io non la disturbo e lei, in cambio, svolge con dedizione il proprio mestiere: banchetta con pappataci, zanzare, mosconi e tutti quei minuscoli invasori che pretendono di dividere la casa con noi.
È un patto silenzioso: lei lavora, io rispetto il suo territorio.
In quell'angolo sono nati anche tre piccoli ragni. Li ho visti comparire come minuscoli punti trasparenti. Poi, con il tempo, ciascuno è partito in cerca del proprio destino, proprio come fanno i figli quando arriva il momento di lasciare la casa.
Uno credo di averlo ritrovato vicino al termosifone. Ha costruito una piccola ragnatela e vi tiene appese le carcasse dei suoi pranzi. Ogni volta che le guardo mi sembra di assistere ai resti di un banchetto. Per lui, in fondo, è proprio così.
Qualche giorno fa è successo un incidente. Mentre mi facevo la doccia, senza accorgermene, il getto dell'acqua ha raggiunto uno dei figli del ragno madre. L'ho visto accartocciarsi su se stesso. Per un attimo ho pensato fosse morto.
Sono uscito dalla doccia ancora nudo e grondante d'acqua. Non c'era tempo per cercare strumenti migliori. Ho afferrato due bellissime cartoline della mia collezione e, con la delicatezza di un infermiere improvvisato, sono riuscito a sollevarlo. L'ho portato fuori e l'ho adagiato sul davanzale della finestra.
Il sole feroce di questi giorni ha fatto il resto.
Dopo qualche minuto una zampa ha tremato.
Poi un'altra.
Infine tutto il corpo ha ripreso lentamente vita.
Il giorno seguente era di nuovo al suo posto, vicino al termosifone, intento a banchettare come se nulla fosse accaduto. Ne fui felice. Mi sembrò che la vita, ancora una volta, avesse scelto di continuare.
Ogni mattina, invece, mentre mi faccio la barba, alzo gli occhi verso il soffitto per cercare sua madre. Stamattina, però, il suo angolo era vuoto.
Ho sorriso.
Forse è uscita in cerca di un nuovo amore. Forse sta ricostruendo il suo regno da qualche altra parte della casa. O forse sta semplicemente facendo quello che tutti facciamo, prima o poi: attraversare il mondo in cerca di un luogo dove ricominciare.
Mi piace pensare che, prima di allontanarsi, mi abbia lasciato un incarico.
«Antonio» mi disse senza parlare, «racconta questa storia. Anche un ragno ha diritto alla propria dignità.» All'inizio mi sembrò un pensiero curioso.
Poi capii che non mi stava chiedendo di scrivere di lei. Mi stava chiedendo di imparare a guardare. Perché i ragni non parlano. Non parlano nemmeno i gechi, le rondini, i pipistrelli o i gatti. Siamo noi a parlare troppo. Loro, invece, abitano il mondo con una discrezione che troppo spesso scambiamo per assenza. Da allora, ogni volta che alzo gli occhi verso il soffitto, non cerco più soltanto un ragno.
Cerco la prova che una casa possa essere condivisa senza che nessuno debba imporsi sull'altro. Cerco un vicino.
Forse la vera civiltà non è cominciata quando l'uomo ha costruito la prima casa, ma quando ha accettato che non l'avrebbe mai abitata da solo.
Una casa è un patto silenzioso: le rondini sotto le tegole; i gechi tra le pietre; i gatti al sole; i ragni negli angoli.
E noi, convinti di esserne i proprietari, quando in realtà siamo soltanto gli ultimi arrivati. Forse è per questo che mi commosse tanto salvare uno dei sui figli. Non perché avessi salvato una vita — la natura sa benissimo come continuare il proprio cammino — ma perché, per un istante, ebbi la sensazione di aver ricucito un patto antico.
Lo stesso patto che stringiamo, senza parole, con tutto ciò che decide di fidarsi di noi. Oggi continuo a radermi davanti allo stesso specchio.
Continuo ad alzare gli occhi verso il soffitto.
E ogni giorno sono un po' meno sicuro di essere io a osservare il ragno. A volte penso che sia lui a osservare me.
Come se volesse capire se, finalmente, ho compreso l'incarico che mi ha lasciato quella mattina. Non raccontare la storia di un ragno.
Ma ricordare che la dignità non dipende mai dalla grandezza di una vita.















