Io credo che esistano ancora forti dubbi sull'effettivo significato delle recenti guerre in Medio Oriente e, in particolare, delle guerre in Iraq e Iran, nonché sulle motivazioni che le hanno generate, talvolta lontane da quanto gran parte dell'opinione pubblica mondiale ritiene di avere compreso.

Dopo il recente attacco all'Iran sono tornate a circolare numerose riflessioni sul film W. (2008) di Oliver Stone, opera uscita nelle sale poche settimane prima delle elezioni presidenziali americane e con George W. Bush ancora alla Casa Bianca.

Fin dalla sua uscita, W. fu considerato uno dei film più discussi dell'anno. La critica si divise: alcuni vi lessero un ritratto sorprendentemente umano del presidente americano, altri un'opera sospesa tra biografia e satira politica. Proprio questa ambiguità rappresenta probabilmente il suo elemento più interessante.1

Stone non costruisce, né un atto d'accusa, né un'assoluzione. Cerca piuttosto di raccontare una logica. Ed è questa logica che, a distanza di anni, continua a interrogare chi osserva gli sviluppi geopolitici contemporanei.

La scena della War Room

Prima di procedere nell'analisi è opportuno riportare il dialogo della celebre scena della War Room, cuore geopolitico del film.

Interpreti principali

  • George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti;

  • Dick Cheney, Vicepresidente;

  • Colin Powell, Segretario di Stato;

  • Paul Wolfowitz, Vice Segretario alla Difesa. 2-3

Contesto

La scena mostra una riunione strategica nella quale Dick Cheney espone una visione geopolitica incentrata sul controllo delle risorse energetiche, dell’Eurasia e dell’Iran. Si tratta di uno dei momenti centrali del film, in cui Cheney illustra la propria visione geopolitica riguardo all’Iran, all’Eurasia, al petrolio e alla strategia degli Stati Uniti.

La fonte giornalistica conferma che è proprio Cheney a pronunciare affermazioni quali: «Se controlli l’Iran, controlli l’Eurasia, controlli il mondo.»

La scena riprodotta sul sito Dagospia4 riporta l’esatto brano sopra trascritto. La medesima scena, nella sua versione integrale, era inizialmente visibile anche attraverso ulteriori video, successivamente divenuti indisponibili con la dicitura: «Video non disponibile».

Il film è disponibile sulle principali piattaforme di streaming, anche in versioni sottotitolate in italiano, consentendo al pubblico di verificare direttamente il contenuto della celebre scena della “War Room”, oggi tornata al centro dell'attenzione internazionale.

Si è comunque ritenuto opportuno trascrivere di seguito l’intero dialogo della «War Room», evidenziando le personalità che intervengono nel corso della conversazione.

Parla Dick Cheney:

Volete sapere che cosa vedo io?
Vedo un mondo in cui, fra venticinque anni, le nostre riserve di petrolio saranno esaurite, mentre la domanda globale crescerà del trenta, forse quaranta per cento. E noi, separati da due oceani, saremo sempre più lontani dalle maggiori riserve del pianeta.

Pensate davvero che allora avremo ancora degli alleati?
Siamo il cinque per cento della popolazione mondiale, e consumiamo il venticinque per cento della sua energia. Pensate che Russia e Cina ci verranno incontro quando avranno bisogno delle stesse risorse?

L’ottanta per cento dell’energia mondiale si concentra in Eurasia. È lì che si trova il vero tesoro del pianeta: petrolio, gas, acqua.
Solo in Iraq c’è il dieci per cento delle riserve mondiali. Decine di giacimenti non sono ancora sfruttati, e probabilmente ce ne sono altri enormi, ancora inesplorati.

Noi abbiamo basi in oltre cento paesi. Se aggiungiamo anche l’Iraq, cosa succede?
Prendiamo il cuore della civiltà: il Tigri, l’Eufrate, la Mezzaluna fertile. Possiamo ripulirla, ricostruirla e, soprattutto, gestirne le risorse.

