Il 29 aprile 1975 moriva a Milano Sergio Ramelli, studente diciottenne militante del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano (MSI). Poco più di un mese prima, il 13 marzo, era stato aggredito sotto casa da un gruppo di militanti dell’estrema sinistra extraparlamentare, legati ad Avanguardia Operaia. Le ferite riportate si riveleranno fatali.

La sua vicenda si inserisce nel contesto degli anni di piombo, una stagione della storia italiana segnata da una diffusa violenza politica. Si tratta di un periodo spesso ricordato per le stragi di matrice neofascista, ma caratterizzato più in generale da un’escalation di terrorismo e scontri ideologici che vedevano coinvolti gruppi dell’estrema destra e dell’estrema sinistra.

Nel caso di Ramelli, colpisce un elemento particolare: la violenza non nasce da un ruolo politico di primo piano, ma da un’espressione individuale di pensiero. In un tema scolastico, il giovane aveva condannato le Brigate Rosse e ricordato due militanti del MSI uccisi. Quel testo, esposto pubblicamente da un insegnante, divenne presto motivo di stigmatizzazione, contribuendo a costruire attorno alla sua figura l’immagine di un nemico, fatto che legittimerà, agli occhi degli aggressori, una serie di violenze, culminate nell’agguato mortale.

Questo passaggio è cruciale: negli anni di piombo, l’avversario politico smette progressivamente di essere interlocutore e diventa bersaglio. La disumanizzazione precede e giustifica la violenza. Non si colpisce più un’idea, ma una persona identificata totalmente in quella.

Oggi, guardando a quell’epoca, possiamo affermare che l’Italia sembra essere lontana da questo tipo di scontro: la violenza politica organizzata, fatta di agguati e spedizioni punitive, appartiene in gran parte al passato. Nonostante ciò, l’anniversario della morte di Ramelli è diventato con il tempo luogo di raduno di organizzazioni neofasciste: ogni anno la commemorazione suscita polemiche e attenzione mediatica; circolano frequentemente video che immortalano saluti romani e simboli fascisti durante tutto il corso della cerimonia.

Le critiche riguardano anche chi racconta l’assassinio in modo selettivo e decontestualizzato dalla storia di quegli anni, spesso ponendo Ramelli come un martire.

È imprescindibile che la violenza, da qualunque schieramento politico provenga, venga condannata e che le vittime siano ricordate indipendentemente dal colore della loro appartenenza, purché la loro morte non diventi motivo di strumentalizzazione. A mio giudizio, sia i saluti romani sia le continue polemiche, nonché l’appostarsi dei giornalisti come avvoltoi, seppur di diversa gravità, rappresentano un modo di mancare di rispetto alla morte di un ragazzo.

Partendo da questo presupposto, questo articolo vuole porre un nesso tra gli anni di piombo in Italia e le violenze politiche più recenti in Europa, in particolar modo in Germania. In città come Berlino, recenti tensioni e aggressioni durante le manifestazioni mostrano come il conflitto politico possa ancora oltrepassare il piano del confronto democratico.

A Berlino, il conflitto politico non ha mai smesso del tutto di manifestarsi anche in forme fisiche. Negli ultimi mesi, la radicalizzazione del linguaggio e le tensioni nelle piazze hanno riportato al centro una domanda che sembrava archiviata: quanto è davvero lontana, oggi, la violenza politica in Europa?

Dall’autunno tedesco alla Berlino di oggi

Prima di trattare gli episodi più recenti, penso sia necessario menzionare il corrispettivo degli anni di piombo nella Germania Ovest, l’autunno tedesco (Deutscher Herbst), periodo che si riferisce soprattutto al 1977 quando la tensione tra terrorismo e Stato era al massimo livello; da qui è possibile ricostruire a ritroso e in prospettiva storica le diverse fasi della violenza politica, fino a ricongiungerle con le dinamiche più recenti e attuali.

Questo periodo è caratterizzato soprattutto da attacchi terroristici organizzati dal gruppo dell’estrema sinistra Rote Armee Fraktion (RAF), che intrattenne anche contatti con le Brigate Rosse e con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

In questa fase la RAF pianificò omicidi, rapimenti e azioni spettacolari come il dirottamento del volo Lufthansa 181.

La stagione si concluse con l’arresto e la morte dei fondatori del gruppo: secondo la versione ufficiale, i principali leader morirono in un suicidio coordinato nel carcere di Stammheim. Tuttavia, nel tempo sono emerse teorie alternative, e il dibattito storico su questi eventi rimane ancora aperto.

Le controversie derivano non solo dalla natura dei presunti suicidi mediante arma da fuoco, ma anche da alcune circostanze ritenute anomale; in particolare, il fatto che uno dei membri, Andreas Baader, sia stato trovato morto con un colpo alla nuca ha contribuito ad alimentare dubbi e interpretazioni alternative degli eventi.

Con la fine della stagione della Rote Armee Fraktion e il tramonto del terrorismo di sinistra negli anni Settanta, la violenza politica in Germania non scompare, ma cambia forma.

