Avvicinava la sua permanenza nel nord all’odore della mensa dove mangiava quotidianamente usufruendo dei buoni pasto. Una mensa che era situata proprio sotto l’ufficio in cui lavorava. Ogni giorno all’una in punto, appena varcata la soglia, l’odore penetrava nelle sue narici, mentre il solito seguito di colleghi discorreva senza soste di appetiti che facevano perdere la vista e di pietanze sempre troppo condite, sempre troppo sapide, sempre troppo gratinate, tanto che a lungo andare i loro intestini ne avrebbero certo ricavato un danno.

Il rituale prevedeva un cordiale saluto alla barista che non lesinava in maquillage, un gesto veloce attraverso cui appropriarsi del vassoio, uno sguardo rubato alla piazzola di sosta che precedeva le casse dove consegnare i buoni pasto, il tentativo di capire quanti elegantoni erano scesi dai piani che precedevano il settimo, quanti erano invece scesi dal settimo e dall’ottavo dove si trovavano gli studi televisivi.

Era necessario mettersi in fila e scegliere in fretta i piatti del giorno. Arrivava un momento in cui i tavoli si riempivano velocemente; i posti contigui venivano a mancare; solo sparutamente qua e là rimaneva qualche sedia non occupata. La divisione dei gruppi, una volta avvenuta, avrebbe costretto qualcuno a mangiare da solo. Benjamin era convinto che non ci fosse niente di più triste che mangiare da soli alla mensa aziendale. Per sua fortuna le volte in cui questo gli era capitato potevano contarsi sulle dita di una mano. Spesso, invece, aveva individuato persone che sistematicamente mangiavano da sole, privilegiando, evidentemente, ciò che lui trovava deprimente.

Queste persone scendevano furiose per consumare un pasto incompleto, schizzavano via per rituffarsi il prima possibile nel lavoro e se ne fregavano di quella pausa che la maggior parte degli impiegati riteneva essenziale. Si distinguevano da quelli che in mensa portavano a termine una missione approfittando del pranzo per tessere le loro relazioni, scoprire gli ultimi pettegolezzi ritenuti fondamentali nell’ascesa aziendale. Per quelli della televisione la pausa dell’una era solo ancora di salvataggio, rimedio per non finire pazzi, spezzare in due la giornata. Chi non riusciva a scendere per colazione, agognava quella sosta più di ogni altra cosa al mondo e ne abusava andando ben oltre l’ora consentita.

Benjamin lavorava a una scrivania ottimamente illuminata da una grande finestra da cui era possibile vedere il paesaggio grigio degli stabilimenti operosi, il traffico della tangenziale e i fumi delle poche fabbriche di zona puntare decisi verso il cielo costantemente coperto. Era stato collocato in un angolo cieco e da quella postazione poteva navigare su internet, senza essere controllato, quando il lavoro scarseggiava. Si riteneva fortunato. Ad altri andava peggio. Un ragazzo del sud con un cognome impronunciabile, affabile e spaurito, era stato sistemato in una postazione di passaggio da cui le negligenze potevano essere facilmente individuate. Così lo si poteva vedere mentre si girava i pollici quando si ritrovava con niente da fare. Le volte che aveva osato andare alla ricerca di siti internet che non avevano a che fare con il lavoro aveva ricevuto le e-mail di richiamo. E gli era stato consigliato, a voce, di stare più attento.

Comunque c’era poco di cui girarsi i pollici. Dopo l’assunzione dovevano impegnarsi a trovare qualcosa da fare. Sfornare idee. Quando il capo gironzolava tra le scrivanie, tutti all’erta si doveva stare, altrimenti, durante le riunioni amministrative, proprio lui in prima persona avrebbe chiesto notizie circa il personale in esubero. Era capace di licenziare qualcuno senza farsi problemi. E gli impiegati lo sapevano bene.

