Nel progetto di Sergio Racanati, il viaggio attraverso la Colombia diventa un esercizio di relazione. Tra cosmologie indigene, memoria coloniale e crisi ecologica, Amazonia: relatos de abundancia ci invita a mettere in discussione una delle convinzioni più profonde della modernità occidentale: che il mondo esista per essere utilizzato.
Esiste un modo di guardare un paesaggio che precede quasi sempre ogni fotografia. Arriviamo in un luogo e, ancora prima di comprenderlo, cominciamo a trasformarlo in immagine. Cerchiamo ciò che riconosciamo, isoliamo ciò che ci sembra bello, attribuiamo significati. In qualche modo, lo possediamo.
È forse questo il primo gesto che Amazonia: relatos de abundancia di Sergio Racanati prova a sospendere. Non tanto raccontare l’Amazzonia, dunque, quanto accettare per qualche tempo di essere raccontati da essa. Il progetto nasce da una residenza diffusa compiuta dall’artista tra differenti territori della Colombia, dalla Guajira al Magdalena, attraversando Santa Marta, Minca, Palomino, Riohacha, Uribia e Barranquilla. Ma parlare semplicemente di viaggio sarebbe riduttivo. Racanati costruisce piuttosto una condizione di permanenza mobile, un essere continuamente in transito nel quale il luogo non costituisce lo sfondo dell’opera ma partecipa alla sua formazione.
È una distinzione importante.
Per secoli l’Occidente ha attraversato altri territori considerandoli soprattutto come qualcosa da conoscere, classificare, rappresentare, utilizzare. Esploratori, cartografi, antropologi, missionari, commercianti e artisti hanno prodotto immagini del mondo contribuendo contemporaneamente alla costruzione di un determinato ordine del mondo.
Guardare non è mai stato un gesto completamente innocente. E forse non lo è ancora.
La modernità ci ha abituati a pensare attraverso separazioni apparentemente evidenti: natura e cultura, individuo e comunità, umano e non umano, soggetto e oggetto. Da una parte ci siamo noi.
Dall’altra c’è il mondo.
Una divisione che ha prodotto straordinarie possibilità scientifiche e tecnologiche, ma che ha anche contribuito a costruire un rapporto essenzialmente strumentale con ciò che ci circonda. Se la natura è qualcosa di esterno all’essere umano, può essere osservata, misurata, trasformata e infine consumata.
L’esperienza raccontata da Racanati sembra invece muoversi nella direzione opposta. Durante la residenza l’artista riflette sul proprio «essere-in-relazione» con le persone incontrate, con le comunità, ma anche con i paesaggi naturali e antropizzati. L’opera che nascerà da questo percorso – un film d’artista – non viene quindi immaginata come un oggetto già definito che attende semplicemente di essere realizzato.
Deve poter cambiare. Deve lasciarsi contaminare. Deve, soprattutto, accettare la possibilità dell’imprevisto.
La residenza diventa così qualcosa di diverso dalla permanenza temporanea di un artista in un determinato luogo. Diventa un dispositivo relazionale. L’artista non arriva semplicemente per produrre qualcosa, ma entra provvisoriamente dentro una rete di rapporti che esisteva prima del suo arrivo e continuerà a esistere dopo la sua partenza.
Questa posizione comporta inevitabilmente una rinuncia. Quella al controllo. Il titolo del progetto contiene una parola apparentemente semplice: abundancia. Abbondanza.
Ma che cosa significa davvero essere ricchi?
Una delle immagini più potenti emerse durante il percorso colombiano è proprio quella di una natura straordinariamente rigogliosa attraversata contemporaneamente dai segni del consumo globale. La curatrice Manuela Gandini descrive nelle immagini di Racanati una vegetazione immensa che convive con merendine, plastica, benzina di contrabbando. Non c’è bisogno di costruire un set perché la contraddizione è già presente nella realtà.
Da una parte l’abbondanza biologica. Dall’altra la scarsità prodotta socialmente. È uno dei paradossi più profondi del nostro tempo.
Viviamo in società capaci di produrre quantità di beni che nessuna civiltà precedente avrebbe potuto immaginare, eppure continuiamo a percepirci come mancanti di qualcosa. Produciamo sempre di più perché desideriamo sempre di più, e desideriamo sempre di più perché l’intero sistema economico ha bisogno che ciò che possediamo non ci sembri mai sufficiente.
L’abbondanza, allora, smette di essere una quantità. Diventa una relazione.
Ed è proprio qui che l’incontro con le cosmologie indigene acquista un significato che va molto oltre qualsiasi fascinazione esotica.
Non si tratta di immaginare comunità incontaminate depositarie di una saggezza perduta. Sarebbe un’altra forma di colonialismo dello sguardo: trasformare l’altro nell’immagine rassicurante di ciò che vorremmo avere perduto.
Si tratta piuttosto di accettare che possano esistere modi differenti di organizzare il rapporto tra esseri umani, territorio, animali, piante, memoria e futuro.
A Uribia, nella Guajira colombiana, la questione diventa inevitabilmente politica.
In un territorio segnato dalla scarsità d’acqua, la difesa dell’identità delle comunità indigene è inseparabile dalla lotta per la terra e dal riconoscimento dei diritti territoriali. Ma la domanda «a chi appartiene la terra?» potrebbe essere rovesciata.
E se fossimo noi ad appartenere alla terra?
Il cambiamento sembra minimo, quasi soltanto grammaticale. In realtà modifica radicalmente la posizione dell’essere umano nel mondo. Possedere significa stabilire una distanza tra chi esercita il diritto e ciò su cui quel diritto viene esercitato. Appartenere significa riconoscere una dipendenza.
