Il rapporto tra l’avere o meno una qualche forma di speranza e l’essere disperato o speranzoso non sembra argomento su cui si possa discutere o quanto meno parlare. Questi atteggiamenti, infatti, sono - o sembrano? - non tanto opposti oppure intimamente legati quanto logicamente, e quindi consequenzialmente, uno figlio dell’altro!
Non ci sarebbe perciò alcuna alternativa praticabile, ma nemmeno teorica, al credere o non credere al possibile cambiamento delle cose. In parole davvero povere, manca la terza possibilità, quindi, a seguire, tutte le altre, perciò nessuna ennesima opzione!
Più precisamente, i due atteggiamenti, diametralmente opposti, contrappongono chi non crede che le cose possano cambiare a seguito del nostro operato - motivo per cui più di qualcuno li chiama fatalisti - con chi auspica, anzi crede (!), che le stesse non possano che modificarsi, ovviamente migliorando, pur non essendoci alcun motivo - appunto - credibile perché ciò avvenga, specie se dovesse dipendere da noi. Non si comprende, infatti, il motivo per cui - nel variare - le cose non potrebbero invece peggiorare… esattamente come succede a tutti coloro che vogliono essere originali a tutti i costi e finiscono - semplificando molto - tra i peggiori invece che tra i migliori.
Attenzione, però, stiamo rivolgendo l’attenzione a chi chiama in causa la speranza quando tutte le risorse sono esaurite: le nostre, in primis, ma non solo queste, e valgono anche quelle a cui potremmo comunque “razionalmente” far ricorso!
Certo, però esaurite queste, ovviamente senza il raggiungimento del risultato sperato, che altro possiamo fare? Questo è il momento in cui “saltano” tutti i principi e la razionalità va a nascondersi. Molti di noi, non riuscendo ad accettare il normale accadere delle cose, cosa non facile se siamo ad un passo dalla tragedia, si aprono anche a ciò che probabilmente hanno osteggiato per tutta la vita. L’esempio più ovvio è quello della salute: di fronte a malattie incurabili c’è chi le accetta, preparandosi alla “prematura dipartita”, in alcuni casi perfino cercando di accelerarla, altri invece provano di tutto, maghi compresi. Come possiamo non comprendere la grandezza dei primi? Allo stesso modo non dobbiamo condannare gli ultimi!
In un certo senso, tutt’altro che risibile, sono proprio quelli che normalmente consideriamo “disperati” a buttarsi a capofitto sulla speranza, il che è una contraddizione di termini, ma umanamente non possiamo non ammettere ed anzi comprendere questo atteggiamento.
Non desidero inimicarmi nessuno ed accetto quanto proviene da tutti coloro che si trovano in situazioni assolutamente difficili, quelle in cui anche chi dovrebbe esserci di aiuto si dichiara incapace di esserlo, per cui ci trova assolutamente privi di risorse. Questo è il momento in cui di solito scatta la ricerca dell’irrazionale, a sua volta non solo non logico ma -appunto- umanamente comprensibile.
Un freddo analista, come potrebbe essere chi scrive qui ed ora, non può non mettere in risalto come l’aspettarsi avvenimenti da noi indipendenti può essere considerato normale ma non lo è, e non lo può essere. Ritenere che questi non possano che essere positivi, ovviamente quanto meno per noi, ma soprattutto accadere in modo del tutto autonomo è un grosso limite.
Tutto ciò è ovviamente illogico, perché - ammesso di riuscire davvero a condizionare qualcosa e/o qualcuno - se nulla succede a seguito dell’operato nostro o di chi si è attivato per noi, ciò che “capita” può essere di ogni tipo: quanto auspichiamo, qualcosa del tutto ininfluente ma anche l’indesiderato, per non dire temuto.
Ripeto: massimo rispetto per coloro che sono stati colpiti da malattie oggi incurabili, meno per chi ha ritenuto che si potesse uscire dalla recente pandemia semplicemente auspicandolo…
Uno sguardo distaccato su che cosa potrebbe suggerirci? Credo che il passo avanti da compiere sia quello basato sulla consapevolezza. Il termine è forse perfino abusato, nello specifico caso però nessun altro vocabolo o concetto può rappresentare in modo migliore la presa di coscienza che ciascuno dovrebbe mettere in atto. È facile? Non direi… anzi, aggiungerei che non lo è in nessun caso!
Allo stadio più “elementare” si dovrebbe ammettere che il biglietto della lotteria, che abbiamo acquistato nella speranza, appunto, di vincere poco o tanto ma provare questa emozione, non può essere la soluzione ai nostri problemi ma nemmeno migliorare la nostra condizione.
