La quiete comincia spesso dove il rumore interiore non è ancora finito. A volte affiora quando il mondo attorno ti sta ancora parlando, quando il conflitto non si è ancora sciolto, quando i pensieri ricorsivi della giornata non hanno ancora deposto le loro spine sul tavolo della sera, quando il frastuono non si è placato del tutto.

A volte quella quiete dolce inizia prima che scompaia il brusio. Inizia dentro. Inizia altrove, in un altrove a te ignoto. Inizia in un punto più segreto e più nudo: là dove qualcosa di fragile dentro di te smette di contrarsi e contorcersi contro ciò che accade.

La quiete rappresenta un gesto di benevolenza minimo, leggero e immenso: una diversa qualità di presenza, di stare, che tiene lontane le decorazioni dell’estetica e gli orpelli dell’apparire che hai costruito con la mente. Prende spazio nel tuo ego quando rimani a terra senza diventare come la pietra delle Dolomiti, senza indurire il tuo cuore. Ovviamente sgranando il rosario di questi ragionamenti, siamo già in contatto con le contraddizioni della vita, con tutti i paradossi e con tutte le ambiguità che alcuni et-et sanno contenere e rivelare. Essere in quiete significa infatti spesso ricercare rimanendo in equilibrio dinamico e instabile (e la ricerca nega le certezze).

Andate in pace, andiamo in pace

La parola pace porta con sé, etimologicamente, una memoria antica di patto, di accordo. Il sostantivo, caro a tutte le persone perbene che non vivono di critiche continue al mondo, deriva dal latino pāx, vicino a pangĕre, ‘fissare’, ‘stabilire’, ‘concordare’. La pace, già nella sua radice, rappresenta un accordo che resiste al fluire del tempo, un confine riconosciuto, un palo piantato nel suolo come i milioni di pali conficcati nel fango che sorreggono da secoli i palazzi veneziani. È più facile riconoscere la pace nei trattati di cui leggi sul giornale, nelle strette di mano, nei contratti sottoscritti, nelle formule solenni con cui gli esseri umani provano a trattenere la violenza fuori dalla porta. La quiete, invece, è meno ufficiale e più carnale, più legata al corpo: si vede in una mascella che cede di qualche millimetro, in una spalla che si arresta dal suo vorticare, in una mano che smette di fare pugno, nello sguardo che non cerca più un bersaglio, in una frase che rinuncia al ringhio prima ancora di diventare parola. Anche con la parte più scheggiata e sbrecciata di noi stessi, la quiete impara a non aggiungere guerra alla ferita.

Perché torni la quiete serve tempo, servirà tempo. Ma tornerà.

La stessa parola quiete viene dal latino quies, che significava riposo, calma, tregua, e perfino neutralità e dunque sospensione dell’urto, respiro concesso alla vita perché possa ricomporsi. Nella sua ombra, nel suo opposto, vive l’inquietudine, ovvero ciò che non trova posto, ciò che non riesce a sedersi dentro di sé.

La quiete non coincide con il silenzio

La quiete riguarda ciò che ti si placa dentro, a prescindere da ciò che ascolti fuori. Una camminata notturna e solitaria tra le calli di una Venezia senza turisti può essere silenziosa e il cuore continuare a discutere con una voce di ieri. Al contrario, puoi passeggiare alle Zattere, in una riva gravida di strepiti, di richiami, di schiamazzi, di clangori dei motori delle barche che scivolano sul canale della Giudecca e sentirti dentro il petto le onde calme della serenità. La quiete fa cambiare il modo in cui ascolti il mondo, fa cambiare il modo in cui lo ausculti.

Il silenzio può esserti imposto; la quiete no. Il silenzio può nascere dalla paura, dalla censura, dalla stanchezza, dalla solitudine, dalle frasi rabbiose o dal timore dell’esplodere di frasi rabbiose. La quiete nasce da un’adesione più sottile: non hai bisogno di coprire tutto con la tua reazione, con un sentimento reso manifesto. Puoi lasciare che una frase risuoni in te prima di rispondere. Puoi ascoltare il rumore senza trasformarlo in nemico o aggredirlo con la più becera delle volgarità.

