“Sai che ho poi finito il ritratto della Vullum?" Oda stava sorridendo, con quel suo sorriso che partiva dagli occhi e ti arrivava dritto al cuore. Addentò un pasticcino – “Non dovrei... ma sono così buoni!” – e ne porse uno a me. Non si cede alla golosità da soli, diceva. E io non mi feci pregare.
Eravamo al Café du Dôme. Non era ancora molto famoso, in quell’anno 1909 a Montparnasse, ma già lo frequentavano artisti e liberi pensatori - gente che, quando si siede a un tavolino, vuole starci bene. "Vullum?" ripetei, affidandomi agli occhi per chiedere di più. “Sì, Margrethe. Una donna fantastica.”
Per la verità, quasi tutto era fantastico per Oda, chiaro o scuro che fosse. Ma stavolta doveva esserlo davvero, a giudicare dal tempo che si era concessa per dirlo: fan-ta-sti-ca.
“Danese. Figlia di un politico, sposata con un norvegese politico anche lui. Scrive libri, articoli, un libro l’ha pubblicato anonimo. Ma più di tutto, si occupa di diritti delle donne – capisci? donne e diritto, insieme!” “Oh, mi piacciono le donne così,” dissi.
Lei però, smise di parlare. Come se un pensiero prima nascosto l’avesse portata altrove. “E Christian, come sta?” chiesi io, per riattivare il dialogo.
Christian Krogh era suo marito. Un pittore, scrittore, giornalista… sempre molto occupato. “Christian sta bene, come sempre,” disse lei.
Ma non era lui, evidentemente, l’argomento.
“Te la ricordi quella storiaccia di Przybyszewski?” disse Oda, infatti, quasi all’improvviso. “Przybyszewski era lui stesso una storiaccia!!”, esclamai io – intanto, sapevo che Oda non si sarebbe fermata, ormai.
“Già. Quella faccia sempre vuota di simpatia, quelle sue sciocchezze sul satanismo. Te lo ricordi, come lo ritrasse Edvard, Munch intendo?”
“Oh sì, che mi ricordo! Quel viso scavato, quegli occhi piccoli e freddi che non guardavano niente e nessuno – solo sé stesso, come una sfida. So che lui e Edvard erano stati insieme a Berlino, una decina di anni fa. Ma mi sono sempre chiesta come mai Munch avesse deciso di ritrarre proprio lui, non mi sembra che gli fosse granché simpatico…”.
“Beh, Edvard ha sempre cercato fantasmi – buoni o cattivi che fossero. Comunque, a proposito di quei tempi, quando Munch lo ritrasse Przybyszewski aveva sposato Dagny Juel da due anni.
Dagny era la sua seconda moglie, ti ricordi? Lui lasciò Martha Foerder, la prima, proprio per mettersi con Dagny”.
“Ah, sì, Martha” ripresi io “Si è suicidata, poi, vero?”
Oda serrò le labbra, abbassando gli occhi.
“Eh chi lo sa. Suicidata, o spinta al suicidio, o fatta suicidare… morì avvelenata dal monossido di carbonio. Lui, Przybyszewski, fu arrestato, ma poi... non si trovarono prove, e l’indagine morì poco dopo di lei”. “E Dagny?” chiesi io, ma avevo paura di conoscere la risposta.
“Non avevano un gran bel rapporto, no?”
“Rapporto? Non so se lo chiamerei così. Dagny, lo sposò, ne ebbe due figli, lo tradì, fu tradita… si lasciarono, anche se non lo dichiararono mai. E poi, morì anche lei. Ammazzata”.
“C’entra Przybyszewski anche qui?” domandai – mentre annotavo mentalmente le espressioni di Oda, intanto che parlava. “No. È stato un altro, polacco come Przybyszewski, più giovane di lei – chissà perché lei norvegese si innamorava dei polacchi. Le ha sparato un colpo in testa, in una camera d’albergo. Poi, come tutti i vigliacchi del suo tipo, ha tentato il suicidio. Senza riuscirci – mi chiedo perché non ci riescono mai”.
Tacque, a quel punto, Oda – che di fidanzati ne aveva avuto e ne aveva tanti, ma a suo modo rispettava suo marito Christian – nello stesso modo in cui la tradiva, e però la rispettava, lui. Bevve un sorso di te, sorrise alla tazzina e poi a me.
“Mi piacerebbe che qualcuno la ricordasse per bene, Dagny.
Certe volte penso che tutte noi potremmo fare la sua fine, incontrando gli uomini sbagliati” concluse. Capii che, ora, stava suggerendo qualcosa proprio a me.
Annotai. Poi cambiammo discorso e continuammo a chiacchierare senza più nominare Dagny Juel. Il giorno dopo – avevo passato una notte inquieta, piena di fantasmi, quadri, squallide camere d’albergo, bambini piccoli che piangono - decisi di andare a cercare Edvard Munch.
Era tornato in città dopo un periodo di assenza dovuto ad un ricovero per curare il suo esaurimento nervoso, mi avevano detto.
