“Non capisco perché in Sardegna vi ostiniate ad arrostire la carne per ore per poi servirla a tavola fredda. È un peccato – aggiunsi - con questa abitudine alla fine rischiate di trasformare la vostra buona carne in una suola.”
I commensali, udita la mia esternazione, rimasero per un attimo immobili in silenzio, compreso zio Tonio che per primo aveva tirato fuori dalla tasca la sua rasoia e senza smettere di sghignazzare e parlare con gli altri parenti aveva iniziato a disossarsi con cura una grossa braciola di pecora. Superata la sorpresa qualcuno aveva preso a confabulare lanciandomi occhiatacce ostili, poi erano iniziate a piovere le critiche e gli insulti ai quali ero già da abituato da tempo.
Mi trovavo a pranzo in un agriturismo non lontano da Baunei, nell’Ogliastra. A tavola c’era tutta la famiglia, soprattutto zie e zii e qualche cugino giunto dal continente per festeggiare il patrono del paese che si chiama Nicola come mio padre. Una giornata che sapevo sarebbe stata impegnativa. Fortunatamente accanto a me quel giorno c’era Mara, la mia ragazza, o forse no, perché alla fine neppure lei seppe trattenersi dal rimproverare i miei eccessi. Le cose andavano sempre a finire allo stesso modo perché io ero quello nato a Milano, quello che aveva vissuto a lungo in continente, mentre mio fratello, nato a Cagliari, fin dall’inizio aveva scelto di restare in Sardegna. Anche fisicamente Marco era molto diverso da me: aveva occhi scuri come la pece, mentre io li avevo azzurri; in più, era olivastro di pelle, mentre io ero palliduccio e sempre a rischio di insolazione.
A causa di queste e altre differenze, ogni volta che tornavo sull’isola diventavo automaticamente quello strano, che non faceva mai le cose giuste, criticato per le proprie idee, ero quello che non capiva, che non parlava la lingua sarda e quindi non poteva che ignorare i codici e le usanze di famiglia.
“Su picioccu arribada de Milano, ita bolisi chi di scipiada de sa tradizioni sadra” (Il ragazzo viene da Milano, cosa volete che ne sappia delle tradizioni sarde), aveva esclamato ad alta voce zio Franco, quasi a voler rimarcare una verità già nota tra parenti, aggiungendo subito dopo un supponente “lasciatelo parlare...”
La sua lingua poi, già molto sciolta grazie a vari bicchieri di Cannonau, era tracimata definitivamente rivelando paure ataviche e nascoste della famiglia: “Attenzione che non venda i terreni dei nonni a qualcuno di quei suoi compaesani, quelli che non guardano in faccia a nessuno, rapaci, in questi ultimi cinquant’anni non hanno fatto altro che ingannarci e derubarci. Sono loro che hanno distrutto la Sardegna.”
“Ma che vizio che hai di criticare tutto, non ti capisco, a cosa ti serve fare sempre la parte del polemico, dimmelo...”
Così mi aveva rimbrottato Marta seduta al mio fianco mentre alla guida della mia auto imboccavo la litoranea che collega Tortolì a Muravera. Congedati prematuramente dal pranzo – l’aria si era fatta irrespirabile in tutti i sensi - avevamo deciso di andarcene, con la possibilità farci un tuffetto lungo la strada, magari alla spiaggia di Cala Rossa, un luogo a me caro essendo stato la meta di vacanze dei miei genitori; mio padre ci aveva pure costruito una casa, il suo grande sogno, così quel posto era diventato per lungo tempo il rifugio estivo di famiglia. Successivamente, alla scomparsa dei vecchi, io e mio fratello avevamo deciso di vendere tutto e voltare pagina. Lui voleva i soldi; io, in quel periodo, ero all’estero e capitavo di rado in Sardegna.
Alla fine, la scelta di liberarci della casa era stata fatta a tavolino, in modo un po' frettoloso, tanto che, a distanza di pochi mesi, entrambi ne subimmo un contraccolpo emotivo. Per quel motivo ritrovarmi là quel pomeriggio, almeno inizialmente, mi aveva fatto un certo effetto, il posto appariva intatto, si vedevano ancora le villette seminascoste nella macchia, la folta pineta e prima di arrivare al mare le dune, ancora belle alte, segno che neppure le mareggiate violente degli ultimi anni erano riuscite a portarle via.
