Il 23 giugno, il giorno prima dell’inaugurazione, l’installazione della mia mostra dal titolo “In un’aria diversa, Teodorico” era perfetta. Era perfetta per merito di Patrizia Poggi, Fabiola Cogliandro, Edoardo Missiroli.
Spazio e opere una cosa sola; le opere davano l’impressione di essere lì da sempre. Il Mausoleo, infatti, dopo aver volato in compagnia, a volte sostenuto da insetti, animali primari, altre volte lui stesso creatore di scrittura, di piante e di pesci bizantini, era finalmente ritornato dal suo antenato: è proprio lì fuori, con i suoi misteri. Solitario e maestoso. Potrei dire: per necessità, il caso. Il caso: il Mausoleo di Teodorico e io. Il nostro incontro, nel 1986, così diversi eppure così uguali. La necessità: volevo un monumento, senza appendici, un esserci, solitario come me.
Ma un problema in realtà c’era e il problema sono io che non sopporto le inaugurazioni, di qualsiasi tipo, soprattutto quelle d’arte. Come accade ai funerali, così anche alle inaugurazioni, dopo avere sbrigato le formalità, condoglianze ai parenti del defunto, occhiata veloce alle opere e complimenti all'artista, all'inaugurazione è tutto un brusio di voci, un parlare d'altro. La conversazione per lo più batte il territorio dei luoghi comuni, percorre il cosmo concreto e rassicurante degli accadimenti esterni. È l'unico modo possibile per allontanarsi, per prendere distanza da eventi che non si è più allenati a comprendere.
L'addio corale – il funerale – ha smarrito la dignità grande di un dolore condiviso. E l'opera, per altre vie, anche lei ha smarrito il suo pathos, da sola è divenuta insostenibile. Così per molto tempo, in modi diversi, ho abbandonato i luoghi prestabiliti all’arte.
E me ne sono andata ad arte. Appunto.
Così, allenata all’imprevisto, sono passata dall’immagine alla scrittura e ho chiesto al mio amico Gian Luigi Tartaull di leggere – credo che sia l’unico artista in grado di leggere quando si deve leggere – in questa circostanza alcuni brani che, in un’aria diversa, accompagnano il viaggio di Teodorico. Eccoli nell’ordine con il quale Gigi li ha letti.
Passus
Cosa posso regalarti Ravenna ventosa e accecata?
Ti regalo quelle due o tre PASSIONI che hanno annichilito le mie giornate
Ti regalo quelle due o tre PASSIONI che non demordono. Resistono.
I miei pomeriggi
Ti regalo i miei pomeriggi inchiodata al tavolo bianco che cresce con me a misura dei miei lavori
Mi ha seguita in tutte le strade e ha portato e porta le mie radici in fondo alla terra
Ancorata all’orlo del tavolo – fronte, gomito, curva delle ginocchia comprese –
ostinatamente non mollo.Nell’angolo estremo osservo
osservo questa città muta
e scrivo con una piccola matita nera
Ildegarda, io, la bicicletta
Il mio spirito nella visione sale alto fino alle stelle.
In un’aria diversa si allarga, si dilata nelle terre, alto, sopra le differenti regioni,
in luoghi lontani da dove resta il corpo.
Nella visione vedo diversamente, guardo le vicende mutevoli delle nuvole e
delle altre creature.Sono nata da molto tempo, ma, nella visione, sono ancora un fiore di ragazza
che si offre all’acqua, alla terra, all’aria.
Sono nella bellezza dei campi. Brillo nelle acque.
Ardo nel sole, nella luna e nelle stelle
Con-fusione
Ravenna Ravenna
una volta
città di nebbia spessa e opaca luce
ora vola nel vento
dimezzata e corrotta da generazioni di accecati.
