Entrammo in uno dei tanti Irish pub della città verso le undici e mezzo della sera di un mese di marzo. Il nostro unico desiderio era bere una birra e ripararci da un acquazzone che improvvisamente si era abbattuto sulla parte meridionale dell’isola. Un vero e proprio nubifragio che creò parecchi danni. Entrando, ci accorgemmo di essere fradici, così poggiammo le nostre giacche su alcuni sgabelli e occupammo i posti in fondo alla sala. Il locale era deserto. Alcuni ragazzi sistemavano gli strumenti musicali su un palchetto, nell’attesa che l’intrattenimento avesse inizio.
Dennis Bakker, un mio amico olandese, aveva ormai imparato l’italiano. Dieci anni prima era arrivato nell’isola per una vacanza e non si era più spostato. Aveva terminato i suoi studi e aveva trovato un’occupazione. Lo aveva fatto con semplicità, era stata una questione di motivazioni. Era rimasto colpito dal sole, dalle spiagge, dal cibo e dalla gente, ma anche dal divertimento dell’estate, la tranquillità e la facilità di vivere senza problemi. E non si era più schiodato.
Aveva avuto in passato problemi con la droga, ma era riuscito a superarli e ora conduceva una vita, per così dire, assennata. Marco era stata una delle prime persone che aveva conosciuto in Sardegna, durante un giro in barca, nel golfo di Orosei. Dennis e Marco avevano molte cose in comune. Quando s’incontrarono, Marco era seriamente convinto di abbandonare l’Università e fare nuove esperienze.
Girare l'Europa o altro. Avevano entrambi bisogno di una mano. Dopo essersi conosciuti se la diedero vicendevolmente. Dennis aiutò Marco a organizzare i suoi viaggi e lo convinse a non abbandonare gli studi. Marco, che era un ex tossico, aiutò Dennis a smetterla con la roba e a imparare l’italiano, in modo che fosse più semplice trovare lavoro. Così presero casa insieme e divennero inseparabili.
Io entrai in scena alcuni anni dopo. Ero al primo o secondo anno fuoricorso e studiavo continuamente materie storiche, anche se avevo scelto il ramo amministrativo della mia facoltà. Incontrai un collega che si chiamava Matteo Cabras, frequentava diversi appartamenti abitati da studenti e studentesse, la sua amicizia risolse le mie uscite e come occupare il tempo libero durante l’intero percorso accademico.
A Matteo piaceva molto andare a casa di Marco e Dennis perché era appassionato di musica e, fin da piccolo, fin dalle scuole superiori, aveva sempre avuto come desiderio, quello di formare una sua rock band. Lui suonava la chitarra e cantava benissimo. Aveva una formidabile collezione di dischi che andava dai Beatles ai Rolling Stone, dai Led Zeppelin agli Who, dai Clash ai Sex Pistols, senza tralasciare, Animals, Flatwood Mac, Kinks.
Matteo aveva conosciuto Marco e Dennis proprio grazie alla musica. Un pomeriggio arrivò in biblioteca e mi disse che prima di iniziare a studiare dovevamo passare a casa di questi suoi amici. Aveva letto un annuncio in una delle bacheche sistemate in bella vista nell’atrio dell’Università. L’annuncio parlava di un batterista che cercava una band di genere rock in cui suonare. Il batterista era Dennis. Io ero in ritardo con il programma e quella volta non potei accompagnarlo.
Matteo mi raccontò che il loro appartamento si trovava a pochi isolati da casa mia, nella zona c’erano alcune palazzine comunali occupate, quasi esclusivamente, da studenti. Arrivò presto, ma non tanto agevolmente, dopo aver preso un paio di autobus. Io avevo l’auto e se l’avessi accompagnato avrebbe risparmiato un sacco di tempo. Ma quella volta proprio non potei. La mansarda di Marco e Dennis era rustica e spaziosa.
Marco aprì la porta e disse a Matteo che doveva aspettare, ma che poteva sedersi e bere una birra e fare due chiacchiere con lui prima che arrivasse Dennis. Nel salotto della mansarda c’era un tavolo. Marco stava preparando non so quale esame e aveva attaccato un po’ ovunque dei post- it in cui aveva scritto una serie di appunti con una grafia ordinata che si distingueva per i segni minuscoli e ben leggibili. Il tavolo era ricoperto di carte e sembrava quasi che si stesse preparando per una battaglia, che avesse dispiegato tutti assieme i fogli contenenti la strategia per l'attacco, che dovesse circumnavigare non so quale continente e si apprestasse a studiarne le mappe come un vero navigatore. Erano gli appunti del professore rielaborati da lui. Matteo rimase colpito dal disordine, dalla quantità del materiale e dall'impegno che riponeva nell’organizzare i suoi studi.
