Nonno Efisio era un portento, conosceva almeno otto diverse specie di arance e aveva un orto che pareva il giardino di un re, con pomodori carnosi, fave giganti, addirittura un banano che arrivava a fare i frutti, la gioia di noi bambini. Il suo terreno, un acro scarso, si trovava a un chilometro dal paese di San Nicola Gerrei. Quando non era nel suo regno il nonno andava in giro con il suo carretto a vendere frutta e verdura, la sua voce si udiva da lontano, nonna invece preferiva stare a casa a sbrigare le faccende domestiche, forse anche a riposare un po' visto che nella vita aveva fatto otto figli, tra i quali mio padre. A differenza del nonno, nonna Irma parlava poco ma si faceva capire molto bene, i suoi occhi scuri e accesi incutevano timore. Quando poi rompeva il suo silenzio, faceva affermazioni così acute e precise che si capiva che aveva osservato e ascoltato sempre tutto con grande attenzione.
Scoppiata la guerra, fummo tutti sfollati lassù e per noi bambini quella nuova condizione, per quanto precaria, fu come un sogno perché ci fece dimenticare le restrizioni alimentari, procurandoci altresì uno stato di perenne eccitazione. San Nicola era molto diverso da Quartu, là bastava un niente per ritrovarsi in mezzo alla natura, in giro c’erano sempre animali da osservare e accarezzare e ampi spazi di cielo riccamente abitati da stelle mai viste così belle e luminose e come questo non fosse bastato, nonno, durante la nostra permanenza a San Nicola, ci portò varie volte a Villasalto, dove stavano certi zii con la casa nella parte alta del paese, dalla loro terrazza, alla sera, si riusciva a scorgere Cagliari rischiarata dai lampi dei bombardamenti, per noi bambini era come assistere a uno spettacolo pirotecnico.
A guerra finita, babbo, come tanti della sua generazione, rimase disoccupato, fortunatamente non si perse d’animo e subito aprì un negozio di frutta e verdura a Quartu. Con la rete di conoscenze del nonno e i suoi consigli l’attività presto decollò, permettendo alla nostra famiglia di superare il momento difficile. Ben presto venne il momento di decidere del mio destino e di quello di mio fratello Alfio, ma dubbi non ve ne furono, le mie velleità di libero pensatore e i miei sogni di studi umanistici furono spazzati via dal pragmatismo di babbo che pensava solo a far tornare i conti de “sa buttega”, si manifestò l’urgenza di trovare un bravo trasportatore e un magazziniere e quello diventammo noi due fratelli.
Con la prematura scomparsa di mio padre e di mio fratello, morti in un incidente di caccia nel nuorese – mi sono chiesto a lungo cosa diavolo ci facesse mio padre laggiù visto che per tutta la vita aveva criticato la gente della Barbagia, ripetendo “ di formaggi quelli ne sanno ma solo di quelli, in fatto di frutta e verdura su quei monti permane una ignoranza secolare”, venne il mio turno con le decisioni, i tempi erano cambiati, a Quartu i supermercati si moltiplicavano a vista d’occhio e la gente aveva cominciato a non disdegnare le prime arance di importazione spagnole perché meno costose di quelle sarde, per questo e altri motivi gli affari cominciarono a languire, mi rimboccai le maniche e con l’aiuto di mia moglie Lucia feci ingrandire il capannone volgendo lo sguardo ai mercati esteri, soprattutto tedesco e svizzero.
Cresciuti i figli, venne anche per me il tempo delle scelte e confidai, come mio padre, sull’aiuto di Cristina e Angelo, purtroppo, con mia grande sorpresa, entrambi si negarono. Angelo già da anni emigrato in continente una volta terminati gli studi a Milano puntava a diventare un consulente aziendale nel campo alimentare- ma dell’azienda paterna non volle mai occuparsi – mentre Cristina era addirittura volata in Francia e appoggiandosi ad una rete di sardi emigrati a Parigi aveva trovato un posto di aspirante sarta in un atelier di abiti da sposa, “..pronta a fare qualunque cosa pur di non tornare in Sardegna a vendere la frutta al mercato” mi ripeteva ferma ma anche un po' crudelmente in occasione delle nostre estenuanti telefonate serali.