È scomparso l’occhio buono
per guardarsi intornoRavenna Ravenna
Da un po’ di tempo alla fine di novembre
prendo in mano il Mausoleo di Teodorico
e gioco con lui
Come lo vedo ora il Mausoleo
è stato fatto dal tempo, dal corso naturale delle cose
e io mi sento imparenta con lui.E ancora il gioco
Tutta la forza creativa del gioco;
nella forma, nel volo, nelle leggi della fisica, nella scrittura
Gioco pesante, gioco leggero,
spaesamento, interrogazione.Una volta all’anno una vita nuova,
oltre a quelle conosciute
tutte quelle sconosciute
Ravenna ventosa
Quando dico che i tempi si sono straniti intendo dire proprio quel che dico. Per dimostrare che i tempi si sono straniti, non devo andare lontano. Anzi rimango qui seduta e ascolto il rumore del vento. Mi è sufficiente alzare gli occhi per vedere dall’alto la visione di Ravenna ventosa Ravenna, Ravenna, una volta città di nebbia costruita ora riportata dal vento alla luce.
Ecco. E così non potrò più dire che c’è e non c’è, che ci sono e non ci sono.
La fredda luce del nord mi rivela colline e montagne.
L’arco collinare e montano è così vicino che Ravenna m’appare come città
di vocazione montana.
Ma io preferisco la nebbia.
Preferisco i vapori di fiumi sotterranei assopiti
Qui invece tende tutto a prendere il voloQuesto vento è vecchio, viene da paesi lontani.
Porta con sé l’eco di terre sconosciute
È l’ultimo esponente di quel nomadismo antico – di cui si è persa la memoria – che per necessità apriva il mare e le montagne.
Il vento non vive, è.
È ovunque e scarica nelle nostre spalle gli umori che ha assorbito nel suo percorso.Ma ci sono luoghi con un vento perenne.
Lì il vento non arriva. Lì è nato e lì vive.
E infine ecco la risposta, quella terza entità nuova che prima non c’era e che qui nasce tra me e Angelo Noce, e tra me e Cristina Mazzavillani Muti.
Il messaggio che segue è di Angelo Noce ed è vocale, quindi ne ho lasciato i tempi:
Buongiorno Mariella, amica cara, io faccio un po' di confusione con il telefonino, come viene chiamato il soggetto che sto utilizzando ... e però..., le motivazioni con cui recentemente non ci siamo sentiti, sono state determinate da un problema di salute che... ho e che riguarda, guarda un po', che riguarda il cuore. Volevo però dirti che ho avuto, come sempre mi accade, il piacere di vedere la tua finalità dei tuoi disegni che sortiscono... surreali freschi e reali da essere tanto amabili e amati e quindi Cara mia amica, se la mia difficoltà..., c’è... e c’è, mi consola invece... la tua azione e la tua attività. La tua mente... seguo... sempre... i tuoi scritti... Meer. [...] sì, come voi donne siete in grado di dare la vita, così i segni... sono attivati dal vostro sentire. Cos'è infinito? Essere, l'infinito modo di onorarla, ciao cara.
E infine Cristina Mazzavillani Muti:
Sei una dea della resistenza!! Sei implacabile con te stessa!! Ormai l’aria che ti avvolge è disegnata col tuo tratto, porta il vortice delle tue parole scritte che sembrano note musicali su righe invisibili!! Il tuo pedalare solleva un mormorio di ammirazione che si mescola ai tuoi pensieri e che tu non puoi ascoltare… chi ti vedesse da lontano sarebbe incantato da tale visione… una figurina magra piena di grazia avanza pedalando su una bicicletta enorme sollevata da terra e con tutto un brusighio di boscaglia e animaletti e muschi e licheni che la inseguono cantando inneggiando minuscoli cori battenti!!! Un ricciolo biondo si stacca dalla fronte con civetteria e veleggia allegro facendo da vela nell’aria… chi guarda s’incanta e ringrazia!!!
Cristina è l’amica che vede Ildegarda, io e la bicicletta come in realtà siamo e sono.