Un giorno Benjamin scese in mensa da solo. Fece la fila breve e, dopo aver superato le casse, con uno sguardo veloce, si accorse che la tavolata centrale era completamente sgombra, così puntò dritto verso uno dei posti più comodi. Venne intercettato dalla segretaria di produzione che lo invitò a sedersi e a occupare l’ultima sedia libera della tavolata. La segretaria di produzione era sua coetanea ma dimostrava molti più anni. Benjamin si ritrovò invischiato in una conversazione che non voleva avere. Il ragazzo del sud stava mangiando da solo.

Presto alla tavolata centrale si unirono il manager supervisor, il supervisore commerciale, nonché braccio destro del capo, la signorina Barba, braccio sinistro del capo, e una nuova assunta che doveva aiutare la segretaria di produzione a svolgere un lavoro temporaneo. Nonostante la nuova assunta fosse lì da poco, aveva già fatto amicizia con diversi dipendenti. Benjamin, appena lei si sedette, strizzò un occhio. Pensava a una battuta che l’avrebbe potuta far ridere. Ma non gliene veniva in mente nessuna.

La segretaria di produzione chiese del ragazzo che mangiava da solo. Benjamin non sapeva che spettasse a lui occuparsene. Gori, il supervisore commerciale, chiese perché lo avesse lasciato lì a mangiare da solo. Tutti guardarono verso Benjamin cercando di capire se avesse voluto fare a bella posta quello sgarbo. Lui aveva la testa fra le nuvole e non pensava certo di trarre vantaggi personali dalle frequentazioni della mensa. Non riusciva a capire perché fosse così importante chi mangiava con chi e dove e quando e in che modo.

«Se la caverà benissimo anche da solo. Non siamo mica Gianni e Pinotto.»

I commensali risero e abbassarono lo sguardo sui piatti. Ma Gori, non ritenendosi ancora soddisfatto, continuava a lanciargli occhiate minacciose per fargli capire che la sua presenza non era gradita. Benjamin dal canto suo non era certo soddisfatto di non poter mangiare in santa pace. Doveva tenere un contegno, fare le mosse giuste, alzare lo sguardo quando richiesto e abbassarlo al momento propizio. Insomma, avere a che fare con la tavolata creava una tensione che gli rovinava il pasto e la pausa pranzo. Il ragazzo del sud si stava facendo gli affari suoi e sembrava godere di quel momento di relax. Gori, senza pensare a ciò che faceva, si alzò per dirgli che era stato lasciato da solo perché Gianni e Pinotto erano morti da un pezzo. L’ilarità della tavolata esplose mentre i primi antipasti venivano consumati voracemente.

Al ragazzo sembrava non interessare quel giochino. Per lui mangiare da solo o in compagnia non faceva alcuna differenza.

«Sei sempre il solito», gli urlò Gori, tornato al suo posto. Aveva indosso un completo gessato. Era pallido ed emaciato. Non pareva godere di ottima salute. Andreina, la nuova assunta, si impressionò a tal punto che, alzandosi con il vassoio in mano, decise di cambiare tavolata. Ma prima di andare, molto educatamente, farfugliò qualche frase in dialetto.

«Se non vi dispiace, vado a fargli compagnia.»

L’approvazione dei collaboratori del capo, fasulli come Giuda, attenti che i loro compiacenti sorrisini non trasparissero troppo, anticipava la ricerca di piccole sfumature nelle smorfie di difficoltà di Benjamin, il quale cercava di controllarsi meglio che poteva. Alla fine del pranzo, dopo aver declinato l’invito a bere il caffè nel bar della mensa, raggiunse il ragazzo del sud e Andreina che non avevano ancora finito di mangiare. «Che incubo! Spero che non mi capiti più di pranzare con quelli là. Sono rimasto talmente irrigidito che ora ho il mal di schiena.» Ma il ragazzo non rispose, apprestandosi a consumare l’ultima porzione di una scondita pizza assorto nei suoi pensieri.

«Oh, che ce l’hai con me?» chiese Benjamin. Ma lui niente. Andreina disse che un pochino se l’era presa e che aveva pure ragione.

«Vabbè, dimmi qualcosa», provò.

«Cosa ti devo dire? Mi hai lasciato qui da solo come uno scemo per fartela con i capi. Che vuoi? Pensi sempre e solo a te. E allora arrangiati.»

