Aveva iniziato presto a interessarsi ai rettili Pedru. Per un bambino curioso come lui i campi incolti intorno a Quartu erano un vero paradiso, un mondo selvatico pieno di animali, soprattutto lucertole e ramarri smeraldini, certo, nulla a che vedere con ciò che poteva trovare a Fonni, dove abitava suo nonno. Ogni volta che andava a trovarlo era una festa, appena fuori dal paese le rocce pullulavano di rettili vivi, soprattutto serpenti come il Colubro che là chiamano su caboru, lungo fino a due metri, o la Vipera d’acqua, che però, a dispetto del nome, non era velenosa, o il simpatico Geko, un lucertolone in miniatura dalle fattezze preistoriche che si poteva trovare sotto i sassi ma anche nelle case.

I primi anni della sua vita Pedro li trascorse così, tra il tempo passato a scuola, le fughe nei campi subito dopo pranzo e l’attesa del fine settimana per andare in Barbagia a trovare il nonno. Papa’ Enzo, uomo pacifico con un posto sicuro alle poste, aveva guardato subito benevolmente alla passione del figlio cercando in tutti i modi di sostenerlo, accompagnandolo in molte delle sue esplorazioni.

Il padre, da giovane, aveva a lungo suonato su sulitu, un piccolo flauto dal suono acuto tradizionalmente rivestito di pelle di serpente, motivo in più per condividere la fascinazione per quelle creature. Un'estate aiutò Pedru a costruire un terrario sulla terrazza di casa. Lo spazio era quello che era, perciò si optò per una soluzione rudimentale ma efficace: un vecchio catino riempito di terra mischiata a sassi e una tegola a mo' di riparo per una coppia di sparute lucertole. Pedru, premuroso, provvide personalmente ad alimentare regolarmente le bestiole con mozzichi di pane e mosche catturate vive con la carta adesiva, attrezzo diffusamente usato d’estate in Sardegna.

Il primo esperimento col terrario non durò a lungo, esattamente il tempo che il gatto Ernesto ci mise a scoprirne l’esistenza e a decidersi per uno spuntino pomeridiano. Un anno dopo, i terrari erano due, di cui uno in casa, per salvare dal Maestrale due minuscole tartarughe, dono di zio Mauri, maresciallo della finanza, che le specie protette e rare le conosceva e, quando le sequestrava in dogana, poi correva a distribuirle ad amici e parenti. Nell’altro terrario, quello in terrazza, Pedru invece ci aveva messo un Orbettino, un sauro di 20 cm che però ben presto aveva bucato la rete di protezione e forse stanco del freddo si era imboscato in casa dove però nessuno l’aveva mai più trovato. Venne il giorno in cui si cominciò a percepire un olezzo terrificante di animale morto e si dovette ribaltare tutto quanto fino a quando il povero rettile non fu trovato schiacciato dietro al mobiletto del bagno.

Terminato il ginnasio, giunse il tempo delle grandi decisioni. Visto il permanere forte della passione per i rettili, Pedru cercò fiducioso la scuola giusta, ma l’offerta isolana apparve subito scarsa. Il padre capì la situazione e senza esitare cominciò a sostenere l’opzione della trasferta in continente, così Pedru si fece coraggio e nel giro di pochi mesi si ritrovò a Torino, città fredda e inospitale, dove neppure la condivisione di un appartamento con un gruppo di studenti di origine sarda poté inizialmente confortarlo granché.

Com’era strano il gusto del pecorino mangiato lontano da casa e imbarazzanti e stucchevoli certe battute in dialetto pronunciate fuori dal loro contesto naturale. Fortunatamente dalla finestra del bagno si potevano vedere le Alpi e questa per Pedru non era cosa da poco. Sapeva che laggiù un giorno avrebbe forse visto la sua prima vipera, specie non presente in Sardegna e per questo molto ambita, alla stregua di un pitone tropicale. Nel frattempo aveva cominciato a frequentare la facoltà di Scienze Naturali all’interno della quale c’era il corso di erpetologia del Prof. Bonetti, esperto riconosciuto in materia, grande conoscitore di serpenti, noto per essersi presentato un giorno in aula con una vipera del corno viva, da lui stesso catturata.

