Antoine Doinel potrebbe essere amico suo. Dell’alter ego di François Truffaut, uomo di cinema che mette in vetta alla lista dei venerati, Carlo Pasquini ha lo sguardo malinconico e acuto. Si capisce che, come Doinel, gli sembrava difficile trovare un posto giusto nel mondo. Però l’ha trovato. Grazie al compositore Hans Werner Henze e, naturalmente, a sé stesso. Dal Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ad altri palcoscenici, Pasquini è regista, librettista, scenografo, costumista. Ha dimestichezza con gli indovinelli, perché ci ha scritto anche un’opera, Die Drei Rätsel, e gli sarà facile rispondere a qualche domanda.

Die Drei Rätsel è stata ripresa, a oltre vent’anni dal debutto, nella Stagione scorsa della Deutsche Oper Berlin.

Rätsel in tedesco vuol dire enigma, ma Boosey & Hawkes che l'ha editata l’ha chiamata I tre indovinelli. L’opera nacque nel 2003. Detlev Glanert, che è di Amburgo, ma abita a Berlino, ha una sessantina d'anni e ormai una carriera molto avviata, è stato uno degli allievi di Henze (che insegnava composizione al Conservatorio di Colonia), e arrivò a Montepulciano con il suo maestro. Lo conobbi e, quando ebbe una commissione dall’Opernhaus di Halle per un'opera che doveva riguardare bambini e adulti, mi chiese se mi andasse di scrivere il libretto. Gli dissi subito che non ne avevo mai scritti. Glanert mi promise aiuto e propose due fiabe di Carlo Gozzi: io ne scelsi una che assomiglia alla Turandot, ma rovesciata.

È la donna che deve indovinare?

Sì, se indovina verrà tagliata la testa al protagonista, questo giovane che si presenta alla corte del regno di Busillis dove la follia impera, se invece accade il contrario, lei lo sposerà. Menomale che l'abbiamo scritta più di 20 anni fa perché sennò sembrerebbe piena di riferimenti all'attuale situazione politica americana: alla Casa Bianca c’è proprio una manica di pazzi.

Il Cantiere di Montepulciano ci chiese un'anteprima in italiano e il teatro dell'opera di Halle ci dette il permesso.

Ormai sono 23 anni che Die Drei Rätsel circola. Un successo. Più di cento rappresentazioni in tutta la Germania, comprese piazze importanti come Amburgo, Francoforte, Berlino. Poi in Francia, nella Svizzera tedesca. L'unico posto dove non è stata più rappresentata è l’Italia. Quando Gastón Fournier-Facio venne nominato direttore artistico del Regio di Torino, l’aveva messa in programma però poi dette le dimissioni…

A Montepulciano non si è mai parlato di riallestirla?

Mai. Forse capiterà in futuro, non lo so. Il Pollicino di Henze, con libretto di Giuseppe Di Leva, è andato in scena due volte.

Artisticamente ti senti figlio del Cantiere, figlio di Henze?

Più di Henze, che ho continuato a frequentare anche dopo. Quando lui venne a Montepulciano avevo 20 anni. Stavo per incominciare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, quindi era il cinema la mia chiave di volta.

Sai benissimo come funziona a Montepulciano: c’è l’incontro fra professionisti e abitanti. Per cui Henze mi disse: ah, sono contentissimo, sei il primo giovane che mi viene presentato e puoi cominciare a lavorare domani. E io: sì, sì, non ci sono problemi, ma cosa devo fare? E lui: ah, una cosa fantastica, vai al Teatro Poliziano, sono già iniziate le prove, ti presenti a un signore che è il regista, Sandro Sequi, e fa Il turco in Italia di Rossini. E io: che devo fare? E lui: mah, potresti fare il direttore di scena. E io: è troppo bello, ma non so nemmeno cosa fa un direttore di scena. E lui: non è problema, basta che sali sul palcoscenico e ti rivolgi al macchinista più anziano, vedrai che sa tutto. Poi ci sarò anch’io, ci sarà l'aiuto regista, insomma, il lavoro si impara.

Il classico caso del ragazzino buttato nell’acqua profonda: o nuotare o affogare. E qualche tempo dopo, il giorno della strage di Bologna, ti toccò un importante compito.

Era il 2 agosto del 1980, Pollicino andava in scena in prima assoluta al Teatro Poliziano e il Comune voleva che si annullasse per lutto nazionale, come tutti gli spettacoli in Italia, per rimandarlo, magari al giorno dopo, ma Henze si impuntò e disse che sarebbe stata una mancanza nei confronti dei tanti bambini che ci lavoravano da mesi e che dovevano offrirsi al pubblico anche in una giornata tremenda. E incaricò me di fare l’annuncio.