Loro resteranno, certo. Ma a decidere saremo noi.
Oleodotti, petroliere… ce n’è abbastanza per finanziare la ricostruzione e costruire un rapporto destinato a durare nel tempo. Sempre che si resti fedeli al piano.

-Bush interviene, con una domanda semplice, quasi ingenua:

E qual è la nostra strategia di uscita dall’Iraq?

La risposta arriva senza esitazione:

Non andiamo lì per andarcene. Andiamo lì per restare.

Nella stanza cala un momento di silenzio. Poi la discussione riprende.

Negli anni Novanta eravamo d’accordo su una cosa: non avremmo mai permesso a nessuno di mettere in discussione la nostra supremazia.

E allora perché oggi dovremmo cambiare strada?
Presentarla come una guerra contro il terrorismo è come usare un cannone per colpire una mosca. Ma se definiamo “guerra preventiva” il diritto di intervenire ovunque lo riteniamo necessario, allora dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze.

Ci troveremo in uno stato di guerra permanente. Tre, quattro conflitti contemporaneamente.
È questo il nuovo ordine mondiale? O è semplicemente un mondo che ha perso ogni equilibrio?

Una voce, più cauta, prova a riportare il discorso su un altro piano:

Forse dovremmo rilanciare la cooperazione internazionale.

Ma la replica è immediata:

Nessuno è contro la cooperazione. Purché a decidere siamo noi.

Ed è a questo punto che il discorso arriva al suo nucleo più scoperto, quello che dà senso a tutto il resto.

Dov’è che manca la nostra presenza?
Proprio nel cuore di tutto.
In Iran.
È lì il giacimento madre, la più grande riserva energetica del pianeta. Il quaranta per cento del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz.
Se controlli l’Iran, controlli l’Eurasia.
E se controlli l’Eurasia, controlli il mondo.
Un impero, un vero impero.
E a quel punto nessuno potrà più metterci in discussione.

C’è un attimo di sospensione. Poi qualcuno osserva, con realismo politico:

È un ragionamento troppo diretto. La gente non lo accetterà.
La gente non pensa al petrolio.
Devi parlargli di sicurezza.
Devi parlargli di terrorismo.
Devi parlargli di libertà e democrazia.
Devi dargli una storia che possa credere.

Il Presidente chiude la riunione con un tono leggero, quasi distaccato:

«Bene, signori. Direi che è stata un’ottima riunione. Possiamo concludere qui.»

Perché questa scena continua a fare discutere

Rivedere oggi W. non significa semplicemente rivedere un film, significa confrontarsi con una rappresentazione del potere che non ruota attorno ai temi tradizionali della democrazia, dei diritti o della libertà, ma attorno a tre elementi fondamentali:

  • energia;

  • risorse strategiche;

  • controllo degli equilibri globali.

Nella celebre riunione della War Room l'Iran non viene presentato come un nemico ideologico, bensì come uno snodo geopolitico. È il punto in cui si incontrano risorse energetiche, rotte commerciali e interessi delle grandi potenze.

È questa impostazione che rende ancora oggi il dialogo particolarmente attuale.

I fatti del film che trovano riscontro nella realtà

Le affermazioni contenute nella scena della War Room non devono essere interpretate come una profezia letterale. Piuttosto rappresentano una lettura geopolitica la cui attualità viene oggi discussa da numerosi osservatori. Alcuni elementi, di seguito citati, appaiono particolarmente significativi.

La centralità dello Stretto di Hormuz

Nel film si afferma che il controllo dell'area iraniana rappresenta un fattore decisivo negli equilibri mondiali. Oggi lo Stretto di Hormuz rimane uno dei principali chokepoint5 energetici del pianeta. Una quota rilevante del petrolio mondiale attraversa questo passaggio marittimo e qualsiasi crisi nella regione genera conseguenze immediate sui mercati internazionali.6

Circa il 20% del petrolio mondiale passa da lì. Non è una percentuale qualsiasi: è una leva geopolitica. E infatti è lì che si è concentrato tutto.

