Sofia Nappi ti è accanto ed è anche altrove, non perché ti ignori, anzi. È che, per dialogare, attinge ai vari universi fra i quali si muove e alcuni sono lontani nel tempo e nello spazio.
Di eleganza e bellezza contemporanee, ha uno sguardo profondo che si posa su di te, con intenzione di capire. Trentadue anni, danzatrice e coreografa, dirige la compagnia Komoco, fondata con Paolo Piancastelli e Adriano Popolo Rubbio, e aveva un nonno scultore, appena perduto, che, dai suoi racconti, rimpiangiamo di non aver incontrato. Si chiamava Firenze Poggi ed è morto a 101 anni. Firenze, come il nome della città di sua nipote.
Il nome Komoco è invece una combinazione del giapponese Komorebi (traduzione: i raggi del sole filtrano fra le foglie dando vita a una danza di luce) e di collaborazione perché i fondatori della compagnia credono nella creazione congiunta degli artisti e nello scambio fra le arti.
Vincitrice di premi importanti, fra i quali The Partner Introdans Award (Rotterdam International Duet Choreography Competition 2021) e The Critics’ Award and Production Award all’International Choreography Competition Hannover (2021), Sofia Nappi è protagonista sulla scena tersicorea internazionale e ha presentato Akoè, in prima assoluta, al Festival Nutida, nel giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo a Scandicci.
Le sue parole sulla danza, sulla coreografia?
Impulso, necessità, bisogno carnale, movimento, vita, respiro. Connessione.
Tutti “connessi”, pochi connessi. Attraverso la danza può essere raggiunta la connessione intesa come intima unione e non schiavitù tecnologica?
Sì, è proprio il concetto del lavoro site specific che ho ideato per il Festival Nutida. Akoè, è basato sull’ascolto come accoglienza, sul lasciare entrare l’altro prima di comprendere. Non crea relazione, ma la rende possibile. Nel vuoto condiviso nasce un legame silenzioso, fatto di attesa, respiro e presenza. Mi sono concentrata sull’etimo di akoè che in greco significa udire non solo in senso funzionale, ma anche ricevere. Un atto umano basilare, no?
Respiro, un’altra delle parole che le sono venute subito in mente.
È il soffio vitale, il movimento che accade senza che noi facciamo niente, che ci rende vivi, fa emergere sensazioni subconsce e un po' aiuta la mente analitica a calmarsi, a lasciare il campo all'impulso.
Di Akoè è coreografa, non danzatrice.
Purtroppo non danzo più, ma questa scelta viene da una necessità e il passaggio è stato graduale, naturale, verso i trent’anni; ed è stato molto speciale trasmettere il mio repertorio originale ai collaboratori. Se da un lato non sono felice di aver smesso di danzare, dall’altro sono grata perché il lavoro da coreografa, sia indipendente, che nella compagnia, non può coesistere con il mio essere on stage. Ho notato che mi appaga al cento per cento vedere i danzatori, la loro passione, la loro devozione verso il lavoro, vederli coinvolti a 360° a livello emotivo, fisico, spirituale. E mi sono resa conto che la mia chiamata è quella e non devo stare sul palcoscenico. Sono sia direttrice artistica che coreografa e voglio andare in tour con i danzatori: se sono dentro la scena, la compagnia e io non riusciamo a dare il meglio.
L’impegno è enorme. Devo stare attenta ad avere abbastanza pause, per ora non ci riesco, e il mio obiettivo è trovare un equilibrio fra l’impegno e il silenzio, che per un’artista è necessario. Lo dico con tutta la gratitudine per la bellissima crescita di Komoco che è molto giovane, istituzionalizzata nel 2022, e ha un fantastico team. Quindi un intervallo è indispensabile, addirittura. Sennò come si fa? Il bello è che con questo lavoro, che tanto ti nutre, non senti di avere bisogno di quell’intervallo. Ho un amore odio per la pausa!
Quanti danzano in Komoco?
Le produzioni più grandi hanno sette danzatori.
La sede è a Firenze?
La sede legale sì, ma non abbiamo ancora il nostro studio. Diciamo che… lascio la decisione al destino. Lo vorrei. Come donna under 35, fiorentina, anche se la maggior parte della mia vita è stata vissuta all'estero, mi piacerebbe un sacco poter tornare qui e avere un nostro luogo.
Ha cominciato a studiare danza a Firenze?
No, avevo iniziato in Liguria, a Chiavari, perché i miei si erano trasferiti lì. Studiavo al liceo scientifico bilingue, facevo pianoforte, nuoto agonistico… e a un certo punto ho espresso ai miei genitori che non riuscivo più a fare competizioni in piscina, era un aspetto che non mi piaceva per niente. Mi piaceva il movimento in acqua, ma volevo qualcosa che riflettesse anche la mia passione per la musica. Ho preso qualche lezione di jazz in una piccola scuola di danza, però, avendo la scuola e il pianoforte, per intere settimane non ci andavo. Quindi dico sempre che in realtà il vero training di danza l'ho fatto a New York, a 18 anni.
E ho capito.
Rinunciando all’acqua?