Quanti anni avevi?

Ventiquattro. Avevo fatto tutti i Cantieri, fin dal primo nel ’76, ma, nel frattempo, ero riuscito a entrare al Centro Sperimentale. Da Firenze mi ero trasferito a Roma. E da Roma andavo spesso a casa di Henze a Marino.

Sei poliziano?

No, io sono dell'Isola d'Elba perché sono nato a Montevarchi.

Scusa, come fai a essere elbano se sei nato nel Valdarno? Un altro indovinello?

(Ride n.d.r.) Ti spiego: la mamma voleva a tutti i costi partorire in Continente, all’Elba l'Italia si chiama il Continente. Per cui ci trasferimmo dai nonni ad Arezzo affinché la mamma partorisse. Partorì e ritornammo subito all'Elba, così la mia infanzia l'ho vissuta su un’isola. Ho una formazione di mare, poi a 6 anni sono andato in un posto meraviglioso, del quale non avevo mai sentito parlare: Bagni di Lucca. Le prime vere amicizie le coltivai lì.

Infine il babbo fu trasferito a Montepulciano e mi spostai con la famiglia.

E ci sei rimasto?

Solo perché c'era il babbo. Mia mamma morì che io avevo 13 anni in un modo tragico, soffriva di depressione.

Si percepisce che in te riecheggia una tragedia, anche osservando i tuoi post sui social.

Non sapevo fosse lampante.

Lo è.

Il babbo mi disse: “Guarda, la mamma… si è tolta la vita”. Non piansi per tre giorni. Ero paralizzato e mi sentivo in colpa.

Non hai mai abbandonato Montepulciano per tuo padre, ma hai vissuto anche altrove?

A Milano cinque anni, a Roma quasi 20 anni, in due riprese. Poi mi sono innamorato di una ragazza tedesca che era venuta con un’amica scenografa al Cantiere. Doveva finire l’università, quindi presi baracca e burattini e mi trasferii a Berlino per 3 anni. Decidemmo di ritornare in Italia dopo la sua laurea, in una città che mi potesse offrire delle opportunità di lavoro. Però intanto avevamo casa a Montepulciano… Un anno dopo le arrivò l’offerta del Conservatorio di Colonia di dirigere un’accademia musicale che avrebbe aperto in un palazzo storico poliziano e siamo ancora lì.

Fammi dire che la cosa che sempre mi ha più colpito in mia moglie è la bontà.

C’è una regia che rifaresti?

Sì, Il favoloso cincinnato, tratto da un piccolo romanzo di Vladimir Nabokov: Invito a una decapitazione. Mi venne bene, tanto che Nico Garrone lo recensì su Repubblica. Insomma, mi dette una certa sicurezza. Il problema è che a Montepulciano si lavorava poco e con pochissimi soldi, quindi io cercavo sempre di trovare e di proseguire i contatti che già avevo con Roma, con Milano. Per esempio Giuseppe Di Leva, che avevo conosciuto a Montepulciano nel primo Cantiere, mi aiutò tantissimo, quando mi trasferii a Milano, perché lui faceva parte dell'ufficio cultura del Comune e mi presentò subito le persone giuste.

Mauro Bolognini?

Finito il Centro Sperimentale, cominciai a lavorare nel cinema come assistente, ma quel mondo del lavoro non mi piaceva rispetto al poco teatro che avevo fatto con Henze a Montepulciano, così chiesi al grande costumista Piero Tosi di aiutarmi nella prosa o nella lirica. Mi presentò a Bolognini, ci rimanemmo simpatici. E dopo un paio d'ore di chiacchiere Bolognini mi disse che sarei andato a Ravenna per mettere in scena la sua Butterfly, una classica ripresa. Fu veramente una prova del nove per un ragazzo con pochissima esperienza rapportarsi con un direttore d’orchestra e coi cantanti, che se non vogliono fare una cosa è inutile che insisti perché non sei nessuno. Andò bene e per cinque anni continuai a fare l'assistente di Mauro all’opera, in quel periodo non girò film.

Adesso?

Alterno copioni già esistenti, da Shakespeare ai testi contemporanei, con delle scritture mie. Abbiamo appena portato in giro uno spettacolo della scrittrice piemontese Valentina Diana che ha avuto un bel riscontro, La palestra della felicità. A fine agosto debutto con SIK-SIK, l'artefice magico di Eduardo de Filippo. Sto finendo di scrivere un nuovo spettacolo che si chiamerà, credo, Noi siamo confusi per sei attori e una ballerina. Però lo prepariamo con pochissimi soldi, al solito. È davvero problematico. E non solo a Montepulciano.

