La leggenda vuole che l’introduzione della tecnica di pittura ad olio avvenne ad opera di Jan Van Eyck, l’artista fiammingo famoso per la resa analitica dei suoi dipinti, di cui Il Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434) è la più famosa espressione, anche per l’elevato numero di dettagli di tipo misterioso ed esoterico presenti. Ottenuto con tecnica a olio, rappresenta sullo sfondo un paesaggio (specchio, finestre, vedute urbane) con minuzia quasi “fotografica”. Tuttavia, l’affermazione che lo vuole iniziatore di questa tecnica affascinante rimane nell’alveo della leggenda e non delle certezze, dal momento che la tecnica di pittura a olio pare abbia origini molto più lontane che risalgono addirittura all’antichità.
Il paesaggio rappresentato da Van Eyck, pur non essendo un paesaggio puro, segna un passo decisivo verso il naturalismo, e ad ogni modo, il suo contributo nell’aver esteso l’introduzione di questa tecnica a tutto il mondo della pittura fiamminga è innegabile. In Italia il primo artista a dipingere con tecnica ad olio fu nientemeno che Antonello da Messina, che guarda caso si era formato presso i pittori fiamminghi per poi rientrare in Italia.
Tuttavia, se la tecnica ad olio consentiva la resa dettagliatissima di paesaggi, anche di opere dalle dimensioni piuttosto contenute, utilissima per rendere luce, atmosfera e profondità, nella quasi totalità dell’arte pittorica fino alla metà dell’Ottocento, i paesaggi non sono mai il soggetto principale delle opere di cui fanno parte, siano esse di argomento religioso o ritratti, di carattere mitologico o ritraenti scene di caccia o battaglie, perché la sensibilità artistica per il paesaggio, si afferma in maniera autonoma solo molto più tardi, nel XIX secolo, momento nel quale assurge a vero e proprio filone della pittura, esattamente la pittura paesaggistica.
Ma qual è la caratteristica più sostanziale e allo stesso tempo la più inesplorata e che potrebbe a volte intaccare o compromettere un giudizio valoriale sulle opere che rappresentano quei paesaggi realizzati con precisione minuziosa e quasi microscopica, dipinti prima del 1841? Ebbene, quei dipinti erano realizzati in bottega, ovvero al chiuso, su tavola preparata; erano dunque costruiti, ottenuti tramite osservazione dal vero durante i viaggi, e sfruttando schizzi mentali o grafici, erano basati sulla memorizzazione ma ottenuti attraverso la rielaborazione in studio, nella quale gli elementi reali erano combinati in base alla sensibilità e al talento dell’artista, e i paesaggi erano pertanto immaginari sebbene credibili, dunque non veri ma verosimili.
I fiamminghi osservano la natura con attenzione straordinaria, ma i loro paesaggi minuziosi e dettagliatissimi non sono colti dal vivo. Dal Quattrocento, gli artisti usavano la pittura a olio con una tecnica lentissima e stratificata (velature), che possiamo definire ancora allo stadio primitivo: aveva tempi di asciugatura lunghi e difficili da gestire fuori dalla bottega o dallo studio. Il supporto poi era rigido, pesante e dunque non trasportabile. Di conseguenza, il paesaggio ha avuto per secoli solo una funzione riempitiva e simbolica (concetto che si può estendere un po’ a tutta l’arte non solo ai paesaggi), perché di fatto le opere non erano il risultato di impressione immediata ma di elaborazione meditata e riflessione ponderata. Ma quand’è che il paesaggio viene dipinto direttamente di fronte al soggetto?
La svolta epocale avviene molto tardi, in pieno Ottocento. Negli Stati Uniti, John Goffe Rand, ritrattista americano di inizio secolo XIX, nel 1841 porta a compimento un’operazione di portata straordinaria: brevetta il primo tubetto pieghevole per artisti, contenente colori a olio. La portata di questa invenzione fu rivoluzionaria e fu non solo di natura pratica e logistica.
