Tornando una sera a casa, al termine di una giornata piovosa in cui avevo lavorato all'immagine del gatto che, dall'ultimo gradino di una scala di pietra, sta per balzare dall'ombra profonda di un baobab verso la luce assoluta del meriggio mediterraneo, mi ero trovato oltre il gocciolante finestrino dell'autobus, dritto all'altezza del viso, il lampeggiare iridescente e assurdo di un'enorme palma al neon. Questa inquietante apparizione segna l'inizio di una nuova sequenza intitolata La Creazione, ottenuta ritagliando dai cieli notturni della città le immagini al neon plasmate a imitazione delle forme della natura e delle invenzioni dell'uomo e segna pure l'inizio di una difficile crisi, di una pausa creativa durata oltre tre anni, di un periodo di silenzio e di peregrinazione nell'affascinante problema dell'esistenza, da cui è maturata una svolta decisiva nella mia vita e nella mia fotografia.
(Giovanni Chiaramonte, Terra del ritorno. Jaca Book, 1989)
Viasaterna è lieta di presentare Alight, mostra monografica dedicata a Giovanni Chiaramonte (Varese 1948 – Milano 2023) — a cura di Luca Fiore in collaborazione con Archivi Giovanni Chiaramonte — che riunisce 75 opere fotografiche il cui il tema portante è la luce, soggetto stesso della singola immagine. L’esposizione propone alcune delle immagini più note dell’artista e fotografie inedite. Per la prima volta verrà esposta integralmente la serie La creazione/Neon del 1975 — dettagli di insegne al neon colorate, riprese con un teleobiettivo stampati a getto di inchiostro —, e verrà riproposta un’importante serie del 2001, Di-Stanze, dedicata al racconto di Villa Panza a Varese e della sua collezione.
Qui, dopo averla conosciuta negli anni Settanta, incontrare di nuovo l’opera di Dan Flavin — artista americano i cui neon hanno segnato la storia del minimalismo in arte. In quell’occasione Chiaramonte scopre che Panza aveva pensato le stanze che ospitano le opere di Flavin come una camera oscura. Ed è così, confrontandosi nuovamente con il neon e con i suoi effetti sulla percezione dello spazio, che Chiaramonte torna, ventisette anni dopo, alla suggestione della Creazione e a tutte le sue implicazioni: ombra, oscurità, proiezione, immagine, la genealogia stessa della fotografia.
Tutte le opere provengono dal nucleo di fotografie presenti negli archivi personali oltre che dai materiali conservati da Giovanni Chiaramonte e Alight rappresenta il primo di una serie di attività che riguardano la valorizzazione dell’intero suo lascito artistico.
La mostra Alight ripercorre la carriera di Chiaramonte seguendo il binomio luce/ombra, che attraversa tutti i suoi lavori, secondo una prospettiva che ha basi teologiche, per cui il male è assenza di bene così come il buio è assenza di luce. La luce come metafora del principio creatore è un fondamento della cultura occidentale: nei primi versetti della Genesi è la prima cosa che Dio chiama all'esistenza. L'originalità di Chiaramonte sta nell'aver tradotto quel fondamento in immagini, in un momento, gli anni Settanta, in cui la fotografia, alla luce delle esperienze dell’arte concettuale, rinunciava a rappresentare il mondo a viso aperto. Anni in cui l’artista frequenta Paolo Monti, Luigi Ghirri e Arturo Carlo Quintavalle; si confronta con Adriano Altamira, Gianfranco Pardi, Emilio Tadini e con Giuseppe Panza di Biumo, e le opere della sua collezione, soprattutto con quelle di Robert Ryman e Dan Flavin.
Ed è proprio all'incipit biblico che è legata una delle prime sequenze fotografiche di Chiaramonte: La Creazione/Neon, presentata alla Galleria d’Arte Moderna di Modena nel 1975. I soggetti de La Creazione sono dettagli di insegne al neon colorate, riprese con un teleobiettivo, mentre l’esposizione calibrata sulla luce dei neon rende lo sfondo completamente nero, isolando le figure; le stampe, allora, sono Cibachrome da diapositiva 35mm. La sequenza torna pochi anni più tardi nell’Enciclopedia pratica per fotografare (Fabbri, 1979), dove Arturo Carlo Quintavalle collega i neon di La creazione/Neon all’opera di Dan Flavin.
Nel 2016, Chiaramonte insieme allo stampatore Mario Govino, riprende in mano le diapositive originali per digitalizzarle tutte e stamparle a getto d'inchiostro: rispetto al Cibachrome, il processo digitale consente più gradazione nelle ombre e un contrasto governabile, un risultato che Chiaramonte considera più fedele al proprio intento di quanto lo fossero state le stampe di allora. In mostra è esposta quella stampa integrale della serie.
In un testo biografico e programmatico contenuto in Terra del ritorno (Jaca Book, 1989), l'artista ripercorre, a oltre un decennio di distanza, il senso di quel lavoro, racconta la folgorazione di un incontro con un’enorme palma al neon, che, insieme a una serie di altre immagini – frecce, aeroplani, una casa, la silhouette di un gatto, un orologio, i visi avvicinati di un uomo e una donna, per citarne alcuni, – che sono, come ne scrive Chiaramonte, segnali di una civiltà che ha perso il senso del mistero della vita e che non è più in grado di rappresentare il mondo.
Le immagini che risalgono al periodo compreso tra il 1980 e all’inizio degli anni Duemila, scelte per la parte centrale di Alight, sono tratte dalla serie in parte inedita Paesaggio italiano e dai volumi Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce. Chiaramonte ha spesso accostato il suo uso della luce a quello di Tarkovskij, che riprendeva la concezione bizantina di splendore divino. A questa idea, tuttavia, il fotografo aggiunge la sua sensibilità di cristiano occidentale, che riesce a far convivere la luce assoluta con le ombre che essa produce, tenendo insieme questi aspetti complementari di cui è fatto il tessuto della vita quotidiana e la fotografia stessa.
Le fotografie in mostra sono esposte per dittici e trittici secondo scelte curatoriali che hanno ritrovato temi ricorrenti nell’opera di Chiaramonte, ma anche nella storia della fotografia. Come ad esempio il topos dell’ombra proiettata (di un albero o di una architettura) e il raggio di luce che lacera l’oscurità.
Particolarmente significativa è l’immagine scattata dall’interno dell’orco nel Parco dei mostri di Bomarzo. Il fotografo si mette dentro il buio di una mente in cui la luce entra solo dall'esterno: è il momento in cui ci si volta e si vede, per la prima volta, l'entrata della caverna di Platone. "L'accostamento con l'autoritratto inedito, in cui Chiaramonte fotografa la propria ombra", afferma il curatore Luca Fiore, "rivela la sua posizione umana e artistica: il fotografo agisce nell'ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce, o come illuminazioni improvvise della Grazia. L’immagine realizzata a Bomarzo è davvero un manifesto di poetica dell’artista, che si pone sulla soglia della scoperta della realtà del mondo, una scoperta resa possibile dall’azione della luce. Un’azione misteriosa, capace di velare e svelare allo stesso tempo".
L'ultima sezione della mostra presenta tredici fotografie tratte da Di-stanze, la sequenza che Chiaramonte realizza nel 2001 alla Villa Panza di Biumo, ed espone l'anno seguente alla Galleria San Fedele di Milano. Non è una campagna di documentazione: è il tentativo di fare della macchina fotografica uno strumento critico, di costruire cioè un'opera d'arte che sia allo stesso tempo un atto di critica, e che ha per oggetto la villa di Varese insieme alla collezione che ospita, l'architettura e il parco insieme alle opere concepite per quegli ambienti, in particolare quelle di Dan Flavin. È qui che il percorso di Chiaramonte incrocia di nuovo quello dell’artista americano, ventisette anni dopo i neon de La creazione. Nelle scuderie il fotografo nota dei piccoli fori aperti nelle pareti delle stanze di Flavin e chiede al collezionista a cosa servano. Panza gli risponde scherzando: se qualcuno si sentisse oppresso da quello spazio, potrebbe andare lì a guardare fuori. Chiaramonte non si accontenta della spiegazione, esce dall'edificio e scopre che le finestre verso l'esterno sono state oscurate con degli specchi. A quel punto capisce che quelle stanze, con la loro unica apertura puntiforme, sono a tutti gli effetti delle camere oscure, e chiede che i neon vengano spenti. Nel buio, sulla parete opposta al foro stenopeico, si forma l'immagine capovolta del paesaggio esterno alla villa: luce, foro stenopeico, proiezione, immagine. La genealogia stessa della fotografia, ritrovata dentro un'installazione minimalista che sembrava averla congedata.
Nelle immagini dedicate agli ambienti di Robert Irwin e James Turrell tornano gli stessi topoi delle stanze precedenti, l'ombra proiettata e il raggio che lacera l'oscurità, come se il fotografo riconoscesse negli artisti americani della luce le figure di una storia che era già la sua. Il riconoscimento è più evidente che mai nella fotografia del taglio di luce della Varese room (1976) di Maria Nordman, una lama sottile che apre il buio dell'ambiente: è la stessa linea di luce che apriva La creazione, la prima immagine della sequenza.
