Fu sempre a Torino, a una mostra internazionale di rettili, che Pedro conobbe Tino Bayerbach, un'amicizia destinata a durare tutta la vita. Brillante studente di scienze con la stessa passione per i rettili, Tino apparve da subito agli occhi di Pedru come un modello irraggiungibile, tedesco, alto e prestante nel fisico, con un ciuffo di capelli folti e dorati in testa, mentre lui era sardamente massiccio, tozzo e peloso, con in più un’incipiente calvizie. Il teutonico dall’aria assorta e nobile raccontava di essere stato in vacanza alle Galapagos e di aver nuotato con le iguane marine. Pedru non poteva fare altro che dire delle sue estati roventi al Poetto a insidiare famiglie di Gechi dietro ai chioschi dei gelati. Eppure continuava a piacergli quel Tino, un’attrazione mista a invidia e disprezzo soprattutto quando lui arrancava con gli esami e contava gli spiccioli per sopravvivere mentre l’altro volteggiava sereno davanti ai suoi occhi solo perché regolarmente foraggiato dai genitori.

Gli anni trascorsero in fretta, tra studi pazzi, corse in bici a consegnare pizze e, quando possibile, una gita fuori porta sulle montagne alla ricerca delle agognate vipere, purtroppo mai viste. Se le finanze lo permettevano, capitava pure di fare una scappata a casa a trovare i genitori ogni volta più anziani e ritornare a Torino più malinconico che mai, ma con lo zaino pieno di salsicce e dolcetti alle mandorle.

Mancavano pochi esami alla laurea ed ecco apparire nella vita di Pedru una ragazza di nome Nuru, una giovane tanzanese, dal nome foneticamente sardo ma dalla pelle nera come quella di un colubro di notte, così aveva segretamente pensato Pedro vedendola la prima volta. L’incontro avvenne al mercato di Porta Palazzo tra banchetti di frutta multicolori e genti di tutto il mondo, lui là per caso, aveva pensato ai pomodori Cuore di bue che nonno proprio in quel periodo dell’anno raccoglieva orgoglioso e che per questo era tradizione festeggiare e andare ad aiutarlo, sì probabilmente era stato quello il motivo per cui aveva indugiato a lungo davanti al banco di Nuru, lui che al mercato ci capitava di rado, ma si sa il destino quando si muove agisce preciso e implacabile, così Pedru e Nuru avevano finito per familiarizzare e tra un sorriso e l’altro tra loro era nato qualcosa tanto che si erano scambiati i numeri di telefono ripromettendosi di incontrarsi il giorno successivo.

“Mio fratello è morto a causa del morso di un Mamba Nero” aveva raccontato Nuru al bar sorseggiando un caffè scecherato molto scuro che ben si sposava con il colore delle sue mani, mani che gesticolavano molto e che Pedru non perdeva di vista mentre lei elencava nomi di serpenti rarissimi che asseriva di aver visto almeno una volta durante la sua infanzia in Africa e che Pedru invece aveva ammirato solo nelle illustrazioni dei libri di studio e per questo motivo, ma non solo, ascoltando i racconti della ragazza aveva capito che si stava innamorando così aveva cominciato a guardarla in modo strano e più la guardava più si sentiva bene.

Andarono a casa. Gli altri coinquilini casualmente non c’erano. Mangiarono con le mani un pollo comprato al volo in rosticceria. Lui non resistette dal guardarle di nuovo le mani, questa volta dalle dita unte, lucide e nere. Lei scrutò i peli scuri del suo petto che strabordavano dalla camicia semiaperta. Finito il pranzo, lui la invitò in camera, le mostrò i suoi preziosi terrari con gechi e lucertole; lei osservò tutto molto distrattamente, poi alzò lo sguardo in alto verso la pala lenta del ventilatore e, ad un tratto, si voltò, lo fissò dritto negli occhi e gli chiese: “E il tuo anaconda, quando me lo mostri?”

