Negli anni ’70, la crisi fu innescata dalla scelta degli USA – ufficializzata il 15 agosto 1971, ma iniziata già prima – di divenire dominatori del mondo non più da creditori legati all’oro, ma da debitori legati alla carta, all’inchiostro ed alle armi; così avrebbero ottenuto materie prime e prodotti finiti (con la conseguenza di indebolire occupazione interna e livelli salariali); chi si rifiutava veniva massacrato; chi accettava faceva il prezzo e, così, nacquero i petrodollari e la continua emissione di bond o titoli di Stato usati comunemente come mezzi di pagamento (e cresciuti a dismisura).

Ma la realtà degli anni ’70 aveva altre caratteristiche che, oggi, mancano quasi completamente: la narrativa – supportata da ricerche scientifiche di prim’ordine e dall’avallo degli ambientalismi fortemente conservatori – spiegava che gli idrocarburi si sarebbero esauriti, nel pianeta, in un trentennio e, infatti, quella crisi fu caratterizzata da carenze materiali di petrolio e dallo scarso peso, allora, della speculazione finanziaria; in secondo luogo, la gran parte delle imprese – anche di piccole dimensioni – registrava adeguati profitti e risultava in grado di scaricare sui prezzi i maggiori costi; infine, lavoratori e pensionati, a fronte di pur marcate situazioni inflattive, beneficiavano di efficienti meccanismi di indicizzazione dei loro redditi. Attualmente, la situazione appare del tutto diversa.

La gran parte delle imprese – poi si cercherà di vedere più da vicino il caso italiano – non solo non realizza grandi profitti, ma ha difficoltà a scaricare sui prezzi i maggiori costi: ciò determina la divisione tra la minoranza di aziende che può farlo e la stragrande maggioranza che deve chiudere ovvero accontentarsi di condizioni di mera sopravvivenza (nel migliore dei casi); parimenti, nella società, solo una parte dei percettori di reddito – appartenente ai casi di successo dei cosiddetti professionisti – può scaricare su clienti e utenti i maggiori costi che, via via, si registrano. Molte volte, gli strati più poveri della popolazione ricevono aiuti pubblici; al contrario, la grande massa dei lavoratori dipendenti e dei pensionati tende verso difficoltà inimmaginabili qualche decennio fa, per chi avesse avuto un lavoro od avesse lavorato tutta la vita.

Non c’è, oggi, carenza di materie prime, in particolare di idrocarburi: non ostante la narrativa sullo Stretto di Hormuz, la gran parte dei Paesi, li riceve provenienti da fonti diverse; si pensi, ad esempio, alla “flotta nascosta” (shadow fleet) russa composta di circa 20.000 navi per il gas e il petrolio, battenti varie bandiere e si cerchi di osservare il planisfero mondiale non concentrando la propria attenzione sull’Europa, il Mediterraneo o l’Asia Occidentale, ma le Americhe o, ancora meglio, il Pacifico; si osservi anche la sempre maggiore importanza delle rotte artiche.

La situazione cambia radicalmente quando si tenga conto degli aspetti finanziari.

I prezzi delle principali materie risentono marginalmente o, al massimo, secondariamente, dell’andamento dell’economia reale (domanda e offerta di beni materiali); i prezzi si formano principalmente sulle piazze speculative (soprattutto Londra e Amsterdam) in base all’acquisto ed alla vendita di certificati, di “futures”; se gli speculatori scommettono al rialzo – com’è avvenuto in occasione della guerra contro l’Iran e la chiusura del Stretto di Hormuz – le banche forniscono prestiti agli armatori con alti tassi d’interesse e, se poi i prezzi non salgono secondo le attese (com’è avvenuto prima durante e dopo i tentativi di accordi svoltisi ad Islamabad) gli armatori stessi registreranno perdite e non profitti. Di qui l’esigenza di acuire il conflitto per ottenere prezzi più elevati ovvero attese in tal senso degli speculatori finanziari: ma, a volte, non va benissimo neanche a loro e la ciambella non riesce col buco…

In altri termini, la speculazione determina l’andamento dei prezzi con l’acquisto figurativo di materie prime, ma se, poi, l’economia reale ha una riserva di offerta che non era stata valutata dagli speculatori stessi, gli operatori dell’economia reale vedono aumentare i loro costi, ma non i loro profitti.

Ciò aggiunge confusione all’incertezza mentre è possibile che dietro i drammi di Gaza e i discorsi di Trump - e non solo - sulla prospettiva di una trasformazione di essa in un grande polo turistico, ci sia il progetto di un hub alternativo che sostituisca sia il Canale di Suez che lo Stretto di Hormuz, collegando il Mediterraneo vicino ad Israele con Aquaba, la città più a sud della Giordania, posta sul ramo orientale del Mar Rosso.

Conseguenze politiche per le imprese in Italia

In Italia esistono oltre 5,2 milioni di imprese, di cui circa 5 milioni fino a 9 addetti e le restanti da 10 in poi.