Lasciammo la macchina all’ombra e con solo un asciugamano sottobraccio camminammo fino alla spiaggia.
“Quanta bellezza!” esclamò Mara. Nel suo volto corrucciato e pensieroso, vidi un bagliore, ingenuamente credetti per un attimo che il sereno fosse tornato tra noi. Ultimamente le cose non andavano granché bene. Pochi giorni prima avevo espresso il mio desiderio di restare a Londra. Lei, che sognava di tornare a vivere con me in Sardegna, aveva tentato in tutti i modi di convincermi a seguirla, ma di fronte alla mia risolutezza granitica si era dovuta arrendere. “Stai scegliendo tra il tuo lavoro e me?” Aveva chiesto alla fine con la voce spezzata dall’emozione e io, non meno emozionato, avevo risposto semplicemente muovendo il capo in segno affermativo. Da quel momento eravamo entrati in un limbo, indecisi se lasciarci subito o tentare di mantenere la relazione a distanza. Una situazione non facile, era come se nessuno dei due avesse voluto perdere ciò che avevamo costruito insieme.
“Mettiamoci là!” Le avevo detto riconoscendo un vecchio tronco di ginepro semi sommerso dalla sabbia dove giocavo da bambino.
“Che acqua invitante!” rispose Mara sempre più raggiante, ipnotizzata dalle incredibili sfumature turchesi del mare. Dopo essersi spogliata e avermi lanciato un sorriso corse nuda verso l’acqua tuffandosi con quel gesto seducente ed elegante che era solo suo e che pochi mesi prima mi aveva fatto innamorare. Rimasta in immersione per alcuni secondi, scomparve ai miei occhi per un tempo che mi parve infinito, tanto che non potei trattenermi dallo scivolare in un abisso di ansia e di rimpianto. Appena la vidi spuntare all’orizzonte, tirai un sospiro di sollievo e volli raggiungerla. Nella foga mi strappai la maglietta, poi mi misi a correre e mi buttai in acqua con un tuffo acrobatico del quale mi vergognai subito.
Quando uscimmo dall’acqua ci ritrovammo vicini distesi al sole, incapaci di scambiarci un abbraccio, anche solo un bacio, restando in silenzio a lungo, già quasi estranei una con l’altro.
Udito un tintinnio leggero, come di campanelle, sobbalzai ritrovandomi solo in mezzo alla spiaggia deserta. Avevo dormito. E Mara? Dove era finita?
Improvvisamente alle mie spalle, a ridosso delle dune, apparvero due capre, udii poi delle risate e riconobbi la voce di Mara, incuriosito mi alzai di scatto e feci alcuni passi nella sua direzione. La vidi, lei non sembrò sorpresa, mi salutò distrattamente e corse da un uomo che stava poco più in là e che la abbracciò. Quando venne da me sorrideva leggera e, nel vedermi imbronciato e pensieroso, non ebbe di meglio da dirmi che: “Geloso? Mi pareva che ci fossimo lasciati... o sbaglio?”
“Stronza!” Le risposi d’impulso, mentre avrei voluto dirle che mi ero preoccupato per la sua assenza. Lei non reagì, rimase composta, poi rispose: “Era Giulio, un mio compagno delle medie. Sono anni che non ci vediamo. Ora lui fa il pastore. È sempre stato un tipo togo...”
Tornammo a Cagliari rimanendo in silenzio per tutto il viaggio. Guidavo e, per un motivo che al momento non seppi spiegarmi, nei miei pensieri apparve mio padre, forse era quella strada, o forse la morfologia del paesaggio visto dall’auto; qualcosa mi riportò indietro ai tempi in cui i miei genitori, con me appresso, percorrevano quella via per tornare in città dopo il weekend trascorso al mare.
