Ci si sente liberi, padroni della vita, più vivi che mai.
Dove sarebbe questo posto? Ma è realmente un posto, o l’effetto di una droga, magari il senso di pienezza alla fine di un grande sforzo, la scalata di una vetta impervia? Che cosa si nasconde dietro questa profonda padronanza di sé?
Per arrivarci è necessario attraversare un film denso e problematico, teso come il bianco e nero che lo incornicia, senza lasciare scampo alle distrazioni. È l’11 settembre del 1973, il giorno del golpe fascista in Cile, il giorno dell’assassinio di Salvador Allende e dell’avvento del regime del generale Pinochet. Io me lo ricordo, ricordo la notizia che, come al solito, rasentava la superficie delle cose, l’indignazione e forse, di lì a qualche giorno, la scoperta che non avrei mai voluto fare. Gli echi della condanna di molti Paesi democratici, la retorica dei distinguo, la sordida regia degli Stati Uniti che, sui golpe organizzati nell’ombra, hanno sempre dato lezioni a tutti.
Ricordo il nome di un generale, Altamirano, che secondo altre notizie aveva raccolto intorno a sé una parte di esercito fedele ad Allende e stava marciando sulla capitale per strapparla dalle mani dei golpisti. L’illusione intarsiata in un nome così nobile e altisonante. E poi il silenzio che calava sulla scena di Santiago, il sudario di uno stadio che s’inondava di sangue.
Hangar Rojo è la notevole opera prima di Juan Pablo Sallato. Lui a Santiago ci è nato, e basterebbe questo, anche se poi a ispirarlo è stata l’autobiografia di Fernando Villagran.
Mi ha colpito la lucidità chirurgica con la quale segue il capitano Jorge Silva in quel giorno di scelte ineludibili. Ex capo dell’intelligence militare, campione di paracadutismo, ufficiale dell’aeronautica con un precedente non trascurabile: tre anni prima ha salvato il presidente Allende da un attentato, certificando così il momento più alto dei propri ideali politici.
La sera prima del golpe comanda ancora una base di addestramento dell’aeronautica a Santiago e non risponde alle assillanti domande di una giovane recluta a cui dà un passaggio. Ormai ha diluito il suo passato con una dose massiccia di distacco professionale e non lascia spazio alle rievocazioni del suo leggendario coraggio sollecitate dal ragazzo. Il tempo, che secondo i fisici non esiste, ha tuttavia la costanza di un roditore e con gli ideali ci va a nozze. Silva si è indurito e non sapremo il perché. Solo quando rientra a casa da sua moglie mostra una dolcezza e una fragilità insospettabili.
Le sue antenne hanno già registrato l’incombere della catastrofe: le strade deserte, i negozi chiusi che stupiscono il giovane soldato giunto dalla provincia con l’aspettativa di vedersi cirdato dalle luci notturne della grande città. Il resto non si fa attendere. La mattina dopo è già tutto fatto. Nonostante una telefonata dei vecchi compagni di un tempo che lo sollecitano a stare all’erta e unirsi a loro, nonostante un timido tentativo di dissuadere sua moglie, che insegna storia all’università, dal recarsi al lavoro, il capitano Silva porta la sua faccia scolpita nel senso del dovere fino alla base.
Onore a Nicolas Zaràte che non la lascia mai incrinare da alcuna emozione e tuttavia riesce a farci sentire quello che vi scorre dietro con una maiuscola prova di attore.
Le novità non si fanno attendere: i camion scaricano soldati sconosciuti e armati che s’installano insieme al nuovo comando. La routine di un colpo di Stato procede con l’occupazione degli spazi, la scacchiera del potere funziona così. L’alfiere nero della sciagura è il colonnello Jahn, che è stato esule per tre anni negli Stati Uniti dove ha ricevuto i rudimenti della macelleria. Altra faccia e altro attore di peso. Ha un conto aperto con Silva, è lui che a suo tempo lo ha fatto condannare e allontanare dal Paese. Ma ora le cose sono cambiate. La rivincita con il suo rivale si gioca in un hangar adibito a luogo di raccolta e di tortura per i dissidenti, soprattutto giovani, che a ondate vengono scaricati al campo dopo il rastrellamento.
Ed è una scelta perfetta della regia che a guidare uno di quei camion ci sia proprio la giovane recluta che poche ore prima salutava il suo arrivo al campo con l’idealismo del neofita alla conquista del sogno di diventare un paracadutista.
Il secondo viaggio che compie insieme a Silva per trasportare un gruppo di studenti già interrogati e torturati fino al mattatoio dello stadio, ha un sapore molto diverso. Il capitano, rieletto da Jahn a membro dell’intelligence solo per mettere alla prova la sua tenuta e logorarlo psicologicamente, deve affrontare la resa dei conti con la propria coscienza, tra passato e presente, e decidere da quale parte stare.
È qui c’è il nodo cruciale di questo film, la sua necessaria attualità. Ci si può sottrarre alla domanda, se si ha coscienza di una situazione che sta mettendo alla prova la nostra integrità di esseri umani? Qualcuno potrà dire che ci troviamo in un momento storico diverso, e certamente è vero; i termini della scelta non sono così stringenti, in una parola: non c’è la nostra sopravvivenza in gioco.
Ma è davvero così? Non è la scappatoia che si cerca per rinviare la decisione? Non sono forse sufficienti gli indizi che si registrano intorno a noi per giungere alla conclusione che se la nostra pellaccia è ancora al sicuro, chissà per quanto poi, siamo di fronte ad una realtà che chiede con urgenza una scelta di campo? Possiamo continuare a fingere che un genocidio a cielo aperto non ci riguardi, che una sequenza incontenibile di violazioni del diritto internazionale sia roba da telegiornali, che basti un clic sulla tastiera dei social per assolvere il proprio compito? Serve davvero un dibattito su se farlo con una pubblica esibizione o meno? Sarà ora di cambiare disco?
Non ho dimenticato di precisare quale sia stata la scoperta che feci nei giorni successivi al golpe cileno. Venni a sapere che solo un Paese non aveva troncato i rapporti diplomatici con il regime di Pinochet: la Cina. Come, la Cina? Ma sei sicuro? Sì, proprio quel crogiuolo rivoluzionario di riferimento che faceva sbandierare libretti rossi alle manifestazioni di protesta in nome di un mondo più equo e riempiva la bocca di eminenze intellettuali della “gauche”, insieme al fumo delle loro Gitanes bleu. E perché, se è lecito chiederlo? Perché le miniere di rame del Cile alla Cina facevano gola al punto di non poter rinnegare accordi commerciali già firmati. Quindi non c’era da interrompere un bel niente. Punto.
Forse anche io, e molti altri con me, eravamo alla guida di quel camion, come la giovane recluta del film. Gli occhi abbagliati da un’idea del mondo e di noi stessi che non aveva nulla a che fare con la realtà. Per questo stavamo sempre a chiedere a qualche eroe eletto a nostro modello come ci si sente lassù.
Ci si sente liberi, padroni della vita, più vivi che mai.