Le tradizioni contemplative lo sanno: il silenzio vero è ascoltante, auscultante, come quello dei monaci del deserto che cercavano nella preghiera una diversa posizione della loro anima.

Anche silenzio ha una genealogia istruttiva: il latino silentium, di probabile origine onomatopeica, con un sssss che ti risuona lieve nelle orecchie come un sussurro, indica una sospensione, una pausa in cui qualcosa viene trattenuto per un po’, per qualche attimo, perché possa maturare. Il silenzio senza quiete è una porta chiusa; la quiete senza silenzio è una finestra aperta, anche nel frastuono.

Il respiro come ritorno alla misura

Il respiro è il più umile dei maestri. Lo conservi dentro. Entra ed esce. Tutto qui. Ma in questo tutto qui si nasconde una sapienza enorme: la tua vita procede per scambio non utilitaristico (sottolineo, non utilitaristico) in un in e in un out. Nell’inspirare ricevi; nell’espirare restituisci. Ricevere dal mondo, restituire al mondo. Ogni singolo respiro ti ricorda che trattenere tutto è impossibile e forse anche ingiusto. La quiete comincia quando il respiro smette di essere un automatismo e diventa un ritorno consapevole alla misura, che per te è anche rispetto.

Il latino spirare ci porta verso il soffio e nella stessa famiglia di suoni incontriamo spirito, ispirazione, aspirazione. Come se la nostra lingua che deriva in gran parte dalla lingua parlata dagli antichi romani sapesse già che respirare non è solo scambio d’aria ma relazione con ciò che ci anima.

Non occorre appartenere a una scuola meditativa per comprenderlo. Basta un momento qualunque: prima di rispondere a una mail difficile, prima di entrare in una stanza, prima di pronunciare una parola che potrebbe ferire per sempre la persona che hai di fronte. Un respiro. Non risolve tutto. Ma impedisce a tutto di risolversi in reazione immediata.

C’è una fraternità nascosta nel respiro. Quando due persone riescono a parlarsi senza sopraffarsi, accade una piccola sincronizzazione del soffio: l’una non occupa tutto l’ossigeno dell’altra. La pace del dialogo nasce anche qui, da un’ecologia minima dell’aria condivisa che significa anche degli spazi condivisi.

La luce delle cose minime

La quiete ama i luoghi appartati. Talvolta preferisce una tazza lasciata sul tavolo del terrazzino che si affaccia nella corte silenziosa, la luce della luna che si stende morbida sul letto, il rumore di passi nella calle che porta lì, nel sestiere di Cannaregio, la pagina di un libro annusato, letto e sottolineato, il chiarore caldo della lampada di sale che occhieggia dal comodino. Le cose minime possiedono discrezione. E garbo. E benevolenza. Stanno. E, proprio perché stanno, insegnano a stare. Una foglia di gelsomino caduta nel grande vaso colmo di terra può essere più convincente di un trattato, se la guardi con lo stato d’animo dell’accoglienza.

La contemplazione nasce spesso da questa fedeltà al piccolo. L’haiku, la piccola poesia giapponese composta di soli tre versi, non ha bisogno di spiegare il cosmo: basta una rana, uno stagno, un suono d’acqua. Tre versi, tre idee, tutto qui. La quiete è ciò che ti accade dentro quando smetti di chiedere alle cose di essere altro da ciò che sono.

La parola attenzione viene da ad-tendere, tendere verso, tendere da qui a lì anche se il lì ancora non sai cosa sarà. Nella quiete questa tensione si presenta come un'inclinazione dolce. Tendi verso una cosa come porgi l’orecchio a una musica lontana, ai tuoi cantautori, al tuo Pachelbel, al tuo Vivaldi. Il piano inclinato della vita ha un inizio e ha una fine. A te, a me, a ciascuno di noi, il compito di illuminarlo perché il tendere sia verso il bene.