Così dovetti fare tutto da solo, in realtà, come ho già raccontato, fui sempre sostenuto da mia moglie Lucia, una donna di poche parole ma concreta e ora che lo dico capisco quanto fosse simile a nonna Irma. Grazie alla vendita di alcuni terreni appartenuti alla sua famiglia potei disporre del capitale da investire in opere utili a ingrandire l’attività, impiegai dei nuovi collaboratori e tirai dritto puntando tutto sulla stagionalità dei prodotti e sul valore del biologico, concetti fantascientifici nel mercato isolano dell’epoca. Ma alla fine la mia ostinazione fu premiata.
Anni di duro lavoro insomma ma anche di grandi soddisfazioni, con i primi risparmi riuscii a costruire una villetta con vista mare nella zona di Torre Murgias nell’alto Serrabus e un inverno riuscii perfino a portare Lucia a vedere le piramidi e il Nilo, il suo grande sogno.
A quei giorni andati pensava Franco nella solitudine del suo giardino. Quanto tempo era passato da quegli anni pieni di vita? Quasi non riusciva a ricordarlo. Quello che sentiva ora era solo un profondo rimpianto e una grande solitudine attorno a sé. Se solo avesse potuto tornare indietro avrebbe speso molto più tempo con i suoi cari, con i suoi figli che ora erano lontani, soprattutto con Lucia, la sua amata moglie, mancata all’improvviso due anni fa. Con lei aveva sognato una vecchiaia serena, la casa piena di parenti e amici, soprattutto bambini; quanto avevano riso insieme immaginandosi nonni, tutto era stato predisposto con cura per un sogno che alla fine non si era realizzato. Fortuna che ora c’era il giardino a impegnarlo, alberi da innestare, terra da zappare, anche un grande banano da proteggere prima dell’inverno proprio come faceva il nonno.
Dell’amato antenato conservava prezioso anche un libercolo sgualcito, si sarebbe detto un quaderno di appunti di un giardiniere, in realtà tra le pagine piene di note e di calcoli su quando seminare o dove rifornirsi di stallatico, comparivano qua e là fini osservazioni sulla natura e riflessioni filosofiche, addirittura poesie scritte bene, la cosa non si spiegava perché nonno non era andato oltre la seconda elementare e a malapena sapeva fare la sua firma.
…Alba bellissima, cielo rosso fuoco…
…Primo fiore di mandorlo (14 Feb. 1934)
…ai morti si nutre la zolla. Noi che sappiamo di tante fila? Da molto tempo la molle creta sopporta un’impronta sottile. Ora ti chiedo: danno di cuore? È questo il frutto di un’opera lenta di schiavi a noi che restiamo i signori? O sono loro i padroni: chi giace alle radici e a noi manda in silenzio un suo superfluo vigore di baci?
In un’altra pagina, sotto una serie di appunti, comprare verde rame e due catini grandi:
...Signore: è tempo. Grande era l’arsura. Deponi l’ombra sulle meridiane, libera il vento sopra la pianura. Fa’ che sia colmo ancora il frutto estremo, concedi ancora un giorno di depore, che il frutto giunga a maturare e spremi nel grave vino l’ultimo sapore…
Escludendo che fossero opera sua e ipotizzando che avesse semplicemente voluto trascriverle comunque non si spiegava come avesse fatto visto che sapeva a malapena tenere una penna in mano, molto probabilmente si era fatto aiutare da nonna, chissà...
Le giornate di Franco trascorrevano così, tra la casa e il giardino. Solo quando il tempo era veramente bello si spingeva a piedi fino alla pineta e da lì alla spiaggia, ma era sempre la stessa storia, la vastità di quello scenario incantevole e allo stesso tempo desolato, insieme ai ricordi degli anni sereni trascorsi con Lucia, creavano in lui un'angoscia sottile che montava piano e inesorabile dentro di lui come una marea, fino a diventare insopportabile, costringendolo a ritornare sui suoi passi.