L'energia come fattore geopolitico

Nel dialogo della War Room il petrolio è il vero tema sottostante. Le tensioni degli ultimi anni hanno mostrato come le questioni energetiche continuino a influenzare profondamente le relazioni internazionali, i prezzi, l'inflazione e la stabilità economica globale.

Le rotte energetiche come strumento di pressione

Il film suggerisce che il controllo delle infrastrutture energetiche possa trasformarsi in uno strumento di potere.

Le crisi che hanno coinvolto petroliere, infrastrutture strategiche e traffici marittimi nell'area del Golfo confermano come le rotte energetiche rappresentino oggi una leva politica e militare di primaria importanza.

Il rischio di una guerra permanente

Uno dei passaggi più significativi è la frase del film: «Non andiamo lì per andarcene. Andiamo lì per restare.» La riflessione richiama un modello di conflitto caratterizzato da escalation, tregue fragili, operazioni indirette e fasi di tensione che sembrano non concludersi mai definitivamente.

Per chi è scomodo il film di Stone?

La risposta più immediata sarebbe dire che W. è un film scomodo per gli Stati Uniti, per Israele o più in generale per l'Occidente. In realtà, una lettura del genere sarebbe riduttiva.

Ciò che rende davvero scomoda l'opera di Oliver Stone non è il bersaglio politico, ma il modo in cui sposta l'attenzione del pubblico. Nel film si parla certamente di terrorismo, sicurezza nazionale, democrazia e armi di distruzione di massa, cioè delle motivazioni ufficialmente utilizzate per giustificare guerre e interventi militari, tuttavia, nella celebre scena della War Room, il discorso cambia improvvisamente prospettiva. Al centro non ci sono più le dichiarazioni politiche o i princìpi ideali, ma temi molto più concreti: il petrolio, le risorse energetiche, il controllo delle rotte commerciali, la presenza militare strategica e gli equilibri di potenza tra gli Stati.

Stone non afferma che queste siano necessariamente le uniche ragioni delle guerre, ma suggerisce che dietro le motivazioni dichiarate possano esistere interessi e strategie più profonde. È proprio questa domanda a rendere il film ancora oggi attuale e, per certi versi, scomodo. Perché costringe lo spettatore a interrogarsi non soltanto su ciò che viene detto pubblicamente, ma anche sugli interessi che possono influenzare le decisioni dei governi.

Per questo motivo W. può risultare scomodo per qualsiasi classe dirigente, qualunque sia il suo orientamento politico.

Scomodo per i sostenitori della guerra preventiva

Nel film emerge anche una voce critica, rappresentata soprattutto da Colin Powell. Egli esprime il timore che il principio della "guerra preventiva" — cioè il diritto di colpire un potenziale nemico prima che la minaccia si manifesti concretamente — possa condurre il mondo verso una condizione di conflitto permanente.

È una riflessione che conserva ancora oggi una notevole attualità: se ogni minaccia futura può giustificare un intervento militare, dove si colloca il confine tra difesa e guerra continua?

Scomodo anche per gli oppositori

Paradossalmente, il film può risultare scomodo anche per coloro che si oppongono alle politiche di George W. Bush.

Molti si aspettavano da Oliver Stone una dura condanna dell'ex presidente americano. Invece il regista sceglie una strada diversa: Bush non viene rappresentato come un semplice "cattivo", ma come una persona complessa, con fragilità, ambizioni, dubbi e contraddizioni.

Questa scelta impedisce una lettura ideologica troppo semplice. Lo spettatore non viene invitato a odiare o ad assolvere il protagonista, ma a comprenderne il contesto umano e politico. Ed è proprio questa complessità che rende W. un film difficile da incasellare e ancora capace di suscitare dibattito.

Può contribuire al recupero di una “civiltà perduta”?

Naturalmente non si parla di una civiltà scomparsa in senso archeologico. La civiltà perduta cui faccio riferimento è quella del dialogo, della cooperazione, del pensiero critico e della ricerca della verità.