Capii allora che l’elemento evocativo di quelle immagini era stato il silenzio, la scena dei miei genitori si ripeteva in modo simile con Mara; in profondità non me l’ero dimenticato, perché ne rimanevo ogni volta turbato. Mentre ricordavo quei giorni, la luce sulla città all’orizzonte si era smorzata diventando crepuscolare, sentii dentro di me come uno strappo doloroso, la sensazione di un vero e proprio squarcio interiore dal quale presero ad affiorare immagini sparse del passato, come brevi video. In uno di questi vidi i miei genitori con un ombrellone sulla spiaggia e io, piccolo, che giocavo con un secchiello rosso vicino alla battigia. In un altro eravamo solo io e mio padre, non si vedeva mia madre, poi altre scene brevissime, mio padre che legge il giornale, mio padre che dorme, mio padre che fuma. Poi si vede una scena di mio padre in cima ad una duna. Arriva mia madre e tornano insieme verso la spiaggia. C’è una discussione. Mio padre è visibilmente arrabbiato, ma non si capisce perché. L’ombrellone viene smontato: è il segnale. Si torna a casa.
Giunti a Cagliari Mara disse di sentirsi poco bene, forse fu solo una scusa per andare a dormire altrove e non fermarsi da me, infatti dopo poco si congedò, senza quasi toccare cibo né acqua e senza un bacio. Uscita di scena non seppi fare di meglio che mettermi alla spasmodica ricerca di una birra, non ne trovai in frigorifero, salii allora in terrazza e là ne individuai un’ultima bottiglia. La certezza di poter contare almeno su quella bastò a sollevare il mio spirito minacciato fino a quel momento da una malinconia serpeggiante. Da lassù vidi gli stagni riflettere l’ultima luce del giorno, quando diventò buio rimasi immobile a osservare un aereo in fase di atterraggio e pensai alle persone a bordo e alla loro gioia di arrivare in Sardegna, un piacere che avevo provato io stesso per anni ma che avevo poi perduto. Stappai la mia birra, era calda, chiusi gli occhi e cominciai a bere.
“Guarda che è roba da uomini”, mi disse mio fratello prospettandomi una giornata a tosare le pecore da un amico pastore.
“Vieni dai così cambi prospettiva e non te ne stai incistato tutto il giorno a pensare a quella lì.”
Accettai e da un giorno all’altro mi ritrovai nella campagna di Urzulei in compagnia di un gruppo di otto pastori, tutti giovani, fortissimi, veri sardi. Mio fratello Marco, oltre al sottoscritto, era l’unico proveniente dalla città ma si capiva che era di casa laggiù, lo conoscevano tutti ed era benvoluto e questo fatto mi confortò molto. Il tosatore si faceva chiamare Diecu ed era nuorese, un tipo schivo, nonostante il caldo opprimente, vestiva i tipici pantaloni aderenti dei pastori del nord e parlava poco. Il lavoro, per uno come me poco avvezzo agli sforzi fisici, risultò subito estremamente impegnativo. Si trattava di catturare e immobilizzare una per una trecento pecore belanti per poi trascinarle dal campo al recinto dove operava il tosatore. Là, in pochi minuti, gli animali venivano liberati dal pesante vello e riportati smagriti e storditi nel gregge. Già dopo le prime venti mi sentii così spossato da essere pronto a mollare.
Fortunatamente arrivarono i rinforzi, fu molto bello sentire la solidarietà tra quegli uomini, mio fratello disse che tra pastori si usava così. Dopo tre ore di lavoro – con molte pause fatte di chiacchiere e risate, venne una donna con delle bottiglie d’acqua avvertendoci che da lì a poco il pranzo sarebbe stato approntato. Ci spostammo allora all’ombra di una rudimentale tettoia dove vidi una lunga tavola apparecchiata e altre donne operose e sorridenti. Seguendo presumibilmente un ordine di anzianità, fui fatto sedere all’ultima estremità della tavola, mentre al centro prese posto Bastianu – il pastore più anziano della zona - dissero, considerato una vera autorità.
Lo osservai spiluccare svogliatamente il cibo posto su vassoi di sughero ricurvi e guardarsi intorno con occhi scuri, furtivi e vigili, semicoperti da sopracciglia cespugliosissime. Ogni tanto sorrideva a qualche battuta in sardo stretto che solo io, tra i presenti, non riuscivo a cogliere. Furono serviti dei deliziosi malloreddus con ragù di pecora e a seguire ognuno ricevette un grosso pezzo di maialetto arrostito stranamente rovente mentre gli antipasti, olive e formaggi, si erano smaterializzati in un lampo lasciando il posto a verdure grigliate imbevute d’olio d’oliva e ad altre crude, freschissime, sicuramente provenienti da qualche orto vicino.