Benjamin pensò a uno scherzo. Ma il ragazzo era serio, taciturno, scostante e poco sociale. Si preoccupò.

«Posso anche aver sbagliato, ma guarda che sono stato letteralmente catturato dalla segretaria. Io avrei voluto mangiare con te e rilassarmi e parlare. Io non me la faccio con i capi. Mi dispiace se pensi questo, visto che lavoriamo insieme.»

«Andreina il modo di venire a farmi compagnia lo ha trovato. Eppure lei è arrivata qui dopo di noi e, se è possibile, dei capi ha pure più bisogno.»

«Vabbè, ho sbagliato e ti chiedo scusa. Che altro posso fare?»

«Tu chiedi sempre scusa e pensi che basti così, ma di questi comportamenti ne hai spesso e volentieri, e sovente io ti devo scusare. Mi sono rotto.»

Il volume della sua voce era aumentato leggermente e dagli altri tavoli qualcuno buttò un occhio per capire cosa stesse succedendo. Il ragazzo lo notò e notò che Benjamin si guardava attorno, così lasciò il tavolo per uscire nel cortile. Di fuori il sole giocava a nascondino. Nel loggiato faceva talmente tanto freddo che era impossibile stare fermi.

I tre si sedettero su un muretto perimetrale che dava sulle aiuole. Il ragazzo del sud volse le spalle a quelli che uscivano dalla mensa e che tornavano al lavoro. Fissava pensieroso la grata di ferro che interrompeva il verde artificiale del giardino e permetteva di intravedere, di sotto, l’entrata dei sotterranei. Andreina cercava disperatamente di intavolare una discussione, trovare un argomento per rompere il silenzio, insomma, qualcosa. Quel silenzio, in qualunque altro dopopranzo, magari soleggiato e caldo, sarebbe stato gradito a tutti, perché avrebbe permesso di raccogliere le energie prima di rientrare negli uffici. Così, invece, era snervante.

«Non puoi fare finta di niente», disse il ragazzo d’un tratto. «Le mille attenzioni che ho nei tuoi confronti non contano. È come se cadessero nel vuoto. Pensi che questo sia il mio carattere? Pensi questo?»

Benjamin non aveva capito se quella fosse una domanda retorica o se dovesse effettivamente rispondere. In ogni caso non sapeva esattamente cosa rispondere senza rischiare di fare ancora più danni.

Il ragazzo continuò. «Questo non è il mio carattere. Cerco di stare calmo e di controllarmi. Ho studiato, ho preso una laurea, ho conseguito una specializzazione. Qui il primo che arriva non fa altro che comandare; vogliono farti capire che non sei nessuno, che conti meno di zero. L’altra mattina ho dovuto trasportare una stampante alta la metà di me, dal piano terra fino all’ottavo piano. Io non sono il ragazzino di fatica. Faccio un lavoro intellettuale, io. Io scrivo testi. Sono uno scribacchino, non un ragazzino di fatica. Certo, bisogna dimostrare che si ha sempre voglia di fare e di collaborare, ed essere utili, e alla fine il contratto ce lo hanno fatto più per la disponibilità che abbiamo dimostrato durante i mesi di prova che non per il nostro talento. Però a tutto c’è un limite. Quando ho raccontato a mio padre cosa mi facevano fare, lui ha cominciato a strillare che dovevo tornarmene, perché al paese avrei avuto un posto decente dove stare, anzi un’intera ala della casa tutta per me, a mia disposizione, e alla fine un lavoro lo avrei trovato ugualmente, e nessuno mi avrebbe trattato come uno sguattero. Pensi che quelli che ci comandano siano più qualificati di noi?»

Benjamin non sapeva se fossero più o meno qualificati, ma avevano dieci e passa anni di esperienza lavorativa alle spalle. E questo li avvantaggia decisamente. Così pensava.