Sebbene i primi paesaggi rappresentati fossero realizzati su tele di piccole dimensioni, perché i cavalletti erano molto pesanti da poterli trasportare con facilità, la possibilità di richiudere i tubetti dopo aver attinto alla quantità desiderata, rese accettabili i tempi di realizzazione di un dipinto, sia perché la miscela era già pronta all’uso e trasportabile in una piccola cassetta di strumenti, sia perché la chiusura col tappo impediva al colore di asciugarsi, di seccarsi e diventare inutilizzabile.
Diretta conseguenza del filone ispirato dal paesaggio intimo fu la nascita in Francia della comunità denominata “École di Barbizon” che raggruppava proprio quegli artisti che si proponevano di rappresentare il più fedelmente possibile il paesaggio naturale in cui amavano immergersi. Contemporaneamente, in tutte le manifestazioni artistiche si persegue l’obiettivo di rappresentare la realtà, tanto che si afferma la nuova corrente del Realismo, che, com’è intuibile già dal nome, mirava ad allontanarsi dall'ideale per avvicinarsi al quotidiano e all'immediato.
Il momento storico vede uno spopolamento delle campagne e il riversarsi nelle città a opera della società rurale, proprio quando gli artisti si riversano nelle campagne alla ricerca di ispirazione di stampo naturalistico, con l’obiettivo di ampliare i propri orizzonti, intesi non solo in senso metaforico. Essi poterono dipingere finalmente a cielo aperto, godendo della luce naturale e sperimentando in tutti i modi la sua “resa” attraverso la tecnica ad olio.
Il cielo, le nuvole, gli alberi, i laghi, le onde del mare, le montagne, i casali e le piccole case rurali furono rappresentate in innumerevoli espressioni e sensibilità. Di seguito anche le città furono plasmate, seppure a due dimensioni sul fondo di una tela, e restituite sotto la luce accecante delle vie innevate, i cieli tersi che fanno da sfondo ai leziosi ombrellini da sole delle dame parigine, i lampioni accesi nelle vie notturne tra carrozze tirate da cavalli, e l’alta borghesia che si diletta nei pomeriggi sereni nei picnic sulle rive della Senna.
In altre parole, possiamo affermare senza timore di essere smentiti, che senza i tubetti a olio di John Goff Rand, l’Impressionismo di Renoir, Monet, Sisley, Manet, solo per citare i più clamorosi, non sarebbe esistito. Le pennellate sono brevi, rapide, visibili e materiche, finalizzate a catturare la luce dal punto di vista pratico, riescono al tempo stesso nell’operazione di fissare per sempre sulla tela l’impressione che l’artista trae dalla contemplazione del paesaggio, divenuto nel frattempo e finalmente soggetto. Non solo: i tocchi dovevano essere veloci per fermare nell’en plein air ciò che in natura si verifica con rapidità, ossia il carattere mutevole della luce, la sua fugacità, che si modificava nel giro di qualche ora e che dunque imponeva all’artista di inseguirla con altrettanta rapidità.
L’impressione dunque, non la linea, non le campiture piatte, nette, di colore: piuttosto pennellate di colori primari puri, accostati secondo i principi dello spettro cromatico di scomposizione della luce, sotto forma di macchie, che viste a distanza si fondono, oltrepassando la superficie fisica dello spettatore, fino a colpire la retina che le restituisce al cervello e dunque alla percezione umana in forme armonicamente organizzate e chiare, da risultare a volte accecanti. Il resto è storia.
Dall’Impressionismo, ai Macchiaioli, all’immenso Van Gogh che trasforma il paesaggio in espressione materica del suo stato d’animo perennemente inquieto e sofferente emotivamente e psicologicamente, fino a Corot e Turner che interpretano la romanticissima Venezia in maniera del tutto soggettiva intima e pur sempre rivelatrice di uno stato d’animo, la pittura paesaggistica assurta dunque a genere artistico di grande dignità, oggi, nell’epoca in cui tutto diventa concetto e performance, rievoca un’epoca che non esiste più, e produce ancora nello spettatore, l’effetto rassicurante di orizzonti passati, purtroppo passati.















