Espancar, in portoghese, vuol dire picchiare, sculacciare. Flor Bela de Alma da Conceição scelse lo pseudonimo Florbela Espanca. La poetessa dell’Alentejo (1894-1930) picchiò se stessa, suicidandosi l’8 dicembre, giorno del suo compleanno. Ci picchia, se la leggiamo:
Salii in alto, sulla mia esile torre, fatta di fumo, nebbie e luce lunare, e iniziai, commossa, a conversare con i poeti morti, tutto il giorno.
Gogmagog non conversa solo con i poeti morti. La caratteristica del gruppo di ricerca e sperimentazione teatrale, nato nel 1998 e formato dai tre attori-autori Cristina Abati, Carlo Salvador e Tommaso Taddei, è di conversare con la varietà. Amanti del divenire, si definiscono.
Fra i loro ultimi spettacoli da cercare in giro: Il fiore esploso-Vita e storia di Florbela Espanca (da un'idea di Luca Scarlini e Cristina Abati, con Luca Scarlini, voce e viola Cristina Abati, allenatrice vocale Monica Benvenuti); per la prima volta in Italia L’imperativo categorico di Victoria Szpunberg (traduzione Pino Tierno, regia Tommaso Taddei, con Rossana Gay e Tommaso Taddei); Gli uomini storti di Carlo Salvador e Andrea Fazzini (con Carlo Salvador, regia Andrea Fazzini).
Florbela Espanca, con Clarice Lispector, Virgina Woolf e Anna Maria Ortese, sarà una delle figure di Lessico femminile, progetto che nasce, come scrivete, “con la finalità di suscitare riflessioni e attenzioni sul ruolo della donna nella società contemporanea”. Chi fu Florbela?
Cristina Abati: devo a Luca Scarlini la conoscenza di questa poetessa che trovo stupenda. Stupenda per la sua vita, per quello che ha rappresentato negli anni Venti del ‘900 in Portogallo. Una donna che ha provato a far valere la sua voce in un mondo letterario che era in mano al maschile. Tre divorzi, una vita breve vissuta intensamente.
Con Luca ci siamo incontrati ai tempi del Teatro Studio-Krypton di Scandicci di Giancarlo Cauteruccio, quindi sono 20-25 anni che lavoriamo insieme: mi ha proposto Florbela Espanca pensando che mi sarebbe piaciuta tantissimo. È stata per me veramente una rivelazione, un’immensa scoperta. In Italia è quasi sconosciuta, solo da poco ci sono state delle traduzioni e pubblicazioni come quella di Graziano Graziani che, si spera, raggiungano un pubblico un po' più ampio. La sua poesia ha rigore perché il suo modello era il sonetto di Petrarca, però, dentro questa forma, ci sono carnalità, passionalità, amore, dolore. Tutti i sentimenti forti sono portati alla luce.
Negli anni Settanta è diventata un'icona femminista, in Portogallo, e molte interpreti del Fado hanno messo in musica le sue poesie. La mia doppia natura di attrice-regista e musicista (viola del Blutwurst Ensemble n.d.r.) ci ha portato a strutturare il progetto così: Luca Scarlini racconta la storia di Florbela e io incarno i suoi versi attraverso le canzoni del Fado per riuscire a esprimere un po' l’essenza di questa donna.
Gogmagog ha progettato Lessico femminile in occasione degli 80 anni del primo voto femminile in Italia. Le conquiste delle donne occidentali sono acquisite o hai l’impressione che siano in bilico?
Cristina Abati: in questo momento storico il ruolo della donna nella vita sociale e civile mi sembra messo in discussione e un certo tipo di libertà e di emancipazione sono oggetto di molte chiacchiere, con le solite parole scontate. Se sei donna, devi ancora dimostrare di più, e inoltre sei un po’ strumentalizzata: c'è una donna che dirige un festival, c'è una donna che fa una regia, c'è una donna che è una drammaturga.
Da diversi anni gran parte della mia ricerca si è concentrata sull'universo femminile per mettere in scena scrittrici e dare voce al nostro pensiero. Mi appassiona scovare autrici che sono state dimenticate, che non hanno avuto “successo” o, come Florbela in Italia, mai scoperte. Anche Clarice Lispector, seppur conosciuta, non è così popolare. È chiaro che Virginia Woolf e la Ortese sono più note, ma essendo figure complesse meritano un ulteriore approfondimento e un riconoscimento più forte.
In Lessico femminile ci sono anche l’attrice Rossana Gay, che lavora spesso con Gogmagog, e Angela Burico, performer giovane e già affermata: le strade si intrecciano per affinità, per desideri comuni e questa è una cosa bella e una forza da alimentare. Per fortuna il progetto è stato finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, che fa un lavoro importante e che volevo ringraziare.
L’imperativo categorico ha debuttato nel 2024 in Spagna ed è stato subito apprezzato e premiato. Tratta di precarietà. La precarietà odierna è molto diversa da quella solita che connota la vita dell’essere umano?
Tommaso Taddei: nel lavoro L'imperativo categorico, Clara, la protagonista, insegna filosofia all’università (e quindi Kant, da cui l'imperativo categorico) e a un certo punto dirà che la parola etica ha due rami etimologici, uno dei due è dimora, il luogo che si abita, l'altro è consuetudine. Noi teatranti dimoriamo abitualmente nella precarietà.
Però la differenza della precarietà attuale è che investe anche strati della società che prima sembravano immuni da questo problema. Da più di 25 anni, gli appartenenti a quella che si chiamava la classe media non riescono ad avere una cattedra, una casa. Il testo è ambientato a Barcellona ma potrebbe essere ambientato in tantissime città dell'Europa occidentale contemporanea.