Mai frase avrebbe potuto essere più arrapante per il buon Pedru il quale senza farselo dire due volte cominciò a baciare e spogliare la donna con foga fino a quando fu nuda. Ondeggiarono abbracciati ancora per qualche secondo nella stanza, come ubriachi, poi Pedru planò sul letto e lei ne approfittò per sfilargli i pantaloni, cominciando a strusciarsi sul suo corpo con movimenti sinuosi e serpeggianti. Pedru intravide il suo membro pietrificato solo per qualche secondo, poi non lo vide più, scomparso nell’oscurità di quel corpo selvatico pronto a riapparire per una frazione di secondo nella bocca della donna o tra le dita della sua mano, infine schiacciato tra i suoi seni prosperosi… si udì un gemito sommesso simile ad un sibilo, Pedru lasciò che lei gli montasse sopra e si lasciasse penetrare.

Fu allora che sentì qualcosa di incredibile, una sensazione estremamente piacevole attraversò il suo corpo, percepì nella vagina di lei la presenza come di una ventosa, sembrava una mano calda, capace, evidentemente intenzionata a stringere energicamente il suo pene sempre più forte, in tutta lunghezza, cosa che procurò a Pedru dei brividi vertiginosi e per analogia portò i suoi pensieri fino alle spire del Boa Constrictor e l’immagine del famoso serpente divenne preminente e si fece più nitida man mano che aumentava il piacere facendogli ritornare alla mente anche il libro di un certo Murray, famoso esploratore inglese che si era fatto avvolgere volontariamente dalle spire di un grande boa amazzonico descrivendo nei dettagli la potenza di quella stretta mortale. Preso da quelle immagini drammatiche, Pedru si sentì un po' Murray e per un attimo temette che fosse arrivata la sua ora.

Fu risvegliato invece da un improvviso urlo di piacere di Nuru, aprì gli occhi e intravide la sua bocca aperta e una lunga lingua biforcuta che non lo impressionò, che anzi, trovò naturale. Udì poi il fragore del traffico provenire dalla strada e capì di essere ancora vivo, avrebbe detto, mai stato più vivo di allora. Si dispose allora ad accogliere il suo piacere senza opporre più resistenza, urlò, rise, si dibatté nel corpo quasi volesse fuggire da qualcosa, eppure sentiva che quello era il suo posto giusto. Quando si svegliò, lei era già in piedi e girava nuda nella stanza. Dietro di lei, illuminati, c’erano i terrari illuminati. Dalla vetrina di uno di essi una grossa lucertola osservava impassibile la scena.

Due mesi dopo Pedru conseguì la laurea in Scienze Naturali con una tesi sul Colubro nero del Gennargentu. Alla cerimonia presenziarono commossi i genitori venuti appositamente dalla Sardegna, Nuru vestita con un tailleur dai motivi leopardati che non passò inosservato e una manciata di amici, compresi gli storici coinquilini sardi. All’evento seguì un pranzo alla sede dell’associazione “Su Nuraghe” dove i genitori di Pedru, spaesati da quella brusca trasferta nella caotica città piemontese, poterono riprendersi confortati dall’affetto caloroso dei propri compaesani.

Spenti i riflettori e con ancora nelle orecchie l’eco delle launeddas, Pedru e Nuru ripresero la loro vita normale, ma ad attenderli c’erano, pronte, numerose sfide. Pedru non passò la selezione per un’importante borsa di studio da ricercatore e, per sopravvivere, dovette ripiegare a fare di nuovo lavoretti che faceva da studente.