Diversamente da quello che si sarebbe potuto pensare, l’ambiente non era scevro di presenza femminile, anche se limitata a fugaci apparizioni; due donne corpulente e di poche parole apparecchiavano e sparecchiavano con gesti veloci ed efficaci, ma nessuna delle due si fermò mai a tavola a mangiare con noi. Le donne in compenso restarono l’argomento principale delle nostre conversazioni, con racconti che il consumo del vino coloriva e arricchiva aggiungendo particolari piccanti volutamente esagerati per aumentare il piacere e l’eccitazione di tutti.
Diede il la un giovane pastore di Azulei seduto dall’altro lato della tavolata, si chiamava Dinu, prese a raccontare del suo ultimo viaggio in Thailandia. “Ma le nostre ragazze non ti piacciono più? L’aveva subito schernito un suo compaseano di nome Mirko, interrompendolo e iniziando a provocarlo: “Io lo so perché Dinu va con le asiatiche, loro sono abituate alle taglie piccole…”
Ne seguì una esplosione di risate, il momento giusto per rabboccare di vino i bicchieri. Poi venne il turno di Efisio e poi quello di Francu, ognuno potè contare su un momento di gloria e di ilarità. Passati i brividi esotici delle ragazze thailandesi i racconti erano rientrati nei ranghi più familiari delle storie di paese riferendosi per lo più a stagioni andate, amori giovanili, qualche amorazzo proibito del quale però si evitavano i particolari per bloccare sul nascere pericolose curiosità, soprattutto celare i nomi delle protagoniste.
uando venne il mio turno raccontai della mia frequentazione occasionale con una ragazza di origini africane con la quale ebbi incontri in macchina nelle nebbie della pianura padana. Pensavo di impressionare i miei nuovi amici con qualcosa di esotico invece capii dai loro sguardi di averli sorpresi più con l’immagine dell’automobile umida in mezzo alla campagna nebbiosa che altro, poco ebbero da dire invece sul colore della pelle della ragazza, qualcuno tentò di farmi la morale sapendomi fidanzato con Mara.
Venne il turno di Bastianu e a tavola calò il silenzio. Un pastore accanto a me mi confidò con un filo di voce che a dispetto della figura minuta e curva di oggi Bastianu un tempo era stato un omaccione alto e forte, conosciuto per la sua prestanza fisica. Sposato e padre di otto figli, Bastianu nella vita non aveva mai fatto mistero della sua passione per le donne e delle sue avventure extra coniugali, ciò aveva fatto sì che intorno a lui si creasse un’aurea da grande seduttore. Per questo motivo i suoi racconti avevano sempre trovato folte platee di uomini attenti, in ammirazione.
“C’era una spiaggia chiamata Cala Ruja dove già alla fine degli anni settanta venivano i turisti del nord Europa ma anche dal continente, soprattutto coppie, gli uomini erano imbambolati, stavano ore ad ascoltare le partite alla radio o a leggere il giornale, la maggior parte dormiva. Le donne invece erano molto sveglie... (si sentono delle risate) La spiaggia era bellissima e selvaggia, non come adesso che è tutta costruita. C’erano le dune e i Lecci e i Mirti creavano ampie zone d’ombra. Io avevo capito che cosa cercavano quelle donne e così tutte le volte che ero libero andavo là per incontrarle.”
Di Bastianu si dice che nella sua vita abbia avuto più donne che capre e questo, a sentire i suoi racconti, viene da crederlo. “Il mio gioco preferito era mettere al collo di ognuna una campanella, a volte ci scrivevo sopra pure il nome, poi loro facevano finta di scappare o di nascondersi...e io dovevo cercarle e quando le trovavo diventavano mie. Una volta che avevano fatto quella esperienza tornavano puntuali ogni estate.”