Dennis arrivò poco dopo e parlò con Matteo di musica, strumenti e progetti di serate. In breve tempo trovarono un’intesa e dopo alcuni giorni cominciarono le prove che andarono avanti per circa un anno prima che riuscessero a trovare un primo contratto per esibirsi in pubblico. Trovarono anche un bassista. Lavoravano sodo alle canzoni, studiavano in maniera produttiva, naturlamente uscivano per bere e divertirsi. Erano ragazzi pieni di vita ed energia. Fu un anno di nottate e racconti e storie incredibili, amicizie nate spontaneamente, protagonisti e comparse che avevano lo stesso fascino. Una richezza di gioventù mai più vista, vissuta, riproposta. Gli spazi della città sembravano essere stati allestiti per ospitare quei momenti e quelle vicende da tramandare ai posteri in un modo definitivo.
Chi scriveva testi di canzoni, chi raccconti e romanzi, chi lavorara a un musical, chi studiava i dialetti dell’isola, chi scriveva poesie utilizzando parole inventate. Era un coacervo di talenti astrusi, un miscuglio genetico, un flusso indemoniato. Poi c’erano i chioschi estivi e le residenze balneari, i centri universitari e le piazze dove era possibile suonare quando i negozi restavano aperti fino a notte inoltrata. La gente si riversava per le strade per vivere quelle serate in cui tutta la città sembrava acquisire una nuova dimensione.
Il clima era cambiato rispetto a pochi anni prima. La sonnolenza della città aveva lasciato spazio alla vitalità, il cuore della città era pulsante, ed era formato dai giovani universiati provenienti da ogni piccolo paese dell’isola che nel capoluogo volevano liberarsi, emanciparsi e progredire. Il loro sogno era quello di trovare un lavoro e diventare adulti. Del futuro non si preoccupava nessuno. Era come se niente di brutto potesse accadere e se il destino di ognuno fosse già scritto, radioso, concreto e agiato. Smisi di vedere Matteo e iniziai a frequentare tutte le sere Marco e Dennis, nel loro appartamento, dove passavamo il tempo a bere e a fumare, a parlare di ragazze e delle storie che avevamo con questa o con quell'altra, a progettare le vacanze insieme e via dicendo.
Diventammo autonomi e ci staccammo dalle cose che avevano contraddistinto la nostra vita prima di quell’anno così particolare. Lo sport, la parrocchia, le cene con i parenti.
Dennis smise addirittura di suonare la batteria, diceva che non ne voleva più sapere, perché s'incazzava da morire se pensava a tutte quelle ore passate in un garage di uno sconosciuto, piuttosto che nel seminterrato di qualche figlio di papà. Proprio quando arrivavano i primi soldini donati dai proprietari di bar e locali a cui Matteo aveva strappato un accordo. Le poche volte in cui Dennis aveva suonato, là sul palco a darci dentro con le bacchette, lo aveva fatto controvoglia. Mentre io e Marco stavamo dietro le quinte, seduti su qualche cassa o sugli amplificatori, sbronzi persi, a ridere e a vociare per ore, e lui a chiedersi che cavolo avevamo da dirci, parlare fittamente, poco interessati a ciò che accadeva intorno. Avrebbe voluto mollare tutto e venire a fare casino con noi, invece di picchiare su quelle maledette pelli.
Che poi alla fine è quello che successe. Mollò tutto e cominciò a fare casino con noi, in giro per la città, con un gruppo di universitari prima, e poi con un altro e un altro ancora. E Dennis sembrava da subito molto più felice così.
Una sera all'Irish pub, non ricordo di cosa stessimo parlando, smettemmo quasi subito nel momento in cui vedemmo Matteo salire sul palco, controllare il jack che gli permetteva di amplificare la chitarra elettrica e iniziare a cantare alcune canzoni riadattate da lui stesso per poter essere suonate in un piccolo pub, senza il supporto di alcuna band e attraverso il solo utilizzo del suo strumento e della sua voce. Erano tutte canzoni lente e rilassanti. E lui sembrava molto più bravo ora, a suo agio, sembrava saperci fare decisamente. Un vero artista. Lo ascoltammo, in silenzio, per tutta la serata e alla fine dell'esibizione decidemmo di avvicinarci.