Ed è probabilmente proprio questa dipendenza che la modernità ha cercato a lungo di dimenticare. La crisi ecologica contemporanea ce la sta ricordando nel modo più traumatico possibile. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la desertificazione, l’inquinamento degli oceani non sono semplicemente una serie di emergenze ambientali separate tra loro. Sono anche il risultato culturale di un’idea: che l’essere umano possa esistere indipendentemente dalle condizioni materiali che rendono possibile la sua stessa vita.
Nel diario di viaggio di Racanati compare a un certo punto il cacao. L’artista raggiunge Buritaca, nei pressi di Palomino, nella Sierra Nevada, e visita una storica coltivazione. La pianta diventa occasione per entrare in contatto con un sapere nel quale coltivare non significa soltanto produrre.
Significa conoscere. Aspettare. Ascoltare. Prendersi cura.
Sono verbi sorprendentemente radicali nella società dell’accelerazione. Abbiamo costruito buona parte della nostra idea di progresso sulla riduzione del tempo necessario a compiere le cose. Più velocemente possiamo produrre, comunicare, viaggiare, acquistare, maggiore sembra essere la nostra capacità di controllare il mondo.
Una pianta, invece, impone il proprio tempo. Non può essere persuasa dalla nostra fretta.
In questo senso l’incontro con il cacao raccontato nel progetto possiede qualcosa di profondamente politico. Ci ricorda che non tutti i tempi sono disponibili alla nostra accelerazione. Esistono ancora processi che richiedono attesa.
E forse la cura comincia proprio quando accettiamo che qualcosa non possa essere accelerato. C’è poi una questione che attraversa inevitabilmente un progetto come Amazonia: relatos de abundancia: chi ha il diritto di raccontare chi?
È una domanda necessaria.
Ogni volta che un artista europeo entra in contatto con comunità segnate dalla storia coloniale, il rischio di riprodurre inconsapevolmente quella stessa asimmetria esiste. La macchina da presa può diventare uno strumento di ascolto, ma può altrettanto facilmente trasformarsi in uno strumento di appropriazione. Racanati sembra affrontare il problema scegliendo di indebolire la propria centralità.
Interviste, incontri, collaborazioni con artisti e artiste indigene e il confronto con esponenti del mondo culturale, politico e dell’attivismo costruiscono progressivamente un’opera che non pretende di essere la registrazione neutrale di una realtà.
Ed è significativo che durante la prima presentazione pubblica del progetto, alla Fondazione Pistoletto/Cittadellarte, non sia stata mostrata un’opera conclusa ma un moodboard: note audiovisive, frammenti, materiali etno-antropologici, riflessioni politiche.
Un’opera ancora incapace – fortunatamente – di pronunciare l’ultima parola. Uno degli aspetti più interessanti del progetto è infine il dialogo che prova a costruire tra Mediterraneo e cosmopolitiche indigene. Geograficamente sono mondi lontani. Storicamente, molto meno.
Il Mediterraneo è stato per millenni uno spazio di attraversamenti, migrazioni, commerci, conquiste, contaminazioni. Anche l’Amazzonia contemporanea non può essere compresa come un universo isolato dalla modernità globale. Le conseguenze del colonialismo, le economie estrattive, i flussi delle merci e le trasformazioni ambientali collegano territori apparentemente distanti. Non esiste più un «altrove» veramente separato da noi.
La plastica che appare in un paesaggio colombiano appartiene allo stesso sistema economico che attraversa Milano, Parigi o New York. Le risorse estratte da un territorio possono alimentare produzioni dall’altra parte del pianeta. Le conseguenze ambientali delle nostre scelte superano continuamente i confini politici attraverso i quali continuiamo a organizzare il mondo.
Forse è proprio questo uno dei significati più profondi dell’ecologia. Comprendere che non esiste un fuori.
Alla fine, Amazonia: relatos de abundancia sembra porre una domanda molto più vicina a noi di quanto la distanza geografica potrebbe suggerire.
Come vogliamo abitare il mondo? Non come vogliamo salvarlo.
La retorica della salvezza conserva infatti qualcosa della stessa presunzione antropocentrica che ha contribuito alla crisi: siamo ancora noi, gli esseri umani, a immaginarci al centro, prima distruttori e poi salvatori del pianeta.
La Terra probabilmente continuerà a esistere anche senza di noi. La questione è piuttosto quale tipo di relazione siamo ancora capaci di costruire con ciò che rende possibile la nostra presenza.
Forse per questo l’abbondanza evocata dal titolo non coincide necessariamente con il possesso. Può essere la capacità di riconoscere ciò che esiste. Una foresta. Una pianta di cacao. L’acqua. Una comunità. Un sapere tramandato. Il tempo necessario perché qualcosa cresca.
La possibilità di ascoltare qualcuno senza trasformarlo immediatamente in una nostra rappresentazione. Quando il film di Sergio Racanati sarà terminato entrerà nella collezione permanente del MAN – Museo d’Arte di Nuoro. Ma forse la parte più interessante del progetto resterà proprio ciò che difficilmente può essere conservato in un museo: l’insieme delle relazioni che ne hanno reso possibile l’esistenza. Perché abitare un luogo, anche temporaneamente, significa inevitabilmente essere modificati da esso. E forse abbiamo bisogno proprio di questo.
Non di imparare ancora una volta come trasformare il mondo. Ma di permettere, qualche volta, al mondo di trasformare noi.