«Nessuno di loro ha la laurea. Hanno iniziato a fare gli schiavi a vent’anni e ora si prendono le loro belle rivincite a nostre spese. Mi avrebbero dovuto avvisare prima. Io ho investito parte della mia vita negli studi. All’università mi sono occupato di cinema e di teatro; loro non sarebbero in grado di reggere una minima conversazione con me. Eppure io sono lo schiavetto, perché entro nel mondo del lavoro solo ora e non so fare un cavolo di niente. E allora perché mi hanno fatto studiare?»

«La società di oggi funziona così», cercò di spiegargli Benjamin. Ma sapeva che non ce n’era bisogno. Forse deviando il discorso, il ragazzo avrebbe dimenticato quanto accaduto in mensa pochi minuti prima.

«Chi sceglie di studiare sa di farlo a suo rischio e pericolo. È necessario avere molta convinzione in se stessi, finire l’università in fretta ed entrare nel mondo del lavoro il prima possibile. A venticinque anni è più facile fare lo schiavetto, come dici tu, che non a ventotto o trenta. Sì, è vero, i capi sono un po’ buzzurri, ma passano il loro tempo a lavorare e questa è la loro vita, e se non la vogliamo accettare, se non vogliamo accettare che diventi pure la nostra, è inutile stare qui a perdere tempo. Vorrei però sapere cosa c’entro io in tutto questo.»

Il ragazzo si voltò per cercare gli occhi del collega-amico che sembravano sinceri nella loro inconsistenza.

«Io su di te ci conto», disse. «Qui i valori sono completamente sballati; vivono una vita assurda. Almeno l’amicizia avrà ancora un senso. Se tu mi tradisci, per me è la fine, lo capisci?»

Il discorso aveva deviato, sì, ma verso una direzione inaspettata. Il tono della conversazione si era rarefatto diventando a tratti svenevole. Benjamin si trovava molto più a suo agio con i modi rozzi, privi di tatto, senza fronzoli, dei capi, con cui tutto era più veloce, perché c’era un inizio e una fine, e a volte, per quanto convulsa, la loro vicinanza era anche indolore. Con i colleghi, invece, era più difficile, soprattutto di fronte ai blandi tentativi di instaurare vere e proprie amicizie. I rapporti umani con i colleghi dovevano essere costruiti, portati avanti, difesi; richiedevano attenzione e bisognava perderci del tempo. Ma tutti li consideravano fondamentali, perché l’errore più grande era isolarsi, e lui non aveva avuto bisogno di controprove. Si era fidato di quello che gli era stato detto e così aveva fatto.

Ci aveva perso del tempo dietro a quelle persone con cui aveva così poco in comune, le aveva ascoltate ed era stato gentile. Ma ora di fronte al ragazzo e ai suoi reclami che toccavano alcune delicate corde e lo mettevano in seria difficoltà, non era più convinto di aver agito per il meglio, perché se avesse mantenuto le distanze, sicuramente non si sarebbe trovato in una situazione simile.

Benjamin stette zitto e non rispose. Anche il ragazzo era in attesa, un’attesa vana. Nel momento in cui capì che il collega-amico non avrebbe aggiunto nessun ulteriore commento, si alzò e tornò agli uffici. «Non fare così», gli urlò dietro inutilmente. Andreina prese posto di fianco e insieme guardarono il ragazzo allontanarsi, voltare l’angolo e dirigersi verso la reception attraverso le vetrate trasparenti.

«Certo che è uno strano tipo», disse Andreina.

Benjamin era d’accordo. Sapeva che quel posto pullulava di persone fatte così, che lui stesso lo era agli occhi degli altri, che spesso era impossibile comunicare e trovarsi, e che probabilmente era anche giusto adattarsi. Il lavoro funzionava e l’azienda camminava; secondo quanto dicevano i capi, era produttiva. Questo era l’importante. Cosa poteva importare se chi lavorava in struttura andava d’accordo oppure no? Benjamin strinse la mano di Andreina e lei sorrise. Anche per quel giorno la pausa pranzo era finita. Il giorno dopo sarebbero scesi in mensa e avrebbero scelto altre cose troppo condite da mangiare. Bisognava sapersi accontentare delle piccole gioie che la vita regalava. Su questo erano tutti d’accordo.