«Matteo» urlò Dennis di slancio.
Matteo spiccò un salto e i due si abbracciarono. Poi fu il turno di Marco. Poi il mio.
«Sei diventato un vero musicista» disse Dennis, sinceramente.
«Il fatto è che quando si smette di frequentare dei perdenti, le cose riescono molto meglio, perché l'impegno è maggiore» disse Matteo. Scese il gelo tra noi. Ci fu del silenzio, ricordo, e prima che qualcuno di noi potesse ribattere qualcosa, Matteo disse:
«Stavo scherzando. Avete perso il senso dell'umorismo che faceva di voi delle vere teste di cazzo?» Ridemmo e lui si unì a noi per una birra, prima di riprendere con il suo lavoro. Chiedemmo che cosa stesse combinando e lui ci raccontò.
«Quando abbiamo smesso di suonare col gruppo sono andato via per un po’. I miei erano piuttosto incavolati, perché dopo un anno deludente di studi infruttuosi, avevo deciso di fare un viaggio e staccare la spina con la mia vita da studente, anche se questo significava perdere altro tempo. Sono stato in Sicilia. All’inizio sarei dovuto stare via per un mese, poi ne sono passati sei. Ho lavorato nell’azienda del fratello di mio padre, poi una sera a una festa mi hanno invitato a suonare alcuni brani e un tipo mi ha notato. Il mese prossimo dovrei incidere il primo disco e all’inizio dell'estate dovrei fare le selezioni per un concorso canoro che andrà in onda in TV la prossima stagione. Insomma, va alla grande».
Non capivo se Dennis fosse seccato o semplicemente il suo interesse era andato calando man mano che i risultati ottenuti dall’amico erano stati evidenziati con maggiore enfasi. Ma il tono con cui conversava con Matteo era sempre meno entusiasta e sia Matteo che Marco se ne accorsero. Dennis aveva sempre cali di tensione quando qualcuno lodava quanto riuscito a ottenere attraverso l’applicazione e l’impegno. Era ciò che aveva minato la nostra armonia precedente e il cruccio che sempre si ripresentava quando qualcuno si soffermava troppo a descrivere la propria vita e le cose che doveva fare. D’altronde glielo aveva chiesto lui. E che avrebbe dovuto fare Matteo? Glissare e lasciarci perdere? Aveva raccontato con sicumera, ma anche con trasparenza, in fin dei conti senza vantarsi eccessivamente.
Poi riprese a cantare e noi lo ascoltammo tutta la sera, ma senza dire più niente. Marco ogni tanto faceva qualche battuta e fissava Dennis come se sapesse che il suo migliore amico stava soffrendo, perché in fondo era quello che aveva desiderato anche per se: sfondare. E invece aveva preferito ritirarsi, rifuggiarsi un un cazzeggio innoquo e improducente.
Arrivò l'estate. Avevamo dimenticato quella serata e le nostre vite erano proseguite verso direzioni variegate. Marco si estraniava, alcune volte, dai vari contesti che ci circondavano abitualmente, cioè ragazze, bevute, serate, racconti, come se venisse man mano attirato da qualcosa di meglio, di nuovo, di più suggestivo. Dennis si preoccupava, perché temeva che quel qualcosa potesse essere la droga, ma io lo tranquillizzavo ogni volta, perché Marco non aveva l'aspetto di uno che aveva ripreso a farsi e tanto meno ragionava come uno che ne aveva l'intenzione prossima. Era sempre allegro e sembrava quasi che si divertisse ad avere dei suoi segreti, dei piccoli misteri.
Una sera, all’inizio di giugno, uscimmo per farci qualche birra ai chioschetti della spiaggia. Notammo che stranamente la stagione degli spettacoli era iniziata prima. Era strano sentire musica dal vivo così presto in una stagione estiva acerba. Nel lungomare ancora disabitato, dominava la musica reggae, oppure rumori balzani di karaoke di bassa qualità. Ci sedemmo con in mano le ordinazioni e dopo aver osservato dei ragazzi che sistemavano la batteria, vedemmo Matteo con una fascetta in testa e la chitarra a tracolla lanciarsi all’attacco del poco pubblico presente con brani heavy metal.