L'acqua c'è in tutte le emozioni. L'acqua è intesa anche come elemento fondamentale che costituisce il nostro corpo. Un fluire di informazioni, un movimento puro. È il sangue che scorre nelle vene. Molti la chiamano energia anche se forse è una parola troppo usata.
L’energia che si vede al Festival Nutida, dove i danzatori affrontano i raggi del sole che infuocano il palco e trasmettono al pubblico un messaggio artistico potentissimo.
Viste le altre edizioni, sono molto contenta di esserci. Mi sembra che ci siamo già stati - la memoria… - nell’estate del 2022 o del 2023 con un piccolo estratto della nostra produzione IMA, un duetto. Sì, ci siamo stati. Con Saverio Cona, l’iniziatore di Nutida, c’è un bellissimo rapporto di stima reciproca, e sapendo che la danza sta abitando, al di là dei teatri, zone come il Castello dell’Acciaiolo, siamo felici di contribuire.
Torniamo alle parole: impulso. È impulsiva?
Non seguo moltissimo l’astrologia, eppure leggo un po’ sull’argomento. Anche ieri l’ho fatto. Io non mi reputo impulsiva, nel senso che alle cose penso ripetute volte, però poi la decisione viene dalla pancia. Sono Capricorno cuspide Acquario: la razionalità e la libertà.
Per mandare avanti una compagnia di danza ci devono essere tanto pensiero e un po' di pazzia perché è un'impresa complicata. L'impulso di volerlo fare, il ragionamento per mantenerla: soprattutto in Italia dove, dopo tanti anni fuori, sono voluta tornare. Non nascondo che sia difficile, tuttavia grazie al mio lavoro indipendente, al mio curriculum e alle mie relazioni, al fatto che viaggiamo molto all’estero, si sono aperte tante porte e siamo così grati a molte piattaforme famose come Scenario Pubblico, Oriente Occidente, Aterballetto e, ovviamente, Sosta Palmizi, che ci ha sostenuto fin dall’inizio, quando eravamo solo Adriano, Paolo e io: sono stati fondamentali.
Adesso spero che i grandi teatri ci diano fiducia perché, volendo avere standard lavorativi seri (paghe, contratti, assicurazione, giornate di viaggio pagate, vitto, alloggio) ed essendo giovani con un po’ di problemi di cachet, abbiamo bisogno di fiducia. Anche se, ed è un onore, siamo entrati nella prima stanza under 35 del Ministero della Cultura.
Certo, all’estero è più facile far circolare spettacoli di diversa mole, però una cosa bellissima dell’Italia è poter portare dei lavori di breve durata, o rimodulati senza snaturarli, in posti non convenzionali: chiese sconsacrate, chiostri.
In questo momento molto triste a livello internazionale è importante l’ascolto mirato. Non lasciamoci bombardare dalla plurima informazione che ci circonda fino ad allinearci, vivendo la realtà solo tramite social media e AI. Godiamoci, invece, la fortuna che abbiamo di vivere senza guerre e quindi magari andare a un festival può aiutarci a riconnetterci al nostro presente. Le piccole cose, vissute.
Chi vi viene a vedere?
I pubblici più disparati, dipende dalla cultura del paese. In Germania tante famiglie e spettatori di età matura. In Polonia ho notato che il pubblico è molto silenzioso e rispettoso. In Canada vengono molto i danzatori professionisti, ma anche le famiglie.
In Italia?
Il pubblico cambia a seconda dei festival e dei teatri.
Ci sono le famiglie?
No, in Italia non ci sono famiglie. Magari coppie, persone del settore e le scuole. In Germania (Stoccarda, Colonia, Karlsruhe e non ricordo nemmeno più) mi ha colpito la presenza delle famiglie perché vuol dire che i genitori vogliono tramandare ai figli il gusto per la danza.
A proposito di tramandare, vorrei parlare di mio nonno, Firenze Poggi, scultore. Ha vissuto la sua arte con umiltà e ha sempre donato le sue opere a città colpite durante la Seconda Guerra Mondiale che lui visse da pacifista nascondendosi e sopravvivendo. Le nostre strade sono molto diverse: nonno ha fatto tutto nel suo studio, senza farsi notare perché scolpiva per il suo piacere. Penso sia quella l'essenza di un artista e spero che in questo momento di alienazione, con quello che sta succedendo nel mondo, gli artisti non si chiedano “perché faccio quello che faccio”, ma credano nell'atto creativo. Condividerlo con le persone per favorire l’ascolto può aiutare tanti nei momenti di difficoltà.
Nonno aveva l’atelier al Ponte Rosso. Scolpiva il bronzo, ma lavorava anche la pietra serena, la creta, faceva incisioni. È stato la persona che, fin da quando ero piccola, mi ha sensibilizzato alla bellezza delle piccole cose. Con la sua morte recente, ho perso un pilastro della mia vita che rendeva tutto molto terreno e semplice. Quella semplicità del sentire e del vivere. Nonno visse in un’epoca super povera. anche. Era sempre col sorriso.
Vorrei mantenere la semplicità, l’umiltà e lo spazio primordiale nel lavoro.