Penso a Firenze dove, a causa dell’overtourism, gli affitti sono esorbitanti e nemmeno un docente universitario può permettersi un alloggio. Il lavoro poi affronta anche la precarietà affettiva perché la protagonista si è separata da poco dal suo compagno. E c’è anche la precarietà, appunto, etica. Cioè: qual è il modo giusto di comportarsi dentro una società che ti fa vivere bene solo a scapito della miseria altrui?
La grande intelligenza dell'autrice Victoria Szpunberg, cinquantenne e famosa, rende L’imperativo categorico molto interessante perché i temi vengono affrontati attraverso una lente umoristica, da un punto di vista tragicomico, e tutto emerge in un modo non rivendicativo, non pesante.
Nella presentazione per la stampa si parla di umorismo nero.
Tommaso Taddei: non all’inglese, ma sì. Intanto la protagonista modifica la sua bussola etica, fino a quel momento impostata sull'illuminismo kantiano, cominciando a utilizzare Kafka come autore che le serve per capire il mondo in cui ci troviamo oggi, che, effettivamente, è più vicino a un labirinto kafkiano che non a un pensiero chiaro ed evidente. Poi trova un enorme coltello da cucina con il quale abiterà tutto lo spettacolo, che sarà in alcune parti noir, ma non voglio anticipare niente.
C’è un rimando all'osso di prosciutto con il quale la casalinga Carmen Maura diventa assassina nel film di Almodóvar Che ho fatto io per meritare questo?
Tommaso Taddei: c’è questo spirito. L’autrice, pur essendo di nascita argentina, è naturalizzata spagnola, scrive in catalano e quindi c'è un’affinità con Almodóvar.
Il pubblico coglie l’umorismo nero o ne è spiazzato?
Tommaso Taddei: la nostra compagnia ha lavorato spesso sulla drammaturgia contemporanea affrontando autori impegnativi come Edward Bond. Questo testo di Victoria Szpunberg è trasversale e viene recepito da un pubblico molto ampio che spesso si identifica proprio con le tematiche presenti nello spettacolo e coglie questo humour nero che è spagnolo, mediterraneo, e ci appartiene di più di quello inglese. Abbiamo debuttato da poco, ma prima avevamo fatto prove aperte con pubblico e addetti ai lavori diversi fra di loro e ci siamo resi conto. I temi sono “caldi” e il modo con cui vengono trattati è, passami il termine, seguibile. Victoria Szpunber proprio ti trasporta dentro la scena e L’imperativo categorico funziona con un pubblico più grande di quello tipico del teatro di ricerca.
L’epoca del Teatro Studio di Scandicci e di Krypton?
Tommaso Taddei: noi siamo nati proprio al Teatro Studio. Cristina e io ci siamo conosciuti lì negli anni Novanta, partecipando a un laboratorio sul poeta Nino Gennaro. Eravamo ragazzini e abbiamo avuto la fortuna di lavorare con grandissimi artisti: Giancarlo Cauteruccio, Massimo Verdastro, Francesca Della Monica.
E grazie a Giancarlo, grazie a Pina Izzi e a quello che avevano costruito a Scandicci, è nata la nostra compagnia che ha operato molto al Teatro Studio. Già da giovani abbiamo prodotto lavori in un contesto molto importante: nel 2006, per esempio, in occasione del centenario di Beckett, abbiamo potuto portare in scena Quella volta.
Sempre al Teatro Studio abbiamo diretto per cinque anni lo Zoom Festival, altra idea di Giancarlo, ma anche nostra e di Pina, al quale hanno partecipato alcune compagnie che adesso sono tra le più quotate: I Sacchi di Sabbia, Gli Omini, Sotterraneo, **Licia Lanera. E tantissimi altri molto bravi.
Insomma il Teatro Studio-Krypton è stato proprio un laboratorio importante per noi. C’erano retrospettive sull’avanguardia con la Kustermann, Carla Tatò, con Quartucci. Cose che avevi studiato sui libri potevi vederle veramente, farne esperienza.
Cristina Abati: c’erano i grandi maestri del teatro, i grandi filosofi, le performance. Poi l’amore di Giancarlo per la poesia. Era veramente una fucina di idee che racchiudeva tutti i linguaggi.
Tommaso Taddei: citando il poeta Nino Gennaro, era un luogo di coltura oltre che di cultura.
Con il timbro di Giancarlo Cauteruccio. Nessuna degnazione, vero?
Tommaso Taddei: fare l'attore per lui e avere un rapporto molto orizzontale, alla pari. Era un maestro gigantesco che poteva mettersi allo stesso livello di un ragazzo di 16 anni, come me, nell'entusiasmo e nel litigio. E questo è veramente straordinario e molto raro.
Il terzo componente di Gogmagog, Carlo Salvador, è impegnato con Franz Kafka?
Tommaso Taddei: lui ha fatto due lavori su Kafka, uno si chiama Gli uomini storti e l’altro Der Bau da La tana, l'ultimo racconto di Kafka, una lettura animata di Laura Castellucci che è un’artista molto giovane ma già nota.
Il nostro lavoro di compagnia funziona così: pur avendo progetti separati, c'è una grande unione di tematiche e a volte di autori. Il lavoro di Kafka entra anche prepotentemente dentro L'imperativo categorico, dove è forte la presenza kafkiana. L'imperativo categorico è scritto da un'autrice e si riallaccia al Lessico femminile di Cristina.
Allo sguardo mio di Gogmagog, insomma, si addice Florbela Espanca:
Io voglio amare, amare perdutamente! Amare per amare: quel taluno e poi il talaltro, e tutti, e poi nessuno… Amare! Amare! E non amare niente!