Rimasi scioccato dalla foga che impiegava nel dimenarsi e sbattere contro quelle povere corde. Il vento aveva cominciato a soffiare sulla sabbia che si era depositata sullo spazio utilizzato da Matteo per brandire la sua chitarra, cosicché rischiava da un momento all’altro di scivolarci sopra e fare un ruzzolone sul filo elettrico annodato, ma lui sembrava fottersene altamente e continuava il suo show tragicomico illuminato dalla luce celeste dell’insegna del chiosco, mentre i fari continuavano a picchiare lo spazio centrale del palco che lui avrebbe dovuto in realtà occupare.
La gente rideva. Anche Marco. Dennis no. Alla fine della performance Matteo si avvicinò al nostro tavolo e si lasciò cadere sulla sedia, esausto. Abbracciò Marco che contraccambiò e quasi si avvinghiarono parlando di quello che era appena successo e ridendone sguaiatamente. Dennis li osservava con attenzione e con quella punta di invidia che sicuramente avevano i suoi occhi anche quando osservava me e Marco ridere complicemente. Era strano vedere Marco e Matteo così in estasi e Dennis che rodeva manco fosse un castoro in calore. Poi si lasciarono e Matteo portò a termine il suo show allo stesso modo di come lo aveva iniziato e finalmente si unì a noi per bere tranquillamente. Ero curioso di sapere cosa ci avrebbe, questa volta, raccontato, ma quando chiesi dei suoi impegni lui mi rispose:
«Quali impegni?» E aveva un’aria sorpresa, come se avesse dimenticato le bugie precedenti, circa una possibile carriera da star.
«Ah, quegli impegni…sì, sì, hai ragione. Ho fatto la selezione e sto aspettando risposta, mentre il progetto del disco è stato rinviato. Ma sono stato invitato al festival del rock…sapete…quello che si tiene a Monza… Heineken festival…così partirò a giorni…sarà una G R A N D E S P E R I E N Z A». Così disse, «G R A N D E S P E R I E N Z A…»
Dennis mi guardò incredulo, come se qualcuno gli avesse appena raccontato una cazzata senza rendersi conto a chi la stesse raccontando. Sembrava offeso. Come avrebbe potuto credere ad una panzana simile? Come Matteo aveva potuto pensare mai che ci saremmo cascati? Ci trattava da idioti?
«Potrebbe essere vero» disse Marco, mentre tornavamo a casa. «Perché dovete sempre essere diffidenti e ipercritici? Che ne sappiamo della sua vita?»
«Niente, appunto. A parte che un gran raccontaballe» disse Dennis.
Il 12 di Agosto, a malincuore ancora in città perché i nostri progetti di campeggi e viaggi erano andati a farsi benedire, scendemmo in spiaggia per trascorrerci la notte, dopo aver bevuto ai soliti chioschi e ascoltato la solita musica, mentre vari falò si accendevano e gruppi di ragazzi strimpellavano nell’attesa di godersi lo spettacolo delle stelle cadenti. Le Perseidi che avrebbero viaggiato sulle nostre teste e sarebbero andate a schiantarsi chissà dove ci avrebbero fatto compagnia fino all'arrivo dell’alba nuova.
Matteo arrivò di corsa, ma silenziosamente. Non ne sentimmo i passi felpati sulla sabbia. Si gettò sopra Marco che fumava dell’erba e iniziarono una sorta di lotta fino a quando senza fiato cominciarono a ridere senza riuscire a frenarsi. Ora la gelosia di Dennis aveva iniziato ad abitare anche i miei di occhi, perché oltre al fatto che Marco era diventato nei mesi estivi sempre più freddo, e per colpa sua avevamo sputtanato le vacanze in programma, e ci trovavamo nella dannata spiaggia di città ad aspettare le stelle cadenti, come gli ultimi degli imbecilli, la sua felicità ogni volta che incontravamo Matteo sembrava sempre più vorace.
Forse io e Dennis avevamo paura di un ribaltone, forse eravamo dispiaciuti del fatto che Matteo, in fondo, non lo consideravamo altro che un patetico raccontaballe. Per questo, dopo averci invitato ad unirci al falò della sua compagnia, mentre sorseggiavamo sangria ghiacciata, in un momento di tranquillo conversare, gli chiesi del suo disco e del fantomatico festival.