Noi siamo confusi, si riferisce al periodo storico o è una questione interiore?

Quando insegnavo teatro al liceo di Montepulciano avevo raccolto 30-40 fra ragazzi e ragazze e quando lasciai l’incarico scrissi a quelli con più talento per formare una compagnia e nel periodo della pandemia, quando il Ministero sospese le esibizioni e noi avevamo appena fatto l’antigenerale, uno di loro se ne uscì con questa frase. E io risposi: “Perché siete confusi? Continuate a fare quello che fate sempre. Lavorate, studiate, non durerà in eterno e ci ritroveremo.”

Hai una sensibilità accentuata, una tristezza di fondo, e hai appena compiuto settanta anni.

Proprio ieri al cinema ho visto Lo straniero di Ozon. Avevo molto amato Camus al liceo, ma mi aveva messo in crisi il fatto che affrontasse il problema della morte senza tanto girarci intorno. Tuttavia ero giovane, andai avanti. Adesso il pensiero arriva. Soprattutto perché ho assistito mio papà per 5 anni, sono figlio unico e sua moglie l'aveva lasciato quando lui aveva avuto un ictus.

L’ho visto, piano piano, sfiorire sia fisicamente sia mentalmente; ho visto la sua sofferenza, il suo desiderio di morire nei momenti di sconforto. Quindi è come se, in qualche modo, avessi vissuto già la vecchiaia e l'avvicinarsi della morte. La prima cosa che penso ogni mattina al risveglio è la morte. Il grande dispiacere di lasciare la vita.

Perché anche se, come tutti, ho avuto le mie sofferenze a partire dal suicidio della mamma e tante altre vicende brutte, ho avuto anche cose meravigliose: la fortuna di conoscere l'ambiente musicale e teatrale al quale mi introdusse Henze.

Per me fu una scoperta d’oro: ero il tipico giovane che seguiva la musica rock, anche se non quella deteriore, e non capivo come potesse esistere ancora l’opera dove un personaggio per dire una frase corta la fa lunga un mese. Ho visto le manovre, i trabocchetti, le invidie, le gelosie, in qualsiasi teatro sia andato. Però, nonostante questo, e senza voler squalificare nessun lavoro, io non avrei mai potuto fare l’impiegato con l'orario fisso.

Descrivi Henze?

Aveva una personalità complicata. Era molto incoraggiante, specie con i giovani. Si circondava di persone fantastiche. Fausto Moroni, che è stato suo segretario-amante per tantissimi anni e che morì prima di lui, era una persona adorabile. Però Henze poteva essere stronzo perché metteva al primo posto lo spettacolo e le tue esigenze non contavano.

Che vuoi comunicare al pubblico?

Il teatro comunica umanità. In tutte le sue sfaccettature: dalla tragedia più disgustosa ai momenti rari di felicità e di raccordo con il mondo.

La soddisfazione enorme è quando arrivi a percepire la sintonia con il pubblico, ma ancora più bella per me è la soddisfazione di lavorare con gli attori giovani, tra i 20 e i 30, perché li adoro. Io soffro con loro e non li tratto mai male perché so la fatica che fanno. Probabilmente agli inizi della carriera anch'io mi sono lasciato andare a qualche sfuriata, ma ora che mi sento il mestiere in mano non potrei mai più fargli sorgere il dubbio che siano incapaci e umiliarli. Anche se vedo quello che non voglio vedere, ci passo sopra e dico che mi piacciono.

Un film, un libro ai quali torni sempre col pensiero?

Sono cresciuto cinematograficamente adorando François Truffaut: i suoi film e il suo carattere umano che, anche se non l'ho mai conosciuto, traspaiono dalle interviste. Per me resta il massimo. Di scrittori ne ho amati tanti. Però quando arrivai a scoprire Nabokov… Lolita è il suo libro più famoso perché aveva fatto scandalo, ma tutti i suoi romanzi sono eccezionali e funzionano anche dal punto dell’intreccio, ma la scrittura è fantastica in assoluto. Purtroppo l’ho letto in italiano e non nell’originale inglese. La maggior parte dei libri li ha scritti in inglese e poi, col figlio Dimitri, che era un cantante, li hanno tradotti in russo.

Ci salutiamo con i registi prediletti?

Ho adorato Ronconi e Bob Wilson. Sono troppo “giovane” per aver visto una regia di Visconti. Di recente mi ha colpito Der junge Lord, opera di Henze, allestita da Daniele Menghini al Maggio: fu uno spettacolo bellissimo che, infatti, ha vinto il premio Abbiati.