Poi venne quel 12 maggio del 2014 che cambiò tutto.
Quella mattina Franco, ancora se lo ricorda, si era svegliato prima del solito a causa di uno strano silenzio. Il vento, dopo giorni di maestrale serrato, era scomparso e uscendo in giardino si poteva avvertire il tepore avvolgente della primavera, quella temperatura perfetta che invitava a stare fuori, a riprendere di buona lena i lavori interrotti. Mentre era intento a pensare a come organizzare la sua giornata, Franco udì suonare il campanello della porta, corse ad aprire e si ritrovò davanti una coppia di giovani, gli zaini in spalla, tutti sorridenti. Non era ancora stagione di turisti, per quel motivo rimase inizialmente perplesso, ma si capiva che erano stranieri, entrambi avevano occhi color del cielo e dietro di loro non v’erano né bici né automobile, era venuti a piedi. L’uomo si presentò, disse di chiamarsi Jonathan, ma il suo italiano stentato ridusse subito la conversazione a poca cosa. La cosa non preoccupò Franco che fece loro il segno di entrare, invito che i due accolsero immediatamente.
La ragazza si chiamava Giorgina. A Franco quel nome Giorgina istintivamente piacque, era il nome di lui che faticava a comprendere, però capì che non erano tedeschi, parlavano una lingua simile a quella di zio Francis, il marito inglese di Nella, una cugina che stava a Londra. Li fece accomodare, il tempo di togliersi gli zaini e già si erano piazzati, seduti a tavola nella frescura del salotto e Franco aveva fatto quello che si usa fare in quelle occasioni e aveva cominciato a trafficare con le bottiglie di Mirto e Limoncello senza sentirsi per nulla imbarazzato per la conversazione che languiva tra sorrisi e lunghi silenzi. Ad un certo punto pensò di chiedere aiuto a Marisa, la sua vicina, lei aveva viaggiato, una volta l’aveva sentita parlare con alcuni turisti di passaggio, eh sì, l’inglese lo masticava bene, così uscì in giardino e la chiamò a gran voce. La donna apparve dopo pochi minuti. Franco, nel salutarla, notò maliziosamente che la donna aveva le spalle e il petto arrossati senza che fosse visibile il segno del costume, la cosa lo incuriosì perché Marisa gli aveva sempre detto di non amare né il sole né la spiaggia.
Ma grazie a lei la conversazione subito si alleggerì e prese quota, Franco seppe così che Jonathan nel suo paese, la Nuova Zelanda, aveva una fattoria sua e faceva il pastore ed era venuto in Sardegna per motivi professionali in quanto alcuni pastori di un paese lì vicino l’avevano arruolato per la tosatura stagionale del bestiame... Che strano, pensò Franco, convinto che i sardi fossero più che abili in quel lavoro, sarebbe bastato pensare ad Alfio, il suo figlioccio che stava a Fonni, lui sì che era lesto con la macchinetta, meno di un minuto per pecora ci metteva, per questo non capiva proprio perché avessero voluto scomodare quel ragazzo proveniente dall’altra parte del mondo, insomma, un mistero.
Però dai quel Jomatam o Jothaman o come diavolo si chiamava pareva un bravo cristiano, in più con quella sua risata permanente metteva di buon umore tutti, ma anche quella Giorgina dall’età incomprensibile non era male, l’unico problema era che parlava molto veloce e si capiva che Marisa faceva una gran fatica a starle dietro e a tradurre, fortuna che nel frattempo erano comparsi sulla tavola i dolci alle mandorle e il livello della bottiglia di Mirto era sceso parecchio, insomma dall’improvvisata ne era venuto fuori un incontro carino e fresco, anche Franco, grazie a Marisa, aveva potuto raccontare di se e della sua vita solitaria e dei tempi gagliardi della sua gioventù.+ Quell’incontro segnò l’inizio di qualcosa di cui nessuno tra i presenti ebbe al momento vera coscienza.