Il film di Stone invita a interrogarsi sul rapporto tra:

  • potere e verità;

  • sicurezza e libertà;

  • interessi economici e decisioni politiche;

  • guerra e controllo delle risorse.

Le grandi civiltà del Mediterraneo sono cresciute grazie al confronto delle idee e alla capacità di interrogarsi criticamente sulla realtà. Quando una società rinuncia a porsi domande e accetta passivamente ogni narrazione dominante, inizia un processo di impoverimento culturale.

Da questo punto di vista W. mantiene ancora oggi un valore educativo e civile.

Considerazioni finali

A questo punto, forse, la domanda non è se Oliver Stone abbia davvero previsto ciò che sta accadendo oggi. La domanda è un'altra, e forse è ancora più importante: gli eventi che stiamo osservando sono davvero una sorpresa oppure rappresentano la conseguenza di dinamiche che esistono da molti anni e che troppo spesso abbiamo preferito non vedere?

Se mettiamo accanto le cronache degli ultimi mesi e la celebre scena della War Room di W., il parallelismo colpisce per la sua forza.

Nel film si parla dello Stretto di Hormuz come di un punto decisivo per gli equilibri mondiali. Oggi sappiamo che si tratta di uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta. Da lì transita una parte rilevante del petrolio mondiale e ogni tensione nell'area produce effetti immediati sui mercati, sull'economia e, in definitiva, sulla vita quotidiana di milioni di persone.

Per questo motivo ciò che accade nel Golfo Persico non riguarda soltanto i Paesi direttamente coinvolti. Quando le rotte energetiche vengono minacciate, le conseguenze si propagano ben oltre la regione: aumentano i costi dell'energia, cresce l'incertezza economica e si amplifica l'instabilità internazionale.

È proprio qui che il film di Stone appare particolarmente attuale.

La scena centrale della War Room non è costruita attorno a grandi principi ideologici. Non parla principalmente di democrazia, diritti o libertà. Porta invece l'attenzione su un tema molto concreto: il controllo delle risorse strategiche.

Osservando le notizie degli ultimi anni, è difficile non notare come questioni energetiche, rotte commerciali e interessi geopolitici continuino a occupare un ruolo centrale nei conflitti contemporanei.

Da questa prospettiva emerge una riflessione importante: l'energia non è soltanto una questione economica. È anche una forma di potere. E quando il potere si intreccia con la sicurezza nazionale, il confine tra difesa, strategia e competizione geopolitica diventa sempre più difficile da distinguere.

Si entra così in una forma nuova di conflitto.

Non più guerre con un inizio e una fine chiaramente riconoscibili, ma crisi che si protraggono nel tempo, attraversando fasi alternate di escalation, negoziati, tregue e nuove tensioni. Conflitti che sembrano cambiare forma senza mai scomparire del tutto.

In questo senso, la frase pronunciata nel film – «non andiamo lì per andarcene, ma per restare» – assume oggi un significato che va oltre la provocazione cinematografica. Diventa una chiave di lettura della complessità del nostro tempo.

E arriviamo così all’Iran.

L'Iran, allora, non appare soltanto come un avversario o una minaccia, così come viene spesso presentato nel linguaggio politico. Appare piuttosto come uno snodo strategico in cui convergono interessi energetici, rotte commerciali, equilibri regionali e rapporti di forza tra le grandi potenze.

Forse è per questo che W. continua a far discutere. Non perché abbia predetto il futuro, ma perché ha cercato di mostrare alcune delle logiche profonde che influenzano la politica internazionale.

Una riflessione ulteriore: il costo umano della geopolitica

Tuttavia, esiste una domanda ancora più importante di quelle legate al petrolio, alle risorse energetiche o alle strategie delle grandi potenze.

Qualunque sia l'interpretazione geopolitica degli eventi, il prezzo più alto delle guerre continua a essere pagato dalle popolazioni civili.

