Giorgio De Chirico dipinge Canto d’amore nel 1914. Per cominciare, l’inventario degli oggetti: un guanto rossiccio di caucciù, segnato dall’usura, fissato con un chiodo a un pannello; il volto in gesso dell’Apollo del Belvedere che sporge dal pannello come un trofeo di caccia; una palla verde di pezza, cucita come un mappamondo, appoggiata su un ripiano scuro. Il pannello ha un profilo superiore inclinato ed è di un colore indefinibile tra il grigio e il verde; in basso, al centro, un chiodo proietta un’ombra lunga. A destra, dietro un muro di mattoni, passa una locomotiva sotto un cielo blu dove si aggira una nuvoletta; a sinistra, una fuga di portici scuri. Questo è tutto.
Tutto è evidente, tangibile. Ogni cosa è delineata con precisione. Non vi è alcuna ambiguità nell’elenco che è sotto i nostri occhi: tutte le cose sono rese perfettamente riconoscibili. Eppure, una strana inquietudine comincia a montare. Queste cose, che sembrano stare lì per fatti loro, paiono dirci qualcosa che non riusciamo ad afferrare. C’è qualcosa che non va.
La palla, il guanto e il volto di gesso sono attori tra loro estranei che, sospinti a forza sulla scena, si trovano a recitare un dramma di cui ignorano la trama. Hanno vissuto vite diverse, hanno frequentato ambienti diversi, niente li accomuna. Ognuno avverte la presenza ingombrante degli altri, ma non sa che farsene. Vorrebbero dire qualcosa, ma cosa? E gli altri capirebbero? Forse avrebbero una storia formidabile da raccontare, ma che senso avrebbe raccontarla a sconosciuti che non capirebbero. No, meglio tacere. Hanno una dignità da difendere. Ah, se ci fosse un umano a cui raccontare la propria storia. Sì, forse un umano li capirebbe, con gli umani hanno trascorso la loro esistenza. Ma qui gli umani non ci sono. Meglio tacere.
Gli umani non abitano quel mondo alieno che sta oltre la superficie del dipinto. Gli umani sono qui, in questo mondo, stupiti di assistere a un sortilegio: la sospensione del tempo e il contatto improvviso con il mistero delle cose in sé. Siamo franchi con noi stessi: noi umani le cose non le abbiamo mai capite fino in fondo, neanche con i più raffinati strumenti della scienza.
Quando abbiamo scavato a fondo nelle cose per cercarvi l’anima, come abbiamo fatto con la fisica dei quanti, abbiamo trovato un enorme spazio vuoto popolato da fenomeni che possiamo solo intuire interrogando gli astratti segni della matematica con cui tentiamo di descriverli. Ma fare di più ci era vietato, perché strappare quel velo di razionalità matematica steso sul mondo avrebbe potuto condurci alla follia. Così, per poter interagire con le cose, abbiamo dovuto renderle sensate, rivestendole della nostra logica, delle nostre certezze, dei nostri sogni; misurandole col metro dell’utile, del ragionevole e del funzionale; e avvolgendole in un bozzolo di significati maneggevoli, tali da renderle docili, sensate e rassicuranti compagne di vita.
De Chirico sa che stendere quel bozzolo di significati umani che avvolge il mondo è una necessità vitale, forse l’unica possibilità di sopravvivenza a nostra disposizione. Ma sa che è anche una maledizione: non possiamo che conoscere un mondo già modellato dallo sguardo umano, già reso antropomorfo dalle nostre attese.
Alla ricerca di una via d’uscita, intuisce che talvolta in quel velo si generano degli strappi. Talvolta, per qualche artificio o per qualche improvviso trasalimento, le cose perdono i contatti con le altre cose con cui si associano nel corso della propria esistenza, e, reciso il legame abitudinario, vengono trasportate in luoghi inconsueti, popolati da entità altrettanto spaesate, che hanno subito la stessa sorte. Si forma così una comitiva di apolidi enigmatici, di cose denudate dei propri rivestimenti di senso, private della biografia che gli umani hanno scritto per loro.