I due giovani globe trotters neozelandesi, terminata l’esperienza di tosatura, tornarono al loro paese e come fanno i giovani di oggi subito postarono entusiasti le immagini del loro incontro con Franco e Marisa e nel commentare l’esperienza furono loro, per primi, a usare la parola GURU o forse fu una loro cara amica a farlo, si, è possibile che fu Jenny, la loro amica australiana appassionata di spiritualità, con alle spalle lunghi soggiorni in ashram e retreat esperienziali, che raccogliendo quella curiosa storia sarda ripostò le foto commentandole e quello fu l’inizio di una catena velocissima piena di likes e ulteriori condivisioni in tutto il mondo e il risultato di tutto ciò fu che l’anno successivo davanti alla porta della casa di Franco si presentarono non due ma venti giovani sorridenti e lui li accolse tutti e lo fece con i suoi modi di sempre, spontanei, mostrando le gioie del suo orto, cucinando per tutti e quella volta, poiché il giardino non permetteva la presenza di più di cinque tende, offrendo la possibilità di usare le camere della sua grande casa.
Marisa, affettuosamente precettata ancora una volta, si fece in quattro per tradurre conversazioni sempre più incrociate e complesse. Incuriosita e felice per quella nuova ondata di gioventù si auto investì del ruolo di responsabile di qualcosa che lì per lì nessuno si preoccupò di definire o capire perché più importante era la gioia di stare insieme e ridere, sì Franco aveva il dono di far ridere tutti e anche in quella occasione era stata Jenny l’australiana a ricordare a tutti in un post euforico che “solo i grandi illuminati ridono, solo loro possiedono una risata contagiosa, proprio come quella di Franco”.
L’eco della presenza di quel gruppo di persone festaiole e gaudenti giunse sino alla spiaggia dove Cosimo, lo storico gestore del chiosco “Il gabbiano”, fiutò il business e fece un nuovo ordine di birre. La spiaggia fu anche teatro di un curioso avvenimento, le mareggiate invernali avevano creato dei bassifondi a qualche metro dalla battigia, successe così che una mattina Franco, impegnato in un veloce bagno ritemprante, fu visto erigersi in piedi in mezzo al mare, complice la luce dorata dell’alba, l’effetto Cristo che cammina sulle acque fu immediato. L’immagine di Franco in un battibaleno fece il giro del mondo, nessuno dubitò del miracolo avvenuto e la primavera successiva le presenze salirono a cento.
“Il miracolo non è quello di camminare sulle acque – ebbe modo di affermare Franco una mattina al nuovo gruppo di giovani accampati nel suo giardino- ma di camminare sulla terra verde nel momento presente apprezzandone la bellezza”
Nonostante l’interesse suscitato e la crescente presenza di visitatori Franco non cambiò di una virgola il suo modo di vivere, né si fece prendere da manie di grandezza quando udì per la prima volta qualcuno parlare di lui come di un maestro. Quel flusso crescente di persone richiese però alcuni cambiamenti, a Marisa, per esempio, Franco chiese di mettere a disposizione un pezzo di terra di sua proprietà antistante la sua casa. Lì furono dirottati i camper e le tende in modo da lasciare libero il giardino. Laggiù i giovani si incontravano ogni giorno con Franco, aiutandolo nelle mansioni della cura dell’orto o partecipando a delle conversazioni spontanee che venivano sempre accolte e recepite come veri insegnamenti. In giardino venivano anche consumati i pasti comunitari.
A proposito di cibo va detto che Franco mantenne tutte le sue abitudini alimentari sarde soprattutto per quanto concerne la carne arrosto che continuò a cucinare con passione sul fuoco con grande stupore di vegani e vegetariani convinti che spiritualità fosse sinonimo di diete e rinunce. Le frequenti domande che i giovani rivolgevano a Franco lo spinsero a riprendere in mano le letture giovanili senza dimenticare il libretto del nonno dove quotidianamente andava ad attingere e dove scoprì numerose perle filosofiche contadine.
