Quest'estate, provati e provate dalle ondate di calore, e alla ricerca quasi disperata di un tema cui appassionarsi abbastanza per sfuggire ai pensieri funesti della geopolitica che ci ritroviamo sulla testa, abbiamo assistito al rispuntare da più parti della domanda antica: ma l'arte, cos'è?
Complici di tutto questo certo sono state fiere grandiose e attesissime come, tra le altre, Art Basel e, sicuramente, la Biennale di Venezia, con i suoi usuali strascichi politici e un mood che rende indimenticabile la geniale frase di Federico Giannini (Finestre sull’arte, 17/5/2026): «La mostra, dunque, l’ha fatta il mango», riferendosi al racconto di una fase decisionale ispirata, nelle scelte, dalla circostanza che l'albero di mango sotto cui si era riunito lo staff lasciasse, o non lasciasse, cadere un suo frutto, al nominarsi di un artista o, forse, anche del suo padiglione.
Insomma, l'arte contemporanea – forse un po' in minor key anche lei, come suggeriva Luca Rossi sempre su Finestre sull'Arte del 24/7/2026 – ci presenta opere materiche, astratte, performance, musica, rivisitazioni di stili passati, in una ricerca non sempre vittoriosa di nuovi stimoli.
In una situazione così, allora, è quasi naturale tornare a chiedersi cosa sia l’arte – o, specularmente cosa non lo sia.
La domanda, però, è stata posta così tante volte, e ha ricevuto risposte così diverse, da autorizzare ormai un dubbio: e se non fosse quella giusta?
O, almeno, quella più urgente?
Perché l'arte evolve, come evolve la cultura di cui l’arte è una, e non l'unica, espressione: ogni definizione che pretendesse di racchiuderla una volta per tutte sarebbe destinata a invecchiare insieme al tempo in cui è stata formulata.
La domanda da farsi è allora un'altra: che cosa permette all'arte di rimanere viva? Il tema è cruciale soprattutto in un tempo e in un mondo – come il nostro occidentale o meglio occidentalizzato – in cui sono proprio le domande ad essere quasi sparite dai radar. Infatti, dovunque ti giri, trovi molte più risposte che domande.
Anzi, quasi solo risposte.
Risposte su che cosa comprare, chi votare, cosa desiderare, chi ha ragione e chi torto, quali libri leggere, quali mostre siano "imperdibili".
Ma poiché ogni evoluzione comincia quando una domanda – esplicita o meno – mette in crisi la risposta che era stata data fino a quel momento, un sistema che offra più risposte che domande è un sistema che soffoca l’espressione culturale, e dunque anche quella artistica.
Come il patrimonio culturale, anche l’arte non rimane viva semplicemente perché viene conservata: rimane viva quando ciò che il pubblico riceve mantiene la capacità di produrre significati ulteriori. Quando questo ciclo si interrompe, si possono produrre eventi, mostre e consenso. A fermarsi, però, è la capacità di generare diverse ricerche di senso.
La storia culturale italiana offre esempi sorprendenti di entrambe le possibilità. Cipriano Efisio Oppo fu deputato del PNF e uno dei protagonisti della politica culturale del Ventennio fascista.
Eppure, quando fu chiamato a costruire la Seconda Quadriennale romana del 1935 – inaugurata da Mussolini in persona – compì alcune scelte che il regime non gli imponeva e che il gusto ufficiale non amava, dando ampio spazio ai giovani della Scuola Romana e, per quanto in modo più limitato, anche agli astrattisti.
Per Scipione, morto da poco più di due anni, piegò perfino il regolamento che non prevedeva omaggi postumi, dedicandogli comunque una personale.
In altre parole, invece che limitarsi a confermare ciò che era già normalmente accettato, nel 1935 Oppo dette spazio a voci che il gusto dominante avrebbe forse preferito ignorare.
Da quello spazio quelle voci uscirono dalla periferia del loro tempo, offrendo anche ai decenni successivi un modo in più di ricevere l'arte.
Nel 1959 Palma Bucarelli, che diresse la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma dal 1942 al 1975, acquisì e mise in mostra il Grande Sacco di Alberto Burri, un'opera fatta di tela di juta strappata e ricucita che da molti, politici compresi, venne giudicata semplicemente non arte – con vari strascichi, tra cui perfino un’interrogazione parlamentare.
Oggi Burri è riconosciuto come uno dei grandi protagonisti dell'arte italiana del Novecento; ma il fatto importante qui è che anche chi non lo ama non può più guardare l'arte prescindendo da lui.
Quel che fece Bucarelli – pagandolo con anni di polemiche e con la necessità di difendersi – fu, insomma, costringere la cultura del suo tempo a misurarsi con qualcosa che in quel momento non sapeva come ricevere – aprendo ancora una volta uno spazio da esplorare.
Nel 2024 la GNAM/C – l'acronimo con cui oggi si presenta la Galleria Nazionale d'Arte Moderna, quella che era stata diretta da Palma Bucarelli – ha inaugurato il secondo grande progetto espositivo della direzione di Renata Mazzantini. Dopo la mostra dedicata a J.R.R. Tolkien, è arrivata quella sul tempo del Futurismo. Trecentocinquanta opere, ventisei sale su un totale che ne comprende il doppio, promossa e sostenuta dal Ministero della Cultura. Un successo di pubblico indiscutibile: oltre centomila visitatori e varie proroghe decise in considerazione di quel successo.
In esposizione, insieme a idrovolanti e motociclette d'epoca, la Testa di Mussolini di Renato Bertelli, scultura che ruota quel volto in un profilo continuo, quasi ad annullarne l'identità in una forma. Ma anche l’effige di Guglielmo Marconi, e varie frasi epiche disseminate tra le opere di Boccioni, Depero, Balla, Severini, Sironi, Benedetta Cappa e molti altri, tra cui Medardo Rosso e perfino il Nudo che scende le scale di Marcel Duchamp.
Insomma, c'era davvero tutto ciò che poteva illustrare (alcuni aspetti del) Tempo del Futurismo, come promesso dal titolo.
Tranne lo spazio per andare oltre.
Non si tratta di notare che, nello stesso tempo del Futurismo, c'erano anche De Chirico e la Metafisica o Donghi e il Realismo Magico – per citare solo due esempi: non si può esporre tutto, ovviamente.
Neppure si tratta di rimproverare a quella mostra di essere stata troppo “botteghino-oriented”: un museo deve anche raccogliere le risorse economiche che gli permettono di continuare a svolgere la propria funzione (tema, peraltro, serissimo, perché riguarda la buona governance delle istituzioni culturali, che devono – o dovrebbero – tenere conto anche della sostenibilità delle proprie attività, ma che ci porterebbe troppo lontano).
Il problema di quella mostra è che ne uscivi (e io l'ho fatto quattro volte) con gli occhi pieni di colori, con la soddisfazione di avere visto opere che di solito non sono visibili in Italia, e senza alcuna domanda. Il tempo del Futurismo ha mostrato e conservato quel tempo – o almeno una sua parte – ma non ha aperto alcuno spazio perché quel racconto potesse essere messo alla prova dalle altre voci che quel tempo già conteneva, e non solo nel campo dell'arte.
Un tempo complesso, mostrato in modo non complesso – di nuovo, più risposte che domande. Alla luce di questi tre esempi, sappiamo meglio che cosa sia l'arte? Sicuramente no.
Sappiamo però un po' meglio che cosa possiamo chiedere alle istituzioni culturali quando entriamo in una mostra: di farci uscire con qualche rassicurazione in meno e qualche domanda in più.
Perché l’arte rimanga viva.