Ciò che vediamo nel Canto d’amore non sono le cose del nostro mondo. O, meglio, ciò che si offre alla nostra vista sono sì forme che ricordano oggetti familiari, ma che sembrano ormai essersi separate da noi. Che cos'è quell'oggetto rossiccio che si presenta come un guanto di caucciù? E quel gesso bianco che evoca il volto di Apollo e risveglia in noi la nostalgia di una bellezza smarrita? E la palla verde con cui, forse, abbiamo giocato nella nostra infanzia?
Sono come gli oggetti dei sogni: entità incongrue che pensavamo sepolte in una memoria perduta e che ora si rifanno vive per reclamare un diritto all'esistenza, come vecchi conoscenti riemersi da paesi lontani, il cui riconoscimento richiede uno sforzo di ricostruzione. Non li comprendo più. E in effetti stanno lì, in quell’altro mondo, e parlano una lingua sconosciuta di cui afferro solo sommessi bisbigli. Più li osservo, più si sottraggono, come se un velo ulteriore si aggiungesse al primo. Per mia disgrazia e per mio piacere, avverto solo una nenia incantatrice. C’è qualcosa di sacro nella vita silenziosa di quegli oggetti: una vita che solo nel sogno e nel recinto incantato dei giochi d'infanzia riesce ad esprimersi, l’evidenza insondabile di un altromondo che la ragione non riesce a nominare.
Non vorrei rompere con le mie pedanti riflessioni l’incantesimo del dipinto di De Chirico, ma cinquant’anni di frequentazione del pensiero complesso mi suggeriscono che Canto d’amore ci indica un modo per disvelare la ricchezza insospettata dell’esperienza quotidiana: sospendere lo sguardo distratto e superficiale delle abitudini e del risaputo. Non è facile perché le cose che vediamo ogni giorno posseggono una proprietà che i designer chiamano “affordance”, che potremmo tradurre come “disponibilità all’uso”. Il termine vuol significare che un oggetto suggerisce all’utente come può essere usato, senza bisogno di istruzioni o spiegazioni, perché le possibilità d’azione sono incorporate nella forma percepita dall’utente.
Ad esempio, la forma della tazza fornisce all’utente le seguenti istruzioni: il manico suggerisce “puoi afferrarmi qui”, il bordo “puoi bere da qui”, l’interno concavo “qui puoi versare un liquido”. Un altro esempio: la concavità del cucchiaio suggerisce “puoi raccogliere qualcosa”, il manico lungo “puoi impugnarmi”, l’orientamento dell’estremità “avvicina alla bocca”.
Tuttavia, le affordance delle cose non esauriscono le possibilità d’uso. Se sospendiamo la voce dominante delle cose, scopriamo che gli oggetti ammettono altre possibilità. Una tazza può diventare un piccolo vaso, un portamatite, un peso per tenere ferme delle carte o persino una campanella improvvisata se la si colpisce con un utensile. Il cucchiaio, a sua volta, può funzionare come cacciavite di fortuna, come leva per aprire un barattolo, come specchietto per guardarsi o come strumento per produrre suoni. Sono usi non suggeriti dalla forma, ma che emergono da uno scarto fertile tra forma e azione, uno squarcio di libertà che consente agli oggetti di diventare altro da ciò che dicono di essere.
De Chirico spoglia gli oggetti dalle relazioni che li rendono familiari e ce li mostra nudi, privati del reticolo che ne costruisce il senso. Il pensiero complesso compie il passo successivo: ci ricorda che le cose non esistono mai da sole, ma in un gioco di relazioni. Se cambiano le relazioni, cambia il loro significato.
Per questo la visione metafisica di De Chirico non è solo un esercizio estetico. È il punto di partenza per osservare il mondo in modo nuovo. Ci mostra, con la forza dell’arte, che una volta sospese le connessioni consuete il mondo appare nella sua fragilità e nelle sue possibilità. Sta a noi decidere quali nuove trame tessere. In fondo, modificare il mondo significa questo: costruire relazioni diverse da quelle che abbiamo trovato.