“Si raccoglie ciò che si semina” disse un giorno ad un gruppo di ragazzi polacchi. Un pensiero così, vero ma risaputo, pronunciato dalla voce morbida e calda di Franco nella pace del suo orto rigoglioso aveva l’effetto di una meditazione buddista recitata da un venerabile Lama nel più sperduto dei monasteri himalayani. E la foto di Franco di bianco lino vestito apparsa sulla copertina del magazine inglese New Age Journal contribuì a suggellare definitivamente la nascita di un fenomeno spiritual- mediatico mondiale, qualcosa che la Sardegna non seppe mai bene come gestire (n. b. il completo di lino non fu una scelta di Franco bensì il regalo di una certa Beatrice, una devotissima signora di Brescia recentemente trasferita sull’isola per meglio seguire il suo maestro).
Qualcuno cercò di convincere Franco a trasformare il suo orto squadrato in una grande spirale cosmica ma non ci fu verso. Altrettanto irremovibile sulla pausa della domenica pomeriggio, tempo sacro dedicato interamente al campionato di calcio in tv (al Cagliari).
Quando le presenze salirono a mille, giunse la telefonata del figlio Angelo il quale ebbe parole di grande apprezzamento per l’acquisita notorietà del padre, sorvolando tuttavia sugli aspetti spirituali e focalizzando interesse e attenzione sulle opportunità economiche legate a quella situazione favorevole. Due giorni dopo fu il turno della figlia Cristina, ancora più netta nell’ignorare lo spirito pacifico- comunitario universale di quei giovani devoti, insistette sulla necessità di depositare al più presto un nome che potesse presto diventare un brand, GF ad esempio, una possibilità di business, quello sì, universale… Franco allora, felice per quell’insperato contatto con i suoi figli, chiese quando lei e il fratello sarebbero venuti di persona a conoscere il neonato villaggio della pace, tutti e due risposero schivi di non poterlo dire, adducendo impegni e stress.
L’estate che i visitatori diventarono dieci mila cominciarono i problemi e non si trattò di logistica, quella, grazie all’interessamento del sindaco Mario Congiu, era sempre filata liscia, un vecchio ponte, che per anni attendeva una manutenzione, era stato completamente rifatto e anche le buche delle strade erano state tutte rappezzate. I problemi veri nacquero essenzialmente dall’invidia di un certo Mulas, gestore dell’unico campeggio della zona che, a suo dire, si era visto crollare le presenze di turisti a causa di Franco e della “sua comunità di sfaccendati e perdigiorno”, anzi nella denuncia presentata ai Carabinieri era andato giù ancora più duro raccontando di aver assistito a belli sfrenati di ragazzine seminude e spaccio di droga tant’è che il maresciallo Gaetano Murgia, nello stilare il testo di denuncia al computer aveva fatto un salto sulla sedia e per un attimo si era bloccato e solo dopo aver scrutato il suo interlocutore a lungo aveva ripreso a scrivere.
Il sopralluogo dei carabinieri ci fu perché non si poteva evitare ma il maresciallo ci andò malvolentieri, conosceva Franco da anni, sulla sua moralità non aveva mai avuto nulla da eccepire, gli dispiaceva disturbarlo, tutto lì.
“Le piace la tonalità di viola che abbiamo usato per i muri del salotto? Trovo che si intoni bene con l’azzurro intenso delle vostre camicie…” disse Franco sorridendo alla vista dei militari.
“Cosa posso fare per voi?” aggiunse infilandosi le Birkenstock e aggiustandosi la camicia bianca.