Nel 2025 le esportazioni italiane hanno superato, con circa 650 miliardi di euro, quelle del Giappone, che, pure, presenta una forza lavoro oltre il doppio rispetto al Belpaese; ciò avviene grazie a diverse decine di migliaia di aziende dove il prodotto per addetto supera i 180mila euro (ben oltre le performances tedesche); mentre, per quanto riguarda i restanti 5 milioni si arriva a un prodotto per addetto che raramente supera il reddito medio del Paese stesso.

Detto altrimenti, ciò vuol dire che la stragrande maggioranza delle imprese non genera profitto; inoltre esse, nella maggior parte dei casi, non solo subiscono gli aumenti dei loro costi, ma, presentando già margini operativi molto bassi, tendono a finire fuori mercato, anche per il solo effetto dell’aumento dei costi dell’energia; ciò è aggravato pure dal fatto che molte di esse risultano subfornitrici di quelle più grandi; le quali ultime, si ripete, riescono, quasi sempre, a trasferire i maggiori prezzi su clienti, utenti, consumatori finali.

La prevedibile rincorsa inflattiva, determinata dai costi delle materie prime e dell’energia, non è determinata dall’andamento dell’economia reale, ma da quello delle forze finanziarie speculative; queste ultime guadagnano su scommesse (al rialzo dei prezzi, ma sono in grado anche di farlo espandendo la speculazione al ribasso, in mutate circostanze) verso le quali vengono orientate le risorse che mancano all’economia reale; in altri termini, non conta più la differenza tra il fatturato e il costo (com’era nell’economia cosiddetta capitalistica), ma la disponibilità di risorse finanziarie – comunque ottenute – in ambito reale ed in ambito speculativo.

Oggi, un’azienda può andare in perdita (pur sottopagando i collaboratori, ad esempio) e starà in piedi qualora possa orientare gli incassi su piattaforme finanziarie prima di pagare i fornitori o le tasse; si tratta di un modello non più propriamente capitalistico, ma mutuato dall’esperienza delle mafie, di riciclare denaro comunque ottenuto; nel caso delle mafie, attraverso attività illecite, in genere anche attraverso quelle lecite.

Soluzioni strutturali a medio termine

La Politica risulta bypassata dalle imprese di successo e assente per quanto attiene tutte le altre. Il superamento del capitalismo – di cui si sta parlando – comporta che un nuovo paradigma, in grado di sostituire quello del profitto (già inattuato per la grande maggioranza degli operatori), si identifichi con l’obiettivo di massimizzare la produzione ovvero di adeguarla alle esigenze di tutta la popolazione; queste ultime non concernono soprattutto la domanda di beni materiali (per cui esiste un’offerta addirittura eccedente), ma quella di beni immateriali.

Vale a dire servizi di cura delle persone, dell’ambiente e del patrimonio esistente; valorizzazione delle realtà artistiche, archeologiche o architettoniche, crescita delle attività creative, ludiche e spirituali.

La gran parte dei beni immateriali non può venir approntata, per la semplicissima ragione che, alle condizioni capitalistiche o di mercato (compreso l’assistenzialismo per i più poveri che fa parte del sistema capitalistico stesso, come hanno dimostrato illustri studiosi come Paolo Leon o Paolo Botta) l’economia a debito ovvero la moneta a debito – prestata dalle banche – non è sufficiente a sostenerne la produzione; occorrerebbe, quindi, inserire risorse aggiuntive non a debito e che consentano di coprire i costi (pertanto, il valore) dell’incremento produttivo; un tale tipo di risorse può essere generato, senza ulteriore debito, solo dallo Stato che, con varie tecniche, può fornire crediti d’imposta e moneta sovrana aggiuntiva a corso legale.

È questa, dunque, la prima azione necessaria per liberarsi dall’impasse della situazione determinata dalla pretesa carenza o assenza di denaro da parte delle pubbliche amministrazioni.

Un secondo passaggio dovrebbe riguardare il riposizionamento dello Stato, non più, come adesso, tra legalità, da una parte, e irregolarità/illegalità dall’altra; ma tra irregolarità e illegalità.

Nel primo caso, infatti, si determina una continuità inestricabile tra illegalità e irregolarità che finisce per rafforzare la prima spingendo la seconda, in qualche modo, verso la prima; al contrario, lo Stato dovrebbe assumersi il compito della regolarizzazione, mantenendo un atteggiamento adeguatamente repressivo verso l’illegalità ed isolandola dal contesto dei cittadini (in gran parte onesti, ma, a volte, incapaci di adempiere a quanto l’ordinamento prescrive).