Negli anni Novanta, nel contesto della riunificazione della Germania, emerge con forza una nuova ondata di violenza, questa volta di matrice opposta: gruppi e movimenti dell’estrema destra, spesso legati a ideologie neonaziste, prendono di mira immigrati, rifugiati e minoranze. Il conflitto non è più rivolto contro lo Stato in chiave rivoluzionaria, ma contro individui percepiti come “estranei”.

Episodi come i disordini di Rostock-Lichtenhagen o l’attentato incendiario di Solingen mostrano come la violenza politica assuma un carattere sempre più sociale e identitario, colpendo civili inermi piuttosto che rappresentanti delle istituzioni.

Anche in questo caso ritorna un elemento già emerso negli anni di piombo: la costruzione del nemico. Non più il “capitalista” o lo “Stato”, ma lo straniero, il diverso, l’altro da escludere.

Berlino: laboratorio della polarizzazione

Queste dinamiche non restano confinate fuori dalla capitale, ma investono anche Berlino, soprattutto dopo la caduta del muro e la riunificazione, quando l’instabilità sociale si traduce in tensioni e scontri. Da allora, la violenza politica cambia profondamente: per leggerne l’evoluzione, è utile distinguere diverse fasi storiche, ciascuna con attori e forme di conflitto differenti.

Successivamente alla transizione va formandosi una polarizzazione: nei quartieri dell’ex Est il numero di gruppi neonazisti aumenta, come già visto, si registrano aggressioni contro immigrati, rifugiati e attivisti, mentre allo stesso tempo la sinistra radicale e gruppi autonomi procedono ad organizzare i primi squat (case occupate), concentrandosi in quartieri come Kreuzberg e Friedrichshain.

Negli anni 2000 con il consolidarsi delle istituzioni e un miglioramento economico relativo, la violenza diminuisce rispetto agli anni ’90, ma non scompare, questo periodo si contraddistingue soprattutto per le proteste contro sfratti e grandi progetti immobiliari.

Negli anni 2010 la polarizzazione tornerà per fattori internazionali e nazionali: la crisi migratoria nel 2015 e l’arrivo dei rifugiati porteranno un aumento degli atti xenofobi e la mobilitazione dell'estrema destra. Per quanto riguarda la capitale, un caso emblematico, di natura diversa, riguarda lo sgombero del centro autogestito in Rigaer Strasse 94 che porta a violenti scontri con la polizia.

Un’ulteriore evoluzione riguarda nello specifico la capitale: dagli anni ’90, il Primo Maggio a Berlino si afferma come spazio rituale del conflitto politico, mentre negli anni più recenti anche il Capodanno assume tratti simili, diventando un momento in cui tensioni sociali e urbane sfociano in episodi di violenza. Negli anni più recenti la partecipazione aumenta ed include attori non politicizzati. Il Primo Maggio diventa un mix tra protesta e festa.

Oggi la polarizzazione rimane diffusa, ma il conflitto cambia forma: la violenza politica diventa più ibrida, non è più continuativa né organizzata, ma emerge in modo episodico e spesso è legata a contesti specifici. Vanno però notate le statistiche pubblicate dal ministro dell’Interno nel 2024 dove i reati a sfondo politico sono aumentati di oltre il 40 per cento.

È proprio in questa forma più frammentata e episodica del conflitto contemporaneo che il caso di Sergio Ramelli può essere posto in contrapposizione, pur nella netta differenza dei contesti storici.

A conferma della persistenza di queste dinamiche, è utile osservare anche il modo in cui la violenza politica viene raccontata oggi dai media tedeschi. Alcuni titoli apparsi sulla stampa berlinese sono particolarmente indicativi:

  • “Estremisti di destra: attacco ad Ostkreuz e solidarietà Antifa ad Alexanderplatz” (Der Tagesspiegel, 11.08.2025);

  • “Dritto al coltello: un neofascista, due antifascisti, tre feriti gravi” (Taz, 25.10.2025);

  • “Neonazisti aggrediscono una coppia con un machete” (Die Stimme Berlins, 25.03.2026).

La forza di questi titoli, costruiti attorno a immagini violente e a una chiara identificazione politica degli aggressori, contribuisce a rafforzare la percezione di un conflitto acceso e persistente che trova riscontro nei dati riportati dal ministro dell’Interno.

Memoria e presente

È in questo contesto che il caso di Sergio Ramelli torna a interrogare il presente. Non perché le situazioni siano sovrapponibili, ma perché riemerge un meccanismo simile: la riduzione dell’individuo a etichetta politica, la trasformazione dell’avversario in nemico.

Anche il modo in cui i media raccontano questi episodi contribuisce a rafforzare questa dinamica. Titoli costruiti attorno alla violenza e all’identità politica degli aggressori accentuano la percezione di un conflitto permanente, alimentando una logica di contrapposizione.

In termini di teoria della comunicazione, si parla di partisanship: una crescente identificazione con il proprio campo politico che orienta la lettura degli eventi, rafforza le appartenenze e riduce lo spazio del confronto.

È proprio in questo scarto tra memoria e presente che emerge la lezione più attuale: prima ancora della violenza, è la disumanizzazione dell’altro a rappresentare il rischio più profondo.