Da Gaza all'Ucraina, dal Sudan ad altri scenari di conflitto, le immagini che arrivano ogni giorno mostrano città distrutte, famiglie spezzate, bambini privati della propria infanzia e milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case.

Di fronte a questa realtà, le discussioni sugli interessi strategici e sugli equilibri internazionali non possono far dimenticare una verità fondamentale: dietro ogni conflitto ci sono esseri umani che soffrono.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale si è spinto fino a discutere di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e, in alcuni casi, accuse di genocidio. Saranno le istituzioni e i tribunali competenti a stabilire le responsabilità giuridiche. Ma già il fatto che simili accuse vengano formulate dovrebbe rappresentare un serio motivo di riflessione per la comunità internazionale.

Quando la guerra colpisce sistematicamente la popolazione civile, il problema non riguarda più soltanto il destino di una regione o l'esito di uno scontro militare, viene messa in discussione la credibilità stessa dei principi di diritto, di giustizia e di tutela della dignità umana sui quali il mondo contemporaneo afferma di fondarsi.

Ed è qui che la geopolitica incontra il suo limite morale.

Una civiltà non si misura soltanto dalla sua potenza economica o militare. Si misura soprattutto dalla capacità di proteggere la vita umana, di difendere i più deboli e di impedire che la sofferenza di interi popoli venga considerata un inevitabile effetto collaterale della storia.

Forse, allora, la domanda finale è la più semplice e la più difficile di tutte:

se il mondo dispone oggi di strumenti diplomatici, giuridici e tecnologici senza precedenti, perché continuiamo ad assistere a tragedie umanitarie sempre più gravi?

Perché, alla fine, il vero banco di prova della comunità internazionale non è la capacità di vincere una guerra, ma la volontà di impedire che un essere umano venga privato della propria dignità, della propria casa, della propria famiglia e del proprio futuro.

La storia ci insegna che le grandi tragedie dell'umanità non si consumano soltanto per l'azione di chi le provoca. Troppo spesso diventano possibili anche per il silenzio di chi vede e non parla, di chi sa e preferisce ignorare, di chi si abitua all'ingiustizia fino a considerarla normale.

Quando la sofferenza di interi popoli viene osservata come una notizia qualsiasi, quando il dolore di migliaia di bambini perde la capacità di indignarci, quando la difesa degli interessi strategici conta più della difesa della vita umana, allora il problema non riguarda più soltanto la guerra. Riguarda la nostra stessa coscienza collettiva.

Nessuna ragione geopolitica, nessun interesse economico, nessuna strategia militare potrà mai restituire la vita a una vittima innocente.

Per questo la domanda che dovrebbe accompagnare ogni cittadino, ogni governo e ogni istituzione internazionale non è chi vincerà il prossimo conflitto, ma se avremo avuto il coraggio di riconoscere il male mentre si stava compiendo.

Perché il giorno in cui l'umanità smette di indignarsi davanti alla sofferenza degli innocenti, il pericolo non è soltanto la sconfitta del diritto internazionale, è la sconfitta della nostra stessa civiltà.7-11

Note

1 Oliver Stone on 'W.' Movie: 'I Don't Take Political Sides'.
2 Il film W. di Stone che anticipò guerra in Medio Oriente: "40% greggio passa a Hormuz, controlla l'Iran e controlli il mondo".
3 W.
4 Da Dagospia.
5 I chokepoint (colli di bottiglia o punti di strozzatura) sono passaggi geografici obbligati – come canali, stretti o valli – che canalizzano il traffico commerciale, energetico o militare.
6 Dealing with Iran: The Case for Talking.
7 Corte Penale Internazionale: Information for victims.
8 Nazioni Unite: Israel has committed genocide in the Gaza Strip, UN Commission finds.
9 Nazioni Unite: Human Rights Council. Sixtieth session.
10 Israel continues to commit genocide, atrocity crimes by deliberately targeting Palestinian children, UN independent commission finds.
11 UN-commissioned experts accuse Israel of targeting Gaza children, repeat genocide claim.