Ho sempre pensato che per mettersi in bocca il linguaggio dei personaggi di Shakespeare, solo per affrontarne l’ampiezza e il respiro, bisogna essere “creature di un altro tempo”, dotate di passioni e di grandezza che nel nostro mondo si sono spente.
Mi riferisco al Teatro, naturalmente, e al lavoro che devono compiere gli attori.
Non è una questione filologica, intellettuale, farisea, no, si tratta della dimensione delle passioni, del loro suono, del riverbero che producono nello spazio e di cui non siamo più capaci. I nostri orizzonti si sono ristretti, quello che resta di noi è finito nel groviglio della rete. Aggiungo che, in particolar modo, Shakespeare è un materiale letterario inadeguato per i teatri italiani. Si può provare, che diamine, sono in tanti che, sedotti dal Bardo e dalla sua offerta di capolavori, a grande richiesta degli Stabili, credono di poter scalare la montagna. Ma non funziona così.
A parti invertite, sarebbe come chiedere a un attore anglosassone l’inventiva di Totò, la sagacia di Peppino, o magari di restituire in pieno il mondo di Eduardo De Filippo. Non ne sarà mai capace. La bravura non c’entra, tanto meno il talento, presunto o effettivo, qui si tratta di Natura e non c’è niente da spiegare. Bastano i fatti.
Se invece, tra le attrici e gli attori segnati a fuoco da quella lingua poetica, t’imbatti in Jessie Buckley, puoi concretamente intraprendere quel viaggio a ritroso e ricreare il tempo in cui Shakespeare lanciava le sue smisurate sfide alle rozze tavole del Globe.
Va da sé che un’attrice, da sola, non ce la può fare senza il supporto di una scrittura che renda giustificabile il progetto di tale impresa. Il romanzo di Maggie O'Farrell è centrato sulla figura di Agnes Hathaway, moglie di Shakespeare e madre di un bambino di undici anni che si chiamava, appunto, Hamnet.
Ecco il veicolo che ci voleva, la macchina del Tempo, tradotta in una sceneggiatura a quattro mani dalla stessa scrittrice e dalla regista cinese Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, naturalizzata statunitense. E qui ci vogliono due parole per dare almeno conto di quanto l’aggettivo “naturalizzata” non sia solo una elegante copertura anagrafica. Quindi occorre una celere digressione.
Costei, nel 2017, a soli 34 anni, si addentrava in un mondo maschile per eccellenza, americano per definizione, quello degli allevatori e dei domatori di cavalli selvaggi, natura inquieta, scalpitante e sanguigna, lasciando a casa attori professionisti e prendendo per buoni dei ragazzi veri, mandriani dalle facce autentiche per sfornare un piccolo capolavoro, The Rider, un film toccato dalla Grazia. Mi sembra sufficiente per segnalare di che pasta è fatta questa, oggi quarantatreenne, regista, nuovamente candidata all’Oscar, dopo averne già vinto uno nel 2020 con Nomadland.
Per non correre inutili rischi e far viaggiare in buona compagnia la sua protagonista di Hamnet, ha anche arruolato Paul Mescal ed Emily Watson, gente pronta ad affrontare le ruvide circostanze di fine Cinquecento: fango, freddo, unghie lerce, miasmi vari esalanti dalle stalle, ma soprattutto la musicale, ipnotica sinfonia del linguaggio di cui sopra. E finché sono da soli, isolati nella profondità del primo piano, possono anche giocare le loro carte e misurarsi con la missione; ma se poi condividono l’inquadratura con Jessie Buckley, un proiettile infuocato diretto al nostro cuore, si fa dura per loro. Ma qui non ci sono dubbi: inutile alimentare competizioni, la protagonista è lei.
E parliamone. Trattasi di una creatura che così viene mostrata dalla “naturalizzata” regista cinese: nel sonno, vestita di un rosso spento, ai piedi di un maestoso albero secolare, accanto alla profondità di un antro misterioso, raccolta in posizione fetale tra le radici dell’albero, vene esposte di un organismo scosso dal vento.
Non a caso è esperta di erbe e sa come ottenere miscugli in grado di guarire e magari anche di causarti guai. Forse per questo i buzzurri del villaggio in cui vive sparlano di lei, definendola strega. Donna proibita di cui Shakespeare s’innamora, affinità elettiva, magia che emana e talento ardente che riceve. Poteva esserci un incontro meno casuale?
Come si può raccontare una storia mai narrata, i risvolti della vita di Shakespeare, senza avere chiaro che la Magia è parte integrante della sua poetica e che, ai tempi, il dominio infausto della cosiddetta razionalità non aveva appassito la fantasia dei poeti? Ci voleva Chloé, un’intelligenza e una sensibilità che già include l’estremo, Oriente e Occidente, una creatura a suo modo giunta a noi da miracolistici intrecci della “naturalizzazione” per respirare l’epoca e i tormenti che hanno prodotto IL capolavoro del Teatro di tutti i tempi.
Nel nome, tra la N e la L, corre il filo nascosto che lega Agnes, la strega, a suo figlio Hamnet. Il padre, poeta, col suo linguaggio teatrale, dovrà occuparsi di lasciare quel filo in dotazione agli uomini e alle generazioni che verranno, perché ognuno abbia la possibilità di tessere la tela delle proprie riflessioni sulla perdita, sul lutto, sul dolore e sulla follia che ne consegue. Non c’è nulla che non sia già scritto in quella tragedia. L’ipotesi narrativa del film, la sua magnifica orchestrazione finale, ha un guizzo ulteriore, che non ti aspetti, una capriola che solo nel Teatro di allora poteva accadere.
Le mani del pubblico, bifolchi maleodoranti, attruppati in piedi davanti alle tavole del Globe, addosso a un palcoscenico che non dista, fuso con la vita di quegli stessi spettatori, protese verso quella del giovane Hamlet, appena ferito nel duello, prossimo alla morte per effetto del veleno. Sì, quelle mani che si sommano, si aggiungono, si sovrappongono a toccarlo, perché quel tormentato figlio del fantasma di un re non muoia, ma rimanga con loro, a dargli forza, a indicare la strada.
È tutto qui il delirante esorcismo del dolore attraverso la poesia, quella capacità di trasfigurare il lutto in un’opera immortale, o più semplicemente in un’opera dotata di consapevole intenzione e di umanità. Tutti encomiabili sforzi che in un film potrebbero anche non raggiungere il bersaglio.
Ci voleva un volto, il volto di Jessie Buckley per tradurre questo enigma in un linguaggio muto, impercettibile e immenso di pura Magia.















