La tanto discussa Biennale dell’Arte 2026 ha fatto molto parlare di sé, talvolta più per le implicazioni di carattere politico che per i contenuti e i messaggi che l’arte stessa è in grado di dare.
Purtroppo la partenza è stata segnata dalla scomparsa improvvisa e prematura della direttrice artistica, Koyo Kouoh, critica d’arte di origine camerunese e naturalizzata svizzera, prima donna africana a ricoprire questo incarico.
“In minor keys” è il suggestivo titolo della Biennale 2026. Le tonalità minori sono i toni sommessi, richiedono un ascolto in grado di attingere alle emozioni. Sono anche, nelle parole della stessa curatrice, “piccole isole: mondi in mezzo agli oceani, con ecosistemi distinti e ricchi, vite sociali articolate all’interno di strutture politiche ben più ampie […], un arcipelago di oasi, giardini, cortili, residenze, loft, piste da ballo; universi conviviali che rigenerano e sostengono soprattutto nei momenti più bui”.
Gli artisti non sono soltanto interpreti attivi di fenomeni e condizioni sociali o politiche, comprese le contraddizioni attuali, sono anche anime particolarmente sensibili in grado di intercettare il mood del momento prossimo venturo, riuscendo in molti casi a veicolare messaggi che, ad uno sguardo attento, sembrano indicare una tendenza, una direzione.
A un’osservazione non convenzionale del fenomeno artistico, infatti, l’esperienza sensoriale associata alla fruizione dell’opera d’arte può trasmettere sia un mood del momento storico sia una direzione precisa. La psicologia possiede una funzione interpretativa dei fenomeni sociali, così come dei processi e dei percorsi artistici. La psicologia in questo senso non è una disciplina neutrale, in quanto ciò che legge nel mondo deve metterlo a disposizione della società. Ha il compito di operare, con una logica ai limiti della politica, affinché la società tragga beneficio da nuove idee e si muova nella maniera migliore per tutti.
Lo psicologo ha un preciso ruolo e un compito rilevante, non deve stare chiuso all’interno delle quattro mura dello studio o delle istituzioni o delle società nelle quali è chiamato a operare, ma deve parlare, deve portare all’esterno il suo pensiero, soprattutto nei momenti critici della società, in quei frangenti nei quali sembra che i governanti abbiano scelto, per così dire, di guidare verso strade sbagliate.
Oggi è un momento così, oggi il mondo sembra aver preso “una brutta piega”. E proprio oggi lo psicologo ha il compito di leggere le situazioni e di comunicare all’esterno, attraverso i canali che gli sono consentiti, una lettura degli aspetti critici e di indicare una direzione migliore.
Ebbene, visitando i vari padiglioni e cercando di non focalizzare l’attenzione sugli elementi “di contorno”, francamente disturbanti, come ad esempio la massiccia presenza di forze dell’ordine o le continue polemiche sulla presenza o assenza di rappresentanti della politica, emergono due dati fra loro complementari: da un lato una posizione rigida, ferma, arida dei principali esponenti del mondo occidentale, dall’altro una forza ricca, viva, piena, del mondo africano e dei Paesi emergenti in generale, in particolare di Africa e Sudamerica.
Sembra che la Biennale, sotto questo punto di vista, segnali una profonda decadenza del mondo ricco, occidentale, sedicente più evoluto: forme statiche, rigide, fissità degli stimoli, meccanismi ripetitivi, linee nette, angoli. Insomma, la prevalenza massiccia di tutte queste caratteristiche trasmette un senso di fissità, che è il segnale di una tendenza decadente. Una società statica non evolve, ma involve, si blocca e si richiude su meccanismi consolidati e probabilmente desueti.
Al contrario, quello che si osserva visitando i padiglioni dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, quelli del sud del mondo, quelli considerati secondari, anche nell’espressione artistica talvolta valutata come “povera”, ebbene lì c’è una vera e autentica magia, un’esplosione di textures, di colori, di forme, di suoni. Lì emerge la vivacità e la voglia di vita. Ho rilevato questo bellissimo segnale, come se questi Paesi avessero molte più cose da raccontare, nelle loro esplosioni di colori, di forme, nei loro tessuti intrisi di storia e di storie, nell’uso sapiente dei materiali, capaci di trasmettere sensazioni tattili anche in assenza del tocco.
In questa Biennale, dove il protagonista erano le voci provenienti dai Paesi africani, il sud del mondo si è espresso nel modo più intrigante e coinvolgente: la povertà dei materiali, spesso ruvidi, densi di materia, mischiati dalle mani degli artisti, è divenuta ricchezza e splendore, ha dato vita a riflessi di luce, policromie sapienti, sovrapposizioni, spessori, tonalità cangianti, ruvidezze esplosive, dove l’opaco ed il lucido si intersecano in un tutto complesso e vitale.
Proprio la vitalità, la ricchezza delle idee, la presenza di scaglie di vita, di terra rossa, di facce, di corpi, tutto questo trasmette movimento che prende vita dall’opera, sottolineando – se ancora ce ne fosse bisogno – la vita che vuole emergere nonostante tutto, nonostante le difficoltà, nonostante le migrazioni disperate.
La terra dell’oro è soprattutto l’Africa, il continente da cui abbiamo preso origine e che adesso emerge in tutta la sua potenza e ricchezza, sottolineando la potenza della vita, la giovinezza del mondo che vuole venir fuori, davanti alla decadenza dei cosiddetti ricchi, in realtà profondamente poveri di spirito, terre ormai riarse dall’egoismo e dalla perdita di valori.
Davanti a questo fenomeno, la psicologia non può che inchinarsi e riconoscere la superiorità di chi viene vissuto “in tono minore”, “in minor keys” appunto, ma che ha al suo interno un’esplosione di fiori frutti animali vita mare… in un insieme che commuove e che seppellisce nelle ceneri il mondo arido di chi crede di possedere un tono maggiore, di chi alza la voce, di chi ha ormai perduto l’umanità della vita.