Il corpo quando smette di difendersi

Prima di essere un pensiero, la quiete è un modo del corpo. Il corpo ci parla continuamente, incessantemente. Sta a noi ascoltarlo, riconoscere i segnali di tensione e i segnali di rilassamento. Il corpo ha una memoria di ferro, ricorda gli abbracci e ricorda anche il ringhiare scomposto. Quante volte il tuo corpo resta in guerra quando il pericolo è finito? Quante volte continui a portare l’armatura in cucina, in ufficio, in palestra di yoga per cercare di difenderti dall’aggressività che ti è stata scaricata addosso?

Il corpo è archivio e sentinella. Conserva frasi dette e non dette, paure sedimentate, antiche necessità di protezione. Per questo molte pratiche contemplative non cominciano dall’idea, parola connessa al vedere, ma dalla postura, parola sorella del porre, dal latino pōnere, cioè ‘porre’, ‘collocare’. Lo zazen, che ho praticato nel monastero Sanbōji di Berceto (Parma) e in altri centri zen, chiede una schiena vigile e morbida. La pratica dello yoga è di per sé un’attenzione data ai movimenti del corpo, agli scarti minimi, alle posizioni che si susseguono in armonia come nel flusso del fiume che continua a scorrere nonostante non sia più vicino.

La quiete passa dalla carne perché la vita è prima incarnazione e solo dopo pensiero ed elaborazione della mente, anche se la mente stessa tende a mettersi al primo posto sgomitando contro tutto e tutti per avere la primazia.

Il corpo è un’unità complessa, un sistema complesso, non è una somma di organi. Quando assume una postura consapevole, dice il modo in cui siamo posti nel mondo. Non esiste pensiero che non abbia una postura né conflitto che non lasci una traccia nei muscoli e nelle spalle. Ora, con consapevolezza, lo so. E posarsi, talvolta, è il primo verbo della guarigione.

I pensieri visti da lontano

La mente produce pensieri come il mare produce onde. Ciò che ti fa stare male, ciò che ti fa soffrire non sono le onde ma i tentativi che talvolta fai di volerle fermare.

Essere in stato di quiete comporta una la distanza gentile che ti permette di vedere un pensiero senza diventarne immediatamente servitore. Ecco una preoccupazione. Ecco un ricordo sgradevole. Ecco una fantasia di controllo. Ecco un giudizio travestito da lucidità. Vederli passare, come appunto le onde che increspano il mare, significa non consegnare loro il governo di te.

Il buddhismo osserva il sorgere e lo svanire dei fenomeni mentali. L’Advaita Vedānta domanda: chi è colui che osserva le onde? Per la sapienza orientale antica, tu sei altro rispetto ai tuoi pensieri e sei altro rispetto alla tua stessa mente.

La parola pensiero rimanda al pesare, al valutare, al dare peso, al ponderare. Nel pensare, nella sua forma più nobile, troviamo l’immagine della bilancia con due bracci, che soppesa il mondo senza deformarlo. L’inquietudine pesa tutto con una bilancia che possiede un’asta che oscilla vorticosamente intorno al fulcro. La quiete lascia che i bracci accettino la loro essenza. Pensare diventa allora un atto di misura, non un mulinello.

Un piccolo monastero dentro la giornata

Non tutti possono ritirarsi in un eremo (è un privilegio e un’esperienza da compiere), ma ciascuno può aprire un piccolo monastero dentro la propria giornata. Non serve separarsi dal mondo per compiere questa apertura. Basta creare una stanza interiore portatile: in treno, davanti al computer, prima di una telefonata, tra due commissioni, mentre si passeggia per andare a prendere un caffè con i colleghi e le colleghe. Non servono muri per edificare il monastero: basta decidere di non entrare in ogni situazione con tutto il proprio disordine in mano.

Una micro-liturgia può essere sufficiente: un minuto al risveglio per chiedere al corpo come sta; un minuto a metà mattina per raddrizzare il respiro e renderlo più consapevole; un minuto prima di una conversazione difficile; un minuto dopo per lasciare che l’eco si depositi; un minuto alla sera per ringraziare qualcosa di concreto. Cinque minuti non cambiano il mondo, ma cambiano il modo in cui il mondo entra in noi. E questo, talvolta, è già moltissimo.