Non è necessario scomodare gli esperti che lavorano a Stanford o ad Harvard ma nemmeno chi studia il rilascio di sostanze che producono in noi l’appagamento ed ancor meno i medici che curano le ludopatie, la cosa è assai semplice da comprendere razionalmente, il contrario dal punto di vista dei diretti interessati, che a fronte di una spesa generalmente sostenibile coltivano un sogno… quindi: perché non farlo?
Ad esempio, sulla base di quanto qui si afferma, la più piccola consapevolezza dovrebbe condurli altrove… con risultati migliori, tangibili e non.
Ovviamente con le “macchinette-mangia-soldi” il discorso non è troppo diverso, semmai aumenta - di molto! - l’intensità e la gravità. Se consideriamo che nemmeno viene fatto uso dei pulsanti per cercare di aumentare la probabilità di vincita ma solo si inserisce alla massima velocità possibile il denaro nella fessura, che altro resta da aggiungere? Forse che a conti fatti solo pochi - le sparute eccezioni che confermano la regola - sono in attivo, la maggior parte vince uno (e gode alla più non posso) ma perde dieci, cento o mille (e fa finta di nulla, raccontando solo la modestissima vincita come un successo planetario, forse sperando che gli altri giocatori, ancora più sfortunati, subiscano un attacco di invidia).
Pure in questo caso un uso più accorto delle proprie risorse non consentirebbe un maggiore successo? Meglio sognare di viaggiare tutta la vita e non farlo o fare ogni tanto un viaggetto, più modesto ma reale? In altri termini: auto-bugiardo al bar (e sconsolato a casa) o consapevole in auto, treno, nave o aereo (e diretto verso mete non leggendarie ma reali)?
Le scritte “andrà tutto bene” appese su finestre e terrazze in piena pandemia le ricordo solo io? Quale il senso se non l’autoconvincersi di ciò che ci avrebbe fatto comodo?
Un accenno alla religione, non una in modo specifico, ma l’idea, il principio, di chi sposa la causa dell’imponderabile, è inevitabile: non siamo anche in questo caso in presenza di teorie consolatorie? Il sacrificio in questa vita finalizzato ad un futuro migliore, di cui peraltro non abbiamo molte notizie, non configura di nuovo il tema della speranza?
Infine, nell’inevitabile crescendo, come non affrontare, di nuovo, il tema di chi è colpito da malattie gravi, se non addirittura considerate incurabili, e che molto spesso si aggrappa - di nuovo - alla speranza. Perché quando tutto sembra non poter dare i frutti desiderati - neanche la sola sopravvivenza - sembra che non resti che affidarsi all’imponderabile…
Mi si dirà che non sono umano, però insisto nell’affermare come, pure di fronte alle peggiori situazioni, sia meglio non mentirsi allo specchio ma accettare -razionalmente e consapevolmente - la situazione. Questa nostra cultura, limitata al punto da puntare solo al nostro immediato compiacimento, ha nascosto aspetti fondamentali, come il comprendere che da dove siamo giunti dovremo tornare, convinti, invece, di essere immortali! Infatti, pure quando tutto va in questa direzione non resta che negarlo, appoggiandosi all’irrazionale, perché solo questo ci consola… Non può essere - certo, è sicuro - ma lo voglio pensare… perché mi conviene!
Il tema è quello dell’illusione, in cui sono maestri gli imbonitori, dai venditori senza scrupoli ai politici più agguerriti, qui però alle promesse impossibili da mantenere dobbiamo necessariamente sostituire una razionale presa di coscienza: accettare quello che succede, anche - anzi soprattutto - quando più che non esserci comodo e nemmeno consolatorio al contrario addirittura ci condanna.
Molti preferiscono la versione più facile, è quanto meno comprensibile, lo abbiamo già indicato, e che importa - dicono loro - se tutto ciò non ha alcun riferimento alla realtà?
Sicuramente non scomodiamo filosofi, quelli veri ma ancor meno quelli autoproclamati..., e ancor meno ci interessano, sia chiaro, senza giudizio alcuno, figure religiose di ogni tipo, politici, sindacalisti ed altri arringatori di folle ma nemmeno i giornalisti, troppo spesso ridotti a semplici polemisti e soprattutto saccenti e tuttologi, cui risulta impossibile non spiegare tutto a tutti, magari facendolo in bar dopo l’ennesima consumazione!