Stava lavorando, dicevano, a quella sua idea di fare una specie di atlante della vita con i suoi quadri… Oda, lui la conosceva bene dai tempi degli incontri che loro chiamavano Kristiania Boheme, a Oslo. Così potevo sperare, facendo il suo nome, che lui decidesse di rompere la sua solitudine per regalarmi qualcuna delle sue famose battute dal tono ironico e dal contenuto che ti restava addosso.
Lo trovai. Seduto al tavolino di un caffè che non conoscevo, uno di quelli dove la luce non entra quasi mai. Stava lì, solo, con un bicchiere di qualcosa davanti e un taccuino aperto. Disegnava? No, scarabocchiava.
“Posso sedermi?”
Mi guardò come se ci pensasse davvero. Poi annuì.
“Mi manda Oda,” dissi. Non era proprio vero, o forse sì, ma insomma… funzionò. “Beh, non è detto che sia un bene” disse a sé stesso a voce abbastanza alta perché io lo sentissi chiaramente. “Ma neppure un male, d'altronde”, concluse.
E si mise a guardare un po’ più in là – forse parlava con Oda e Christian, forse con qualche altro fantasma. Forse, semplicemente, aspettava che parlassi io.
Così, decisi che era inutile girarci intorno:
“Volevo chiederle di Dagny Juel.”
Restò immobile. Ma questa volta si fermarono anche i suoi occhi.
“Vuole metterci in un articolo?” disse con voce bassissima, che non prometteva niente di buono. “No, no!” sventolai bandiera bianca io.
“Vorrei solo capire qualcosa di più di lei, di Dagny”.
“Beh, allora… non ci riuscirà” disse lui, dopo un altro eterno minuto di silenzio.
Almeno non era un rifiuto. E io, ora, dovevo trovare la domanda giusta.
“Perché non l’ha mai dipinta, maestro?” chiesi, dopo avere preso fiato – era una domanda così personale! Poteva dirmi di andarmene da un momento all’altro.
“Non lo so” rispose quasi subito lui, invece.
“Dagny era bella. Era libera, intelligente, colta. Amava la musica – lo sa che suonava il pianoforte? Quando eravamo a Berlino, nel circolo bohémien, qualcuno la chiamava “la musa scandinava”, addirittura”.
“Qualcuno mormorava che fosse anche la sua, di musa, maestro”.
“No”, fece lui, pensoso, come se stesse valutando quell’ipotesi per la prima volta in quello stesso istante.
“O forse sì, in qualche modo. Vede, io non posso fare a meno della bellezza e della intelligenza delle donne, in ugual misura. E una donna intelligente è sempre bella, e mi attrae, come un magnete, come una sirena. Ma non tutte mi entrano dentro. Dagny non lo fece mai”.
“E perché?” dissi piano io.
“Perché, perché, signorina… quante cose rimangono senza un perché, e tu devi imparare solo a farci i conti!” Comunque, lei aveva qualcosa che mi turbava, mi spingeva a non volere fermarla, neppure nel ricordo di un quadro.
Forse perché non la capivo, o perché quel che intuivo… non so, era come se vedessi in lei il fantasma che sarebbe diventata.
Come se lei stessa volesse diventare quel fantasma, volesse correre verso la violenza e l’abbandono. Non l’ho mai capita abbastanza per poterla ritrarre.
Quel Przybyszewski, quello che la sposò lasciando la moglie di prima incinta del loro terzo figlio, lui, mi sembrò di capirlo, almeno a sufficienza.
Era uno che voleva dare morte. Non so se lo fece mai davvero, ma lo si leggeva nei suoi occhi, oltre che nelle sue parole di satanista da salotto.
E Dagny? Perché non li lesse, quegli occhi? O perché leggendoli lo lasciò avvicinare? Perché lasciò avvicinare anche quell’altro, quell’artistoide, quell’ Emeryk… neanche capace di ammazzarsi…” Fece una lunga pausa, poi disse:
“Lei mi chiede perché non l’ho mai dipinta? Io posso solo dire che non sono mai stato capace di dipingere i perché senza una logica, signorina”. Lo guardai, anche se lui non aveva mai guardato me: non avrebbe più detto nulla se non un cortese arrivederci.
Me ne andai, infatti, poco dopo. Lasciandolo a guardare lontano, a parlare con le sue ombre. Ero felice.
Felice di avere parlato con Munch, felice di avere ricordato Dagny, magari come Oda avrebbe voluto. E, insieme, ero molto infelice.
Infelice per quella stanza di albergo sporca del sangue di una donna.
Infelice perché quella donna era come tante altre, come tantissime altre che ho conosciuto, e di cui ho letto – che non riescono a salvare sé stesse da un pericolo che non possono non vedere, ma che credono di dovere accogliere, per un’idea di amore che è solo la loro.
Infelice, e arrabbiata, così mi sentivo.
Pensai a Oda che si aspettava un mio articolo, forse, su questa storia, per parlare di queste storie. Ma non sapevo se sarei riuscita a scrivere.
Non sono mai stata capace di scrivere i perché senza una logica.















