Nella chiesa, gremita di gente per il funerale, il padre di Leo si volse improvvisamente dalla nostra parte cogliendo con disapprovazione l’ilarità nei nostri volti. Non fu sufficiente a fermare le nostre risate. Se Leo fosse stato qui, avrebbe riso con noi, sì, si sarebbe sbellicato dalle risa come amava fare sempre e l’avrebbe fatto ancora di più pensando alla sua morte assurda, tanto assurda da risultare comica.

Leo era una persona di indole buona, un tipo allegro, pareva protetto dal male non come noi, ragazzi di Pirri, cresciuti in periferia in un clima di paura, costantemente minacciati da genitori e maestri pronti ad ammonirci e a ricordarci che nella vita esistevano direzioni sbagliate assolutamente da evitare e pericoli a non finire. Leo no, lui era diverso, era andato sempre avanti dritto e deciso per la sua strada mantenendo il timone fermo verso direzione prescelta, seguendola poi come si segue una stella, si, si può dire che la sua fortuna sia stata in fondo proprio quella di aver riconosciuto la propria stella prima di tutti e di non averla più persa di vista, diversamente da noi che abbiamo navigato sempre senza bussola, tradendo i nostri sogni e alla fine arrabattandoci con quello che capitava.

Leo sognava di diventare un vero rocker e quello ha fatto. Poco importa che non sia divenuto famoso come Mick Jagger – il suo idolo – poco importa se la sua band si sia limitata a suonare alle feste di paese e mai fuori dalla Sardegna, la stoffa c’era, si percepiva. Tutti noi l’abbiamo ammirato e amato per questo.

Ricordo i tempi in cui, bigiata la scuola, andavamo tutti al parchetto a farci le canne, ecco Leo al parchetto non lo incontravi mai, era sempre altrove, si eclissava. Però sapevamo dove trovarlo, per esempio c’era stato un periodo che era fisso da Efisio, il falegname di via Necchi.

Da quando Leo aveva scoperto che il vecchio oltre a riparare tavoli sapeva anche costruire chitarre pareva non ci fosse al mondo persona più importante, certo il suo sogno più grande rimaneva quello di possedere una vera chitarra elettrica, magari una Fender come quella di Ronnie Wood (chitarrista dei Rolling Stones) uno strumento dal prezzo inavvicinabile per gente come noi che proveniva da famiglie modeste – i nostri padri li vedevamo tutti alla fine di ogni mese allineare gli ultimi soldi sul tavolo della cucina con l’idea ingenua di poterli così amministrare meglio.

Nell’attesa di realizzare i suoi sogni Leo aveva fondato varie band, tutte di ragazzi come lui, la più importante era stata quella dei “Nuraghi Urlanti”, una band di cappelloni, scatenati, folli, soprattutto sardi, sì perché tutti i testi delle canzoni erano nella nostra lingua, erano riusciti addirittura a fare delle cover degli Stones traducendo i loro testi in sardo.

La storia era andata avanti così fino al 21 giugno del 2022, storica data italiana del tour dei Rolling Stones e noi amici, incluso quel tirchione di Gavino, avevamo unito le forze e regalato a Leo un biglietto per il concerto a Milano, compreso il volo da Cagliari, in più per far si che la trasferta non lo gravasse oltremodo, uno di noi aveva chiesto ad alcuni parenti trapiantati da tempo a Nord di ospitarlo a casa loro. Fu un successo incredibile. La luce che vedemmo scintillare negli occhi del nostro amico quando aprì la busta fu simile allo scintillio del sole sul mare immobile del Poetto in certe giornate terse di primavera e ci ripagò all’istante di tutti gli sforzi. Inutile dire che quel concerto fu per Leo un vero giro di boa. Quando rientrò in Sardegna corremmo tutti all’aeroporto per vedere la sua faccia e poter sentire, a caldo, i racconti della sua avventura.

“L’ho toccato!” disse, pareva parlasse del Cristo risorto. Aveva la faccia stanchissima e gli occhi velati come di chi è stato a lungo esposto a una fonte luminosa troppo intensa…

“Mi è venuto vicinissimo, mi ha spruzzato con il suo sudore, sono due giorni che non mi lavo… e…”

“Sei almeno riuscito a fargli avere il cd con la demo dei tuoi pezzi?” volli interromperlo pur bramoso, come tutti, di sentire ogni dettaglio del concerto...