«Il disco esce fra un paio di giorni e si, il festival era fantastico».
«Quindi hai suonato?» fece Dennis.
«Che cavolo v'importa se ha suonato o no, possibile che non riusciate a godervi una serata in santa pace?» disse Marco sempre più fatto.
«Suonato? Al festival? Siete fuori?» e rise alle nostre spalle.
«Sì, ho suonato eccome, ho accompagnato Bon Jovi» disse continuando la sua risata profonda, sonora, di gusto, interminabile.
«A dire il vero eri stato tu che ci avevi informato di questo tuo impegno. Che ci trovi da ridere adesso?» Il suo viso divenne serio, pensieroso. Non riusciva a ricordare in che circostanza si fosse lasciato sfuggire una simile boiata, né per quale motivo.
«Ho detto una cosa simile? Ho detto…non mi ricordo…ma ricordo Bon Jovi» e riprese a ridere come uno sciocco cui era andato fuso il cervello.
Io e Dennis sedemmo in riva e guardammo il cielo discutendo circa la stella polare ed esprimendo desideri ogni volta che una scia luminosa ci compariva di sopra, quasi che affermassimo ad alta voce la necessità che i nostri sogni andassero a farsi benedire, come era successo al cervello fuso di Matteo e alla nostra vacanza.
Così decidemmo di andar via e di non vedere l’alba, ma quando tornammo al falò, Matteo e Marco non c’erano più. Chiedemmo a una ragazza tempestata di piercing che aveva l’alito pesantemente alcolico e senza darci troppa attenzione ci indicò la direzione da seguire. Cercammo e cercammo senza trovare nessuno per molto tempo, a me sembravano ore, ero stanco e intontito dall’erba, arrivammo fino alla torretta spagnola, fino al vecchio ospedale marino che sembrava, illuminato dalle stelle, il luogo ideale dove perpetrare un omicidio o compiere gli atti più bassi che il genere umano avrebbe mai potuto concepire.
E fu proprio dalle parti dell’ospedale che Dennis mi chiamò per farmi vedere una cosa. In un anfratto buio e pieno di immondizia, putrido e puzzolente di piscio e chissà che altro, Marco se ne stava lungo disteso, con la faccia poggiata in terra. Sembrava che dormisse, come un bambino in posizione fetale. Matteo aveva gli occhi enormi e ci fissava con un laccio emostatico in bocca e la siringa nella mano. Si fece il buco proprio di fronte a noi, quasi incurante, poi lasciò andare il laccio e si lasciò andare pure lui, nell’attimo esatto in cui la roba gli entrò in circolo. Mi batteva forte il cuore. Mi poggiai su una specie di traballante recinzione.
«Si vedono da un po’» disse Dennis. «Da quella sera al pub. Questo coglione non deve incidere nessun disco e tanto meno è stato notato da qualcuno. Ha iniziato a bucarsi in Sicilia e ora si è portato appresso il nostro amico. Non sapevo come dirtelo. Non ne ero neanche sicuro, in verità».
«E tu come sai queste cose?»
«Avevo paura per Marco e, nonostante i tuoi avvertimenti, sono andato a casa di Matteo e ho parlato con la madre. Anche lei è distrutta».
Fissai le occhiaie di Matteo, una stella caduta, caduta di brutto. Guardai Marco dormire come un bambino. Ricordavo ogni sua singola risata, sincera, esplosiva, contagiosa, spettacolare. Erano state le nostre risate. Non ne avrei sentito più tante, dopo quella sera.
Ebbi l'impressione, soprattutto alla luce di quell’esperienza, quindi forse troppo tardi, che mettere le mani nell’ingranaggio dell’amicizia fosse un preciso dovere dell’essere umano, un dovere a cui spesso veniamo meno, perché nessuno ci obbliga, perché spesso il disinteresse ci assale, come un mostro pieno di denti che ci agguanta, ci mastica e ci divora. E quando si tratta di amicizia, di salvare delle persone con la nostra volontà, se davvero teniamo a loro, qualunque siano le circostanze, il non farlo non è altro che un peccato mortale, non è altro che una stella che cade, andando a infrangersi, senza speranza, nell’atmosfera inerme o nell’oblio.