“Signor Franco, non siamo venuti per bere il caffè… bensì per informarla che…”
“Maresciallo la prego, abbassi la voce, qui c’è ancora gente che dorme, venga, venga, andiamo dietro in giardino a parlare…”
E così il gruppetto composto da Franco, il maresciallo e due appuntati con giberna bianca a tracolla, si fece largo nel salotto dove c’erano ancora diversi ragazzi appisolati, avvoltolati nei loro sacchi a pelo stesi sui divani o per terra e passando da un cortile, dove al centro c’era un piccolo ulivo, si trovarono in un ampio prato verde ombreggiato da lussureggianti limoni dalle foglie carnose. Lo spazio era affollato da una moltitudine di tende, c’erano parecchi giovani in giro, chi faceva esercizi di Yoga, che suonava e cantava in cerchio, chi appendeva pacificamente il bucato sopra a dei fili legati tra gli alberi. Tutti salutavano e sorridevano. Regnava intorno una sensazione di pace così bella e intensa che il maresciallo istintivamente nascose in tasca la busta con a denuncia, senza però smettere di curiosare tra le tende…
“Ma quella non è la signora Tullia la moglie del nostro sindaco?” esclamò improvvisamente. “Certamente, Mario era qui fino a dieci minuti fa. Stare tra i giovani gli fa bene, l’ha detto lui, si sente stimolato, apprezzato, più vivo...”
In quel momento uno dei due appuntati si avvicinò al maresciallo e indicando una nuvola di fumo azzurrognolo prevenire da una tenda disse: “Guardi, laggiù!”
Il maresciallo che con i pensieri era altrove rispose leggero: “Son ragazzi…”
La visione di quella moltitudine colorata e pacifica di giovani l’aveva riportato ai tempi in cui anche lui portava i capelli lunghi e girava per il paese con una Renault 4 scassata sognando di partire, di andare negli Stati Uniti o al limite in Inghilterra dove succedevano cose straordinarie, festival musicali faraonici, esperimenti di vita libera... e se alla fine quei sogni non li aveva realizzati poco importava, era comunque riuscito ad andare a stare a Cagliari e lì aveva fatto la sua vita, aveva avuto la sua prima ragazza, aveva fondato con altri ragazzi una band, aveva comprato una chitarra elettrica...a proposito, dov’era finita la sua amata chitarra? Perso nei ricordi quasi non si accorse che Franco nel frattempo era andato e tornato dalla cucina e ora gli stava accanto con un vassoio colmo di frutta fresca finemente pelata e tagliata.
“Ne prenda Maresciallo, l’assaggi, non faccia complimenti. Ma mi deve ancora dire qual buon vento l’ha portata qui stamattina…”
“Un controllo di routine” aveva risposto. “Solo un controllo di routine” aveva ripetuto agguantando
un’ultima fetta di mango, prima di fare cenno ai due appuntati di seguirlo verso l’uscita.
Una mattina Franco si svegliò di soprassalto e stranamente non udì le voci consuete dei ragazzi in giardino, cercò allora le sue Birkenstock ai piedi del letto ma non le trovò, stralunato e con una sensazione di rigidità nel corpo che negli ultimi tempi aveva dimenticato, uscì dalla stanza e si diresse in salotto. Quale sorpresa nel ritrovarlo ordinato e pulito come un tempo, i muri bianchi, la fruttiera nel centro della tavola, le foto dei due figli appoggiata sulla trave del camino. E tutti i ragazzi dove era spariti? Fece dietro front e superata la cucina aprì la porta di accesso al giardino, al posto del campo con le tende, i festoni colorati e la cucina comunitaria, vide il suo orto e il gabbiotto per gli attrezzi. Tutt’intorno regnava un silenzio irreale.
Fu allora che si rese conto di aver sognato. Incerto se sorriderne o soffrirne si sedette un attimo sulla vecchia sedia che era solito usare per le pause dai lavori in giardino quando udì suonare alla porta. Ingenuamente convinto che quel segnale, non si sa come, gli avrebbe permesso di rientrare nella dimensione sognata, affrettò il passo. Mentre già ripensava ai due ragazzi neozelandesi che avevano segnato l’inizio di tutto aprì la porta...e si trovò di fronte i suoi due figli, sì Angelo e Cristina, sorridenti, teneramente abbracciati.
“Abbiamo pensato di farti una sorpresa!”
Da quanto tempo non venivano a trovarlo? Un anno? Due? Forse di più. Incredulo e felice, anche un po' impacciato, li fece entrare così come si usa con tutti i visitatori; e poi li accolse entrambi nel suo abbraccio e guardandoli sorridendo disse: “La vita è proprio una continua sorpresa...”