“Eya, l’ho dato ad un tipo della sicurezza, mi ha assicurato che lo avrebbe messo sul tavolo nel suo camerino… Ragazzi, ho svoltato, non potete capire quello che ho vissuto, né credere a quello che ho visto e sentito...è stato troppo… troppo.”

“Sai cosa facciamo ora? - dissi io - Ti portiamo al mare per due giorni così ci racconti tutto. Efi ha già preso le birre…”

“Amici, grazie, siete stati grandissimi, sento che vi sarò riconoscente in eterno per quello che avete fatto, ora però mollatemi un attimo, ho da visitare una scuola di danza a Quartucciu, mi aspettano tra un’oretta.”
“Una scuola di danza? Boh, dai, che novità è questa? Sei appena arrivato e già ti stiamo già perdendo...”
“Ehhh...voi non potete capire il mazzo che si fa Mick prima di ogni concerto, un vero training da atleta, un sacco di esercizi di danza ed espressione corporea…”

“Espressione corp…?”

“Espressione corporea, si dice così. Lui sul palco si muove e balla per ore, ha l’energia di un ragazzino, anch’io voglio migliorare la mia presenza scenica, per questo ho pensato di seguire un corso...ma non fatemi raccontare tutto in un botto, datemi il tempo di arrivare... e poi ho anche conosciuto una tipa toghissima, si chiama Jane, è un’inglese. Ha detto che presto verrà in Sardegna.”

“Ahhhh! Vedi il nostro rocker internazionale che già inizia a far breccia nel cuore delle donne...”
“Che c’è di strano? Vedessi Mick quanta natura ha intorno...”

Non fu facile ma alla fine riuscimmo a convincerlo a venire con noi al mare. Con la mia Uno scassata giungemmo a una località della costa chiamata Capo Orru, a circa un’ora da Cagliari, un posto nuovo, tutto da scoprire. Ad attenderci c’erano gli altri amici, c’era Manu, Ciccu, Paddori e anche l’Aleni e la Bebi, queste ultime due una presenza eccezionale perché per smuoverle da casa, di solito, ci volevano le cannonate. Ma quella volta l’occasione era troppo golosa, c’erano i racconti di Leo, soprattutto c’era lui con la sua carica di entusiasmo e la sua simpatia assolutamente contagiose.

Cornice dell’incontro un campeggino nato da pochi anni con una spiaggia dalla sabbia dorata e fine e il mare turchese e dietro un anfiteatro di montagne alte tra le quali il monte Orru con la sua curiosa forma di vulcano, ma tutta la zona si presentava intatta e suggestiva, costellata da enormi massi granitici dalle forme incredibili, particolare che non passò inosservato, infatti Leo, appena cominciò a guardarsi intorno si mise a ridere come un bambino, per poi esclamare:

“Va bè, e questo posto? Vogliamo parlarne?”
“Sembra di essere in Rolling Stones Land”, suggerii io ironicamente...

“Rolling Stones Land? È proprio vero. Questa sì che è bella, mi chiedo cosa direbbe Mick se vedesse queste rocce...ma avete visto che forme incredibili? Pensate che storia sarebbe invitare gli Stones qui e creare un festival d’estate con la loro musica e tutte le rocce illuminate... domani mattina con il primo sole voglio assolutamente fare un’esplorazione. Meno male che ho portato con me la chitarra e il mini ampli, magari trovo delle cavità tra le rocce dove poter suonare...dai... Non so voi ma io gli Stones li sento dentro, mi parlano...ritrovarli in questo posto ne è la prova…”

“Sì Leo.” Gli risposi freddamente cercando così di arginare il debordante flusso di idee del nostro amico! “Ora però muoviamoci e andiamo a vedere se ci fanno quattro pizze giù al chiosco, non vorrei fosse già tardi…”

Furono giorni indimenticabili quelli al campeggio, la stagione estiva bussava alle porte con le sue promesse, pronta a rinnovare i suoi rituali compresi i fuochi e i revival canori in spiaggia, le stellate, i baci rubati nelle micro tende canadesi cercando di far piano per non farsi sentire. L’ultimo giorno ci svegliammo con un tempo incerto, e decidemmo di anticipare la partenza. Dalla parte della montagna si udivano i rombi dei tuoni. Fu allora che ci accorgemmo dell’assenza di Leo, la sua tendina, montata poco distante dalle nostre, era vuota, non c’era traccia né di lui né della sua immancabile chitarra.

