Servono un minimo di ottocento parole, per riempire una pagina e trovare l’uomo. Sono tante, quando il foglio è bianco e l’anima non sa capire dov’è e dove sono andati a finire tutti.

Ogni parola ha un significato, io cerco quello di essere umano.

A volte cerco l’Uomo.

In una parola gentile, in un fatto buono, in una stretta di mano, in un pensiero che cambia prospettiva ma non verità. Si potrebbe trovare ad esempio, nel testo di una canzone o in quella frase sparata dall’autore nel bel mezzo di un’intervista e che ti dice:

Io non so se esiste l’amore, però so che esiste l’amare. Quando le cose diventano un sostantivo, perdono vitalità. Meglio il verbo, meglio amare.1

Venticinque parole, centoquarantasei caratteri (spazi inclusi), due righe appena, la scelta, l’importanza dell’agire e un uomo, o meglio, il lato autentico di un uomo. C’è dell’anima, nel foglio bianco di una canzone. E cerca l’uomo proprio come me.

Riesce a disegnarlo bene, a differenza di me. Parole che diventano voce, sostantivi che preferiscono essere verbo.

A volte cerco l’uomo, per esempio in una storia da raccontare.

C’era una volta, tipo l’altro ieri, in una piccola pineta che la natura ha improvvisato a ridosso di una spiaggia, una macchia verde, stava a metà strada tra l’azzurro del cielo sopra e il blu del mare di fronte, confusa tra la brezza della costa e il fresco del fogliame, tra la calura della prima estate e il sollievo di un inverno congedato, tra il silenzio dell’incontaminato e la carezza del vento che ci si tiene dentro quando cerchiamo di chiamarlo pace.

Non c’era nessuno. Ci sono solo passata attraverso. Si chiama momento. Qui l’uomo ha a che fare col tempo, e il tempo non lo fermi. Passa. Hai provato a guardarlo negli occhi, hai sperato che potesse capire, o prendersi un po’ di sereno, e che magari potesse correggere il passo, o pensare più a fondo, cambiare lo sguardo nel senso del buono. Fidarsi "lo stesso" del mistero.

Tradurre il sostantivo per farne un verbo.

Fin qui sono trecento quaranta e tre parole e l’uomo ancora non c’è, si nasconde, è rimasto all’inizio di una piccola storia. Ti ha illuso nel bel momento di una mattina di sole, nell’aria tanto attesa di giugno, quando tutto sembra consegnarsi alla mitezza.

Mancano ancora quattrocento cinquanta e sette parole per trovare quest’uomo, cominci a pronunciarne qualcuna e mentre cresce una preghiera capisci che forse non sempre serve una storia, che non si è alla ricerca dell’uomo ma della sua sensibilità sommersa.

L’uomo c’è, manca il suo sentire. La parola c’è, manca il verbo.

Per un attimo è buio. Non riesco a contare le mie parole. Non siamo più capaci di profezia, e siamo stanchi. Di questo avanzare, di questo sentirsi costantemente feriti e imbrogliati. Non è più possibile accettare una storia priva della sua azione, senza trama, debole, che non consideri la fine, lieta o no, che non si chieda perché, che non desideri un perché, che non respinga da sé la rabbia o il dolore.

Eppure ci sarebbero tante cose che fanno il buono di noi. Anche nel buio più profondo. Come quella nostalgia riposta nell’essenza di un piccolo seme che cresce assieme a noi, dentro. Non siamo più capaci di pensarla. Ancor più grave, desiderarla.

Quello che ci prende è sempre altro, da noi. Dall’essere umani. Mi è capitato di pensare che cerco e non trovo perché, a volte, è l’uomo che non vuole farsi trovare. Ha paura. Si nasconde, dietro un albero nel giardino. È consapevole della sua deriva e non la vuole confessare. Anzi la camuffa.

E come? Si eclissa dietro all’immagine bellissima di sé, dentro a una parola trasformata, o dentro a un sostantivo che non sa pronunciare il verbo. Prima di “umano” c’è “essere”, essere umano.

E invece no, lui no, nessuna consecutio temporum, dice tutto insieme, uomo e donna, persona e personalità, amore e libertà, diritto e dovere, legittimo e chissà che, potere e democrazia, mescola tutto insieme, giustifica e assolve, poi invece odia e condanna, accoglie e respinge, perde la conoscenza di sé.

Siamo a seicento ottanta e sei parole e l’uomo ancora non c’è e non c’è niente da dire, mentre sembra di affogare in un mare di voci che coprono proprio quella che non si riesce ad ascoltare: essere umano.

Mi rimetto a cercare l’uomo. Scendo in piazza, vado al mare, cammino, saluto e respiro, scrivo o telefono, apro la porta, chiedo permesso, ringrazio, porgo la mano, scendo le scale, ascolto il bisogno, comprendo la mancanza, evito il turbamento, rinforzo la corazza, sorrido davanti allo sgarbo, piango dietro la delusione, e scopro che mancano ventotto parole per trovare l’uomo.

Penso: sono veramente poche. L’essere umano dovrebbe avere una cifra più grande, o meglio un valore, da far valere.

Finisco a un po’ più di ottocento, sono solo parole.

Note

1 Dario Brunori, intervista a La Stampa, Torino 29 Maggio 2022.