La relazione con Nuru, passato lo slancio del primo momento, faticava a prendere quota anche per l’impossibilità di poter sostenere le spese di un affitto col sogno di poter avere una casa propria. Dopo mesi di frustrazioni e disillusioni ci fu un colpo di scena, il padre di Pedru, preoccupato per le sorti dell’amato figlio, lo iscrisse segretamente ad un concorso per postino nella nuova sede in progetto nel quartiere di Sant’Elia a Cagliari e poi inscenò un mezzo ictus per attirarlo in Sardegna, il piano funzionò tant’è che due giorni dopo Pedru volò in Sardegna e la settimana successiva superò brillantemente la selezione: un mese dopo era già in organico alle Poste. Salvifica fu la sensazione di poter contare finalmente su uno stipendio regolare e l’effetto domino non si fece attendere: attraverso le conoscenze di un collega delle poste saltò fuori l’occasione di una casa in un palazzone popolare vista mare proprio nello stesso quartiere dove lavorava Pedru, al che Nuru capitolò e venne a Cagliari, decisa a seguire Pedru in quella nuova avventura.

Da eterno studente nella fredda e inospitale Torino a benvoluto postino con laurea e fidanzata africana nella sua Cagliari ritrovata, che salto vertiginoso, Pedru appariva rinato nel corpo e nello spirito pronto ad affrontare la nuova vita con spirito gagliardo. Grazie alla ritrovata stabilità economica ricominciò a guardarsi intorno prendendo contatti con l’Università, con le più importanti associazioni ambientaliste sarde e con i colleghi ricercatori.

Le cose purtroppo non andarono nel verso sperato, l’Università inspiegabilmente gli sbarrò le porte e la maggior parte dei suoi colleghi, quelli che a loro tempo non avevano avuto il coraggio di affrontare il mondo fuori dall’isola, non seppero fare di meglio che isolarlo e condannarlo alla stregua di un traditore, rivelando tutta la loro perfida gelosia.

Pedru amareggiato cercò allora una sponda nella famiglia e nei vecchi amici, soprattutto in Nuru, ma anche lì la situazione, inizialmente rosea e promettente, rivelò limiti e zone d’ombra. Nei confronti di Nuru non mancarono episodi di intolleranza e discriminazione; a Fonni furono in molti a non accettare la presenza di Nuru alle cene di parenti e le volte che fu accettata, non mancavano battute e scherzi di ogni tipo. “At potau su Bobboi Nieddu de Torino?” (Hai portato il dolcetto nero da Torino?), gli chiese un giorno lo zio finanziere.

Così Pedru e Nuru finirono per rintanarsi nel loro micro appartamento nel casermone anonimo di Sant’Elia. Là, tra una folta moltitudine di immigrati africani, soprattutto gambiani, nigeriani e senegalesi, Pedru e Nuru vissero una vera e propria redenzione e si salvarono.

Per Pedru, in particolare, il contatto con tutte quelle persone provenienti dal continente nero divenne una fonte straordinaria d’informazioni su specie di rettili dei quali ignorava l’esistenza, come il Dangaro del Gambia, una sottospecie del serpente a sonagli, oppure, sempre in Gambia, il Pitone di Seba, un gigante della foresta, o il Cobra Nero, ancora oggi venerato in molti villaggi. Parlando casualmente con Ebrima, un giovane gambiano residente in Sardegna da otto anni, Pedru seppe anche dell’esistenza in Gambia di veri e propri centri educativi dedicati ai serpenti come il Kartoong Reptile Farm nel sud del paese e altri centri simili presenti anche in Tanzania, paese di origine della sua amata Nuru, Bastarono informazioni di quel genere per far rinascere in Pedru la speranza di una vita alternativa ma soprattutto la prospettiva di un lavoro a contatto con i suoi amati rettili.

Quando Nuru lo informò della sua intenzione di fare un viaggio in Tanzania, Pedru non ebbe motivo di allarmarsi: era tornato il sereno nella loro vita e poi, con la prima tredicesima, si era comprato su internet un cucciolo di pitone reale e quindi aveva da fare; era sempre lì ad accudirlo e a guardarlo. Il serpentello, inoltre, era diventato l’attrazione principale nel loro condominio, soprattutto i bambini delle famiglie africane non smettevano di suonare alla porta per poter poi entrare e dare un’occhiata ai preziosi terrari sistemati sul terrazzino di casa.