Inoltre, occorre affrontare il tema delle banche: in primo luogo, ripristinando la netta separazione tra credito e investimenti speculativi (anche monitorando i flussi finanziari onde evitare che il credito stesso serva a funzioni avulse dall’economia reale); in secondo luogo, contribuendo a convogliare il risparmio verso investimenti ed attività produttive del territorio; infine, esercitando la necessaria funzione di raccordo tra i crediti delle imprese a termine più lungo rispetto ai loro debiti, che sarebbe la via maestra per scoraggiare l’occultamento del fatturato ed il rafforzarsi dell’economia sommersa.

Valutazioni sull’evolversi della situazione geopolitica

Conclusasi, in qualche modo, la fase dei Paesi in Via di Sviluppo con risultati non soddisfacenti, dovuti alle scelte – imposte dalle grandi organizzazioni internazionali – di favorire politiche economiche e monetarie che tenevano il tasso di crescita del PIL sotto quello demografico; è venuto, da diversi anni, il momento dei BRICS.

I loro successi si sono accompagnati al declino dei Paesi occidentali, pur distinguendovi le sorti dell’Europa e degli USA (per non parlare di Giappone, Australia e Canada): nel “mondo che conta” la gran parte della popolazione risulta insoddisfatta; non tanto e non solo per la insufficiente crescita del reddito, quanto, soprattutto, per l’andamento dei servizi destinati al benessere della comunità; ferocissime e antiche discussioni hanno riguardato il ruolo e l’efficienza dello Stato, affermati o minimizzati – a seconda delle estrazioni ideologiche dei contendenti – a prescindere da una delle questioni più importanti, vale a dire quella delle risorse pubbliche da destinare ai servizi fondamentali e importanti per mantenere un livello adeguato di civiltà.

Così si è dissertato sulla necessità di aumentare le tasse per destinare risorse ad aiutare i più deboli oppure ridurle per consentire alla classe media di pagarsi istruzione, cure mediche, mobilità e quant’altro; tutte le ricette non hanno dato risultati, per le ragioni cui si è accennato in precedenza.

Infatti, ad un certo punto, soddisfatti, in qualche modo, i bisogni materiali (anche grazie agli incredibili sforzi delle migliori e più avanzate tecnologie) non si è nemmeno colto a sufficienza il punto fondamentale: il capitalismo e la logica del profitto hanno esaurito il loro compito storico di assicurare un grande sviluppo nell’offerta di beni materiali; essi costituiscono, ormai, la componente residuale dell’economia reale, mentre aumenta la forza di quella finanziaria; occorre, forse, che gli enormi mezzi monetari non legati ad alcun valore concreto, rimangano sostanzialmente estranei al circuito produttivo per affermarsi in grandi attività speculative (anche distruttive dei mezzi monetari stessi); tuttavia, un consapevole superamento del modello capitalistico, anche parziale, richiede un medesimo superamento dell’economia del debito, quindi dello strapotere delle principali entità finanziarie; ma siccome queste ultime controllano la politica e l’economia, il rischio di alimentare i conflitti non è più un rischio, bensì una certezza.

Quanto sta avvenendo nel mondo e, in particolare, nell’area mediterranea e dintorni, serve ad allontanare la prospettiva di un necessario e possibile cambiamento la cui esigenza si espande con l’avvicinamento degli stessi BRICS (e non solo) agli standard del mondo cosiddetto occidentale.

Per esempio, se non è vero che mancano gli idrocarburi, perché si rafforza la narrativa per cui aerei o navi, prive di carburante, dovranno fermarsi, contribuendo a creare condizioni tutto sommato simili a quelle dei recenti lockdown?

Ovviamente, gli attuali conflitti non andrebbero sottovalutati per le loro terribili conseguenze; ma rapportati alle loro ragioni più profonde come i conflitti per il controllo delle situazioni che possono fornire nuove occasioni di guadagno.

Ma quest’ultimo, come si è cercato di sostenere in questo contributo, non può più essere un campo che venga suddiviso e redistribuito com’è avvenuto durante le esperienze coloniali e postcoloniali.

Ne consegue come occorra reimpostare tutto il dibattito economico e politico attorno al grande tema del modello o dei modelli socialmente e culturalmente sostenibili; attorno ai temi dei valori e dei principi che i popoli, nel proprio interesse e in quello di tutti, potranno condividere.

E ciò contribuirà a superare, finalmente, l’obbligo di insistere sugli idrocarburi per liberarsi dalla schiavitù energetica grazie all’introduzione delle tante diversificazioni innovative che esistono, ma che i territori non avevano potuto sviluppare a causa degli ostacoli innalzati da chi aveva - ed ha - ancora tanti interessi contrastanti con quelli della popolazione mondiale.

Molte guerre, infatti, sono finte: certo, la gente muore, tuttavia, a chi vuole tali guerre, della gente non importa proprio niente; infatti, basterebbe tagliare i cavi sottomarini che sono necessari alla civiltà di internet per bloccare tutte le comunicazioni del “nemico”. Forse il vero conflitto non è tra le nazioni, ma, all’interno di ciascuna di esse, tra chi è portatore di interessi tanto diversi: i vertici (nascosti) e le basi della piramide sociale.