“E quei cornuti dei loro mariti non sono mai venuti a cercarti?” Esclama una voce fuori campo. “Mi temevano e per questo mi rispettavano. Razza di conigli che non erano altro! Ma li avete visti quegli uomini del nord? Flaccidi, con la faccia rossa come il loro culo e sempre coi sandali ai piedi! Non mi sorprende che le loro donne fossero tutte insoddisfatte, per questo cercavano altro. Solo una volta un tizio di Brescia venne a cercarmi al paese, voleva farmela pagare perché mi aveva visto con sua moglie ma per sbaglio picchiò a sangue mio fratello perché lui mi assomigliava molto. Lo arrestarono quel cornuto e non ebbe neppure il coraggio di dire il vero motivo di quel suo gesto, cornuto e coniglio.”
“Bastianu ma non ti succedeva di innamorarti? Non hai mai pensato di fermarti, di dedicare le tue energie, le tue attenzioni solo a una donna, per poi magari sposarla?”
“Non avrei mai potuto, e poi non era quello che loro volevano.”
“Dai Bastianu, sappiamo che una preferita l’hai avuta...”
“Fillu de bagassa! Voi volete solo ridere di me...”
“Racconta, dai...”
“Era una milanese, si chiamava Betty, una donna bellissima, la pelle liscia come una conchiglia, d’estate era sempre in spiaggia col marito..ma con lei è stato subito diverso, lei era speciale, è stata l’unica a chiedermi di...”
“Che cosa ti ha chiesto Bastianu, dai non farci stare sulle spine…” (brusìo e risate)
“Lei mi ha chiesto di stare con me, voleva che la tenessi in una stalla, da sola, si... proprio come una capra. All’inizio mi è parsa una cosa folle, pericolosa... poi, invece…”
“Invece cosa?”
“Invece l’abbiamo fatto.”
“Andavo a trovarla ogni mattina per portarle del cibo. Lei mi accoglieva con grandi sorrisi e benevolenza. Poi si distendeva sulla paglia e chiedeva di essere presa, era insaziabile, ma io non mi sono mai tirato indietro. Durante il giorno rimaneva sola nella stalla, alla sera tornavo per portarle dell’acqua. Così siamo andati avanti per giorni. Lei poi ripartiva e andava in città. Ma l’estate successiva tornava e voleva ripetere l’esperienza. Ripenso spesso a quei giorni.
Mancai totu sas femminasa finti ancora un misteru” (Nonostante tutto, ancora oggi le donne restano un mistero per me.)
Ascoltavo il racconto surreale di Bastianu come paralizzato, mentre dentro di me un puzzle di immagini dolorose aveva preso a comporsi velocemente, scene di mia madre in partenza da sola per la Sardegna, mio padre insofferente e arrendevole che l’accompagna in aeroporto, ancora mio padre ma solo con me alla sera a guardare la tv nel caldo opprimente dell’estate. Assorto nei miei pensieri quasi non mi accorsi che il rumoroso gruppo dei pastori aveva nel frattempo lasciato la tavola piena di ossa e bicchieri di vino semivuoti e si era radunato in fondo alla stalla dove qualcuno stava proponendo una foto ricordo. In quel fuggevole frangente, sordo ai richiami degli altri, notai mio fratello farsi vicino al vecchio Bastianu e il tempo in cui gli fu accanto fu sufficiente per rendere evidente la loro somiglianza.
A dispetto della differenza di età, identiche apparivano la postura e il modo di gesticolare delle mani. Guardai con stupore la scena e istintivamente provai rabbia ma anche compassione per quel fratello amato e ripudiato da mio padre che evidentemente sapeva. Riconobbi in un lampo anche la mia ossessione per un certo tipo di donna, indipendente e selvatica, che tanto complesso rese il mio rapporto con l’altro sesso, forse il tentativo inconscio di comprendere più profondamente e amare mia madre e il suo mondo di segrete perversioni. Venne il momento in cui mio fratello si voltò verso di me e notò la fissità del mio sguardo su di lui, allora strabuzzò gli occhi e sorrise aggrottando la fronte, proprio come usava fare nostra madre. Scoppiai a ridere con gli occhi pieni di lacrime.