Dietro molte teorie - pretenziose e non - si riaffaccia, quanto meno nel nostro argomentare l’educazione filoreligiosa, che da sempre assegna un grosso ruolo alla speranza. Vero che non vi è prova dell’esistenza o dell’inesistenza di qualcosa di ultraterreno, che altrimenti non sarebbe tale, ma neanche di quanto si vorrebbe “provante” qui in terra, sicuro però che dare valore a teorie capaci di impostare l’intera esistenza risolve più di un problema. Innegabile però come ciò comporti rinunce che possono essere anche grandissime… chi lo dice - meglio ancora se lo spiega - a coloro che hanno trascorso tutta la vita inseguendo qualcosa che non è mai arrivato?
Si dirà che “la speranza è l’ultima a morire”, il che però implica che tardi, forse troppo, comunque anche questa spirerà… La domanda-esempio è perciò inevitabile: se non abbiamo alcuna possibilità di vincere questa guerra o comunque superare questa prova, non sarebbe conveniente ritirarsi? Si tratta di salvare la vita o “solo” la dignità, non proprio poco, nemmeno nel secondo caso!
Contro questa scelta, tutt’altro che scellerata, gioca, infatti, un ruolo determinante proprio e di nuovo la speranza, che ci fa muovere, letteralmente spingendoci, contro ogni forma di razionalità. Sia chiaro che non si tratta di essere rigorosi in ogni ambito fino a diventare paranoici, ma capire cosa significa e può comportare il provare un test da impreparati, un sorpasso azzardato ed a crescere fino al proprio annullamento nel nome di un principio superiore completamente “astratto”!
Il senso di questo breve testo è proprio suggerire, senza la pretesa di avere ragione e neanche che non vi sia alternativa praticabile, come a queste “esagerazioni” possa essere contrapposta, a parere di chi scrive con successo, non la citata razionalità, i cui limiti a molti dovrebbero essere “razionalmente” chiari, ma, come scrivevamo in apertura, la consapevolezza.
Serve coraggio? La risposta è sì, come tutte le volte in cui si cerca la verità e l’autenticità, concetti tanto spiattellati e proclamati quanto disattesi, spesso proprio dai paladini della cosa… Quanti ritengono che si debba sempre dire la verità ed avere un comportamento in perfetta sintonia col proprio sentire? Tanti, ovvio, meno però, anzi molti meno, quelli che alla più banale delle obiezioni sul loro dire e fare mantengono la coerenza di facciata…
Stiamo affrontando temi al limite della banalità, figurarsi se ci inerpichiamo su qualcosa di più serio, per non dire di drammatico! Se però affrontiamo la cosa in un modo diverso e, finalmente, prendiamo le cose - e noi con esse - per quello che sono e siamo, tutto cambia. Sicuro, perché le cose “sono” quello che noi riteniamo che siano, dopo che abbiamo proiettato sulle stesse le nostre “aspirazioni”, tanto per non scrivere le, a questo punto solite, “speranze”.
Il cambio di paradigma proposto non è la cosa più difficile ma nemmeno la più facile, ma una persona assennata e che non abbia vissuto inutilmente, se non altro imparando dai propri errori, motivo per cui i giovanissimi sono esentati, non dovrebbe evitare di raccontarsi allo specchio -in particolare a quello virtuale/mentale- dicendosi cose non vere?
La consapevolezza non dovrebbe nemmeno essere indicata, esattamente come neanche i terrapiattisti negano la forza di gravità! Invece la dobbiamo richiamare per porla a guida e bersaglio di ogni nostro ragionamento e delle azioni conseguenti.
Accettare quello che non ci fa comodo è tutt’altro che facile, è una capacità che appartiene solo alle figure forti, non fisicamente ma mentalmente, niente palestrati quindi…
Utile potrebbe essere comprendere una volta per tutte chi sono coloro che lucrano su questa fragilità, spesso condannati per il reato di abuso della credulità popolare, il che qualcosa dovrebbe farci capire!
Infine, potremmo considerare come tutto abbia un limite, che nel tempo si sposta ma di volta in volta rappresenta il momentaneo invalicabile. Non lo possiamo superare ma, in generale, capiamo quanto siamo al di sotto di questa “linea” e come pertanto abbiamo modo di portare ognuna delle nostre attività, da soli o con l’aiuto di qualcuno e/o qualcosa, ad un livello maggiore. Questo è esattamente il contrario dello sperare!
Nessun periodo storico ha potuto disporre di così tante opportunità, in tutti i settori...