Una settimana dopo la partenza, però, i messaggi di lei, prima frequenti, si interruppero. Pedru cercò di non farci caso, si informò tra i tanti amici africani, infine chiese loro aiuto disperatamente, ma senza successo. Nuru pareva scomparsa.

Passò un mese. Pedru chiese una mano allo zio finanziere – che, per sdrammatizzare la situazione, gli offrì una coppia di camaleonti provenienti dal Madagascar – e contattò le autorità diplomatiche della Tanzania a Roma, ma anche lì, nonostante le promesse e l’apparente interessamento, non successe nulla.

Pedru allora sprofondò nello sconforto, si mise in malattia e passò le sue giornate in casa a guardare la sua collezione di rettili e le foto dei giorni felici con Nuru.

Tre mesi e cinque giorni dopo la partenza di Nuru – Pedru li contava ormai ossessivamente – qualcuno suonò alla porta. Era di mattina, quasi tempo di dare da mangiare qualcosa al Pitone, chi poteva essere? Non aspettava visite e anche le visite dei bambini negli ultimi tempi si erano fatte sempre più rade, non capiva. Si trascinò fino alla porta, afferrò la maniglia e la aprì. Si ritrovò davanti a un uomo dall’apparente età di 40 anni, un africano, diceva di chiamarsi Juma e di provenire dalla Tanzania. Pedru, al solo udire quel nome, spalancò la porta e invitò l’uomo ad entrare. Il suo cuore sembrava impazzito; la speranza si era riaccesa.

L’uomo si rifiutò di entrare, al contrario, indietreggiò di un passo. Fu allora che Pedru vide la piccola borsa frigo per terra. Si trattava di una di quelle borse frigo rigide, bianche e blu che si usano anche in Sardegna, per portare le birre in spiaggia.

L’uomo accennò un sorriso, poi fece il gesto di consegnare la borsa frigo a Pedru che la afferrò con due mani e la depose accanto a sé, vicino alla porta. Infine l’uomo frugò nelle sue tasche, ne estrasse una busta e la consegnò nelle mani di Pedru che riconobbe immediatamente la calligrafia di Nuru. Quello significava che era viva. Grazie al cielo, era viva. Quella sì che era una notizia. Avrebbe voluto urlarla al mondo.

Nel frattempo Juma era tornato serio e si capiva che se ne stava andando. A nulla servirono le insistenze di Pedru, il quale, emozionatissimo, fu lì per lì pronto ad abbracciarlo; alla fine esitò e, proprio in quell’attimo, l’africano si voltò e si allontanò con lunghi passi.

Pedru nel frattempo aveva squarciato la busta con violenza e ora stava leggendo le parole di Nuru:

L’Africa mi ha richiamata a sé, non torno più.
Pedru, se puoi, perdonami,

la tua Nuru

Pedru urlò e pronunciò tutte insieme le peggiori parole che conosceva e lo fece in sardo. Gli venne in mente il nonno il giorno in cui era morta la nonna; anche lui aveva urlato parole terribili al cielo. Nuru fortunatamente non era morta, ma era come se fosse morta.

Per questo, quando si affacciò dal terrazzo e vide Juma allontanarsi, non fece il gesto di chiamarlo. In fondo avrebbe potuto farlo: Juma sicuramente sapeva dove era Nuru. Era evidente che si conoscevano. Pedru avrebbe potuto bloccarlo e poi strattonarlo, interrogarlo per farsi dire dove si trovava Nuru in quel momento.

Non lo fece.

Aprì invece la borsa frigo e con grande sorpresa ci trovò dentro un coccodrillo, un piccolo coccodrillo lungo due spanne, e gli venne quasi da ridere, un coccodrillo, un coccodrillo vivo…

Lo prese delicatamente in mano e lo tenne sul palmo per osservarlo più da vicino; sembrava trattarsi proprio di un Crocodylus niloticus, un esemplare di pochi giorni, già così perfetto.

L’ultimo scherzo di Nuru, pensò tra sé e sé…

Un coccodrillo...

Rimise il piccolo rettile nella borsa frigo e sciabattò in cucina alla ricerca di una birra…