Perché un autore dotato, ben connesso e culturalmente vitale come Arthur Calder-Marshall è rimasto, fino a poco tempo fa, ai margini della memoria collettiva — un autore dalla formazione raffinata, dagli incredibili legami con Hollywood, con una carriera in bilico tra capolavori e opere sottocelebrate. Il carattere sfuggente e al contempo pioneristico della sua opera ha, forse, precluso a Calder-Marshall la stessa presa sul pubblico di altri autori britannici del Novecento.
Uno dei titoli centrali, dai quali dovrebbe partire la riscoperta dell’autore, è The Way to Santiago (pubblicato nel 1941), che un recente articolo di Mary Kaminsky descrive come “un ibrido potente tra thriller di spionaggio, mistero, avventura e noir”. Ambientato in Sud America, poco dopo la guerra civile in Spagna e allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il romanzo segue le vicende del reporter inglese Jimmy Lamson, impegnato a scoprire l’assassino di un collega giornalista. Nel corso della narrazione il protagonista attraversa un universo “da backlot hollywoodiano”: cantine sinistre, palazzi luccicanti, ferrovie diroccate, strade sterrate popolate da figure ambigue — belle donne, sicari pronti al colpo e gentiluomini inglesi.
La materia narrativa di The Way to Santiago deriva dall’esperienza personale di Calder-Marshall: l’autore aveva viaggiato attraverso l’America Latina durante una pausa di sei settimane da un incarico cinematografico per la Metro-Goldwyn-Mayer (MGM). È dunque una “missione” ibrida: reportage, finzione, avventura e ironia. È proprio questa natura che forse ha reso complicata la collocazione di Calder-Marshall nello schema rigido delle etichette letterarie.
Uno degli snodi più affascinanti della vicenda è il legame che il romanzo ebbe con Orson Welles. Il giovane regista lo propose per un adattamento cinematografico, sentendolo vicino alla propria visione, ma quel film non vide mai la luce. Nel concepire l’opera, Welles alterò personaggi, trame e pesi narrativi — in alcuni casi, ridusse o eliminò intere figure per adattarle alla sua interpretazione; in un caso, sostituì un personaggio con un ruolo pensato da lui. Questa “riscrittura”, seppure intrigante, probabilmente non rese giustizia alle complesse figure uscite dalla penna di Calder-Marshall, per rendere giustizia alla quale sarebbe stato necessario uno spavaldo gioco del destino.
Nel 2020, infatti, l’attore che interpreta Welles nel film Mank (di David Fincher), ovvero Tom Burke, è nipote di Calder-Marshall. Burke ha affermato di aver appreso casualmente del legame solo dopo aver accettato il ruolo — suo nonno, spiega, non ne parlava spesso. Questo incrocio meta-biografico aggiunge un tocco quasi mistico all’intera vicenda: annodando arte, fato e memoria familiare.
Il romanzo The Way to Santiago non è però l’unica tessera di un mosaico complesso. Calder-Marshall proveniva da un ambiente intellettuale notevole: fu studente a Oxford, frequentò intellighenzia di alto profilo, come Stephen Spender, John Betjeman e Isaiah Berlin, e alcune sue amicizie e relazioni editoriali gli permisero di muoversi agevolmente tra i circoli letterari del tempo.
Fu anche coinvolto nel mondo cinematografico: con la moglie Ara, con la quale formava una coppia elegante e dallo charme hollywoodiano, collaborò con la MGM (in parte scrivendo soggetti) fino a quando gli eventi bellici e la vita nella Los Angeles hollywoodiana non li costrinsero a fuggire dalla “città dove le persone sembravano belle come il cibo ma si rivelavano insipide”.
In più, Calder-Marshall era regolarmente “opzionato” da Hollywood. James Mason fu tra coloro che manifestarono interesse per il romanzo Occasion of Glory, con l’intento di realizzare una regia — progetto che non si realizzò mai.
In campo letterario, uno dei suoi primi romanzi fu Levy, che ricevette una recensione molto lusinghiera dal New York Times, definendolo dotato di “qualità notevole”. In risposta, l’editore Jonathan Cape gli offrì un contratto per sei romanzi. Tuttavia, nonostante queste aperture, il suo nome non riuscì a imporsi stabilmente.
Calder-Marshall esplorò inoltre molti generi: non solo romanzi – spesso a sfondo thriller — ma anche opere per ragazzi, biografie (fra cui quella del sessuologo vittoriano Havelock Ellis, del cineasta etnografico Robert Flaherty, del monaco anglicano Joseph Leycester Lyne) e infine un’autobiografia, The Magic of My Youth, nei toni visionari e nostalgici, in cui si mescolano ossessioni, fantasie, allusioni occultistiche (compreso Aleister Crowley) e memoria letteraria.
Il fatto è che The Magic of My Youth “non risolve il mistero” di Calder-Marshall, rimanendo “codificato” nel suo stile e nelle sue ambiguità. Un’altra autobiografia più completa e dettagliata sarebbe custodita negli archivi privati della figlia Anna Calder-Marshall, ma non ancora pubblicata.
Parafrasando una delle sue opere di maggior successo (The Scarlet Boy), ci auguriamo veda presto la luce e che “qualche svolta renda lo straordinario anomalo, il temuto gradito, la nostra ambizione più cara vuota e il riconoscimento della sconfitta una vittoria”.
In definitiva, la parabola di Arthur Calder-Marshall sembra incarnare il destino di quegli autori che sfuggono alle semplificazioni e alle canonizzazioni facili: troppo eclettico per essere incasellato, troppo mobile tra letteratura e cinema, tra impegno e ironia, tra memoria privata e mito collettivo. Proprio per questo, oggi, la sua opera appare sorprendentemente moderna. Rileggerlo significa interrogarsi non solo su ciò che la storia letteraria ricorda, ma anche su ciò che sceglie di dimenticare. La riscoperta di Calder-Marshall non è dunque un’operazione nostalgica, bensì un atto critico: un invito a riaprire archivi, a considerare nuove ricerche e a restituire voce a una figura che, rimasta a lungo ai margini, seppe raccontare come pochi l’ambiguità del Novecento e il sottile confine tra fallimento e rivelazione.