Monastero, che in origine significava ‘luogo della solitudine’ o ‘luogo di chi vive separato dal mondo’, deriva dal greco antico mónos, ‘solo’, laddove questa solitudine rappresenta un’unità raccolta: diventi capace di non disperderti in mille frammenti e integri il molteplice. Un piccolo monastero nella giornata è dunque un luogo in cui torniamo uno nella nostra colorata molteplicità e nei nostri molteplici colori.

Stare con ciò che non si chiude

Non tutte le ferite guariscono quando lo decidiamo. Non tutte le domande trovano risposta entro il tempo che avevamo previsto. Non tutti gli addii sono uguali e gestiti all’insegna della civiltà e del rispetto. La quiete ci insegna ad abitare anche nelle schegge che hanno generato traumi senza esserne distrutti. C’è una quiete che nasce dalla capacità di non trasformare l’irrisolto in identità. Quella è la quiete da cercare con pazienza, con i tempi che la vita riserva agli esseri umani, con la lentezza con cui certe verità diventano passo dopo passo sopportabili.

La parola pazienza deriva dal latino patientia e dal sostantivo greco pathos e porta dentro di sé il verbo patire: non nel senso di subire tutto, ma di saper attraversare ciò che non si lascia risolvere subito. C’è una pazienza vile, che rinuncia a vivere, ma c’è una pazienza forte anche se ferita, quasi artigianale, che resta accanto alla materia difficile finché non rivela la sua venatura. La quiete appartiene a questa seconda specie, rende lo sguardo capace di osservare.

Guardare senza prendere

Mi è capitato di conoscere uno sguardo predatorio che trasforma tutto in uso: una persona in funzione, una vicinanza in carta patinata da esibire, un paesaggio in immagine da possedere, un dolore in argomento, un desiderio in progetto, un’emozione espressa con grazia in terreno di scontro furente. La quiete educa un altro sguardo possibile, quello di chi vede senza prendere. Guardare un volto senza colonizzarlo con le interpretazioni e con i giudizi sferzanti sempre mossi da critiche. Guardare un albero senza farne subito metafora di noi stessi. Guardare un dolore senza affrettarsi a correggerlo. La pace profonda comincia quando il mondo non è più soltanto materiale per il nostro io, al contempo smisurato e sbrecciato.

Nello zen, venga benedetta questa filosofia, il fiore non è un pretesto per pensare al fiore: è il fiore stesso, con i suoi petali, la sua corolla, il suo stelo.

Quando lo contempli consenti al tuo sguardo di posarsi sul fiore senza pensarlo con l’attivazione della mente. Il verbo italiano ha origini antiche; deriva da con-templum e il templum era lo spazio ritagliato nel cielo o sulla terra per osservare i segni. Contemplare, dunque, significa delimitare uno spazio di attenzione in cui qualcosa ti possa parlare senza essere immediatamente usato. La quiete è questo tempio portatile dello sguardo che non considera prede le altre persone.

Essere finalmente dove si è

Forse tutta la quiete conduce qui: essere finalmente dove si è. Non altrove, non dopo, non quando tutto sarà sistemato, non nella vita parallela che la mente costruisce per consolarsi della vita reale o per desiderare un meglio nemico del bene. Qui. In questo corpo, in questa stanza ornata dal drappo rosso, con questa luce, questa età, queste domande, questi limiti, queste ferite da suturare, questi sorrisi da elargire, questi amici con cui cenare, queste persone belle con cui vivere l’interessenza. La quiete affiora allora come una coincidenza con il tempo e con il luogo che ci è dato.

La quiete più ambiziosa è quella che riusciamo a portare in noi quando riapriamo gli occhi dopo aver dormito sul letto o sul divano. Davanti a una persona concreta. Dentro un lavoro concreto. Nel passeggiare lento per quella calle o quella fondamenta, nel disaccordo che non è conflitto, nella stanchezza, nella gioia imperfetta di una giornata qualunque fatta di piccole cose e di minuscoli gradevoli dettagli. Essere dove si è significa smettere di chiedere al presente di scusarsi perché non assomiglia alle nostre fantasie. Il presente non è sempre gentile, ma è l’unico tempo che ci è concesso dal cielo perché noi possiamo diventare gentili, con noi stessi e con le persone che ci stanno accanto per alcuni tratti di vita.