Lo immaginammo mattiniero, impegnato nell’ennesima escursione tra le rocce. Conoscevamo bene il nostro amico e non ci preoccupammo, quindi, dopo un veloce consulto tra noi amici, partimmo senza di lui alla volta di Cagliari. Verso sera, una telefonata angosciata dei genitori di Leo diffuse nel gruppo una serpeggiante inquietudine. Leo era scomparso nel nulla. Dal giorno della nostra partenza più nessuno l’aveva visto e il suo telefono al momento risultava spento. Trascorsa una settimana, il padre, esasperato, decise di chiedere aiuto ai carabinieri.

Nonostante il celere avvio delle indagini il mistero della scomparsa del nostro amico andò avanti ancora per più di un mese – un tempo angosciato e terribile, che non dimenticherò mai – fino al giorno in cui un anziano pastore originario del monte Orru, un certo Salvatore Piras, guardando la montagna, notò qualcosa, ma forse sarebbe meglio dire notò la mancanza di qualcosa, nello specifico si trattava della posizione di una grosso masso di granito che a detta del Piras risultava cambiata - e di molto diceva lui - rispetto al punto originario.

“S’arrocca pronta ad arrumbulai” (la roccia in bilico) ripeteva mostrando a tutti una vecchia foto ingiallita dove si vedeva il declivio intorno al monte Orru costellato di rocce di varie misure e tra queste due particolarmente grosse messe quasi in bilico una sull’altra, in effetti confrontandola con la realtà attuale si vedeva che a ridosso della cresta, ora mancava qualcosa.

Dappu nau deu chi cussa arrocca diada illiscinada” (Ho sempre detto io che quella roccia un giorno sarebbe venuta giù!)

Ripeteva più volte il Piras, come a voler convincere i suoi interlocutori. Colto da una premonizione fu ancora una volta il padre di Leo a prendere l’iniziativa, questa volta lo fece chiedendo al suo amico Nicola Melis, sindaco di Arribu, paese situato ai piedi del monte Orru, di fare delle ricerche. Fu subito organizzata una squadra di volontari della protezione civile, anche diversi cacciatori si offrirono per fare dei sopralluoghi nella zona della roccia caduta. Il ritrovamento della cover del telefono di Leo (inconfondibile con uno sticker della linguaccia di Jagger in primo piano) diede impulso alle ricerche, la fatidica roccia fu localizzata e da lì a pochi giorni, giunta l’autorizzazione del Prefetto, si decise di tentarne la rimozione.

Quando la catena fissata alla gru improvvisamente si tese e il mastodontico roccione si mosse alzandosi in aria io fui tra i primi a scorgere il corpo di Leo rimasto schiacciato là sotto, era piatto come una sottiletta, come la sua chitarra che teneva ancora stretta tra le mani, curiosamente non c’era sangue, non c’era nulla di raccapricciante in quella scena, solo quell’immagine irreale e quel sorriso. Sì, Leo era morto sorridendo.

Al funerale, tutti notarono una donna alta e bionda spiccare tra la folla, nessuno però capiva chi fosse. Egidio Marras, gestore del nostro campeggio a Punta Orru, tipo brillante e spiritoso anche se un po’ gaurro, “unu chi currat a feminas”, avrebbe detto mia sorella... L’intrusa in chiesa l’aveva notata già da ore e l’aveva pure già abbordata, fu lui infatti a rivelarci l’identità della donna, una signora inglese, a quanto pare, venuta giù da Londra per Leo. Alla nostra domanda su quale fosse il collegamento tra i due, Egidio ci ha informato dicendo che fosse una certa Taylor Grift, super manager della CDS, la prima e più famosa casa discografica degli Stones. Capimmo allora che la storia di Leo, rimbalzata sui social, era giunta fino a Londra e aveva toccato Mick e gli altri componenti della storica band.

Mi sono a lungo chiesto se e quanto Leo avrebbe apprezzato quel tardivo riconoscimento, quello che so è che la Taylor non sfuggì alle lusinghe del nostro Egidio e da allora ogni estate torna per qualche giorno alla spiaggia di Capo Orru e al campeggio alla sera c’è un dj inglese che spacca con la sua playlist molto rockettara, in prevalenza Stones e noi tutti balliamo felici e pazzi e Leo spesso lo vediamo, è lì con noi.