La progettualità di Carlo Bevilacqua, fotografo palermitano e milanese di adozione, è a getto continuo, una passione talmente estesa che lo porta fino ai confini del mondo per cercare relazione tra l’essere umano, le comunità e i riti, raccontando connessioni tra persone, luoghi e culture.

Dalle radici dell’umanità fino all’epoca presente l’autore dipana identità molteplici scavando nel profondo significato del sacro e del profano e dell’autentico senso dell’esistenza e delle scelte di vita. Un esempio recente è il suo lavoro Into The Silence. Eremiti del Terzo Millennio, un viaggio tra le comunità alternative artistiche e spirituali di tutto il mondo, visitabile nell’ambito del Festival della Fotografia italiana a Bibbiena, Poppi, Pratovecchio e Stia.

E intanto la sua instancabile attività non si arresta e si focalizza su un altro esteso lavoro di taglio antropologico in fase già avanzata che prevede come ultima tappa le isole Samoa nell’Oceano Pacifico meridionale, dopo avere esplorato il sud del Messico, il Nord America, l’India, Panama, l’Italia e Napoli in particolare e il Vietnam. Il titolo di questo affresco creativo è Queer Divine dove si apre un sipario inedito, attestato da studi antropologici e storie orali, sulla fluidità di genere, legata alla sacralità.

Carlo Bevilacqua riflette con Meer sulla complessità del suo nuovo lavoro fotografico.

L’idea di una società fondata esclusivamente su una concezione binaria di genere è relativamente recente nella storia dell’umanità. In molte culture il genere non è stato vissuto come una gabbia rigida, ma come uno spettro fluido di possibilità. In questi mondi, antichi e vivi, la realtà non si piegava al bianco e nero del maschile e femminile, ma si apriva a sfumature, attraversamenti, metamorfosi. In molte culture del mondo – soprattutto al di fuori dell’Occidente – esistono da secoli identità di genere che riconoscono e accettano da tempo una pluralità di espressioni, con ruoli e identità che vanno ben oltre la semplice opposizione tra maschile e femminile. Figure sacre, spiriti androgini, cerimonie che attraversano simbolicamente i confini del corpo e dell’identità: tutto questo racconta un mondo in cui il genere era profondamente intrecciato alla spiritualità.

Nel sud del Messico all’interno dell’istmo di Tehuantepec vivono le Muxe.

Nella cultura zapoteca, le Muxe (o muxe’ in zapoteco) sono riconosciute come un terzo genere, profondamente intrecciato con la storia, la spiritualità e il tessuto sociale della comunità… Le Muxe esistono al di là del binarismo, incarnando un’identità fluida, complessa. La loro esistenza e identità, documentate da tempi immemorabili, sono un riflesso vivo delle cosmologie indigene precoloniali, dove il genere era visto come una costellazione di possibilità e non come una prigione. Le Muxe esistono nella società zapoteca da molto prima della colonizzazione spagnola.

La loro presenza è radicata in una tradizione culturale antica, profondamente intrecciata con le credenze religiose locali. Le Muxe non vivono ai margini: sono artigiane, sarte, tessitrici, cuoche, curatrici e figure spirituali. Spesso si prendono cura degli anziani, gestiscono la casa e svolgono ruoli che incarnano attenzione, responsabilità e amore. Sono riconosciute non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò che sono – non come eccezioni, ma come parte integrante dell’ordine sociale. Una volta all’anno, a novembre, questa presenza si trasforma in celebrazione: è la Vela de las Intrépidas Buscadoras del Peligro, la notte delle intrepide cercatrici di pericolo. Durante la Vela, le Muxe indossano i bellissimi abiti tradizionali Tehuana, eleganti, sontuosi, ricchi di storia, e sfilano tra le strade illuminate. La comunità le festeggia e le onora con musica, messe e festa. C’è orgoglio.

In questa narrazione si evince il fil rouge che lega tutte le testimonianze globali raccolte da Bevilacqua per restituire dignità e rigore storico alle identità di genere.

Per mettere in discussione l’idea di un modello unico e universale, proponendo invece una concezione del genere come uno spazio fluido, complesso e culturalmente specifico. In questo spazio di mezzo, che si estende tra mondi, ruoli e categorie, si apre la possibilità di una visione più ampia, in cui il genere non è una gabbia, ma un ponte – tra spirito e corpo, individuo e comunità, umano e divino. Un territorio di attraversamento, trasformazione e connessione che sfida l’universalità dei modelli occidentali e invita a riconoscere la ricchezza di prospettive altre, dove il genere è vissuto come possibilità, non come limite.

Lo sguardo profondo del fotografo ci conduce attraverso riti, miti e identità del subcontinente indiano.

Qui, in particolare, quelle note come Hijra, nel Nord dell’India, o Aravani, nel Tamil Nadu, donne transgender o persone nate con caratteristiche maschili ma che adottano identità e ruoli femminili – affondano le loro radici in epoche remote e continuano a essere presenti nelle società contemporanee dell’Asia meridionale, soprattutto in India, Pakistan e Bangladesh… Sebbene spesso marginalizzate nella società indiana contemporanea, le Aravani e le Hijra, occupano da secoli un posto distinto e storicamente significativo nella vita spirituale e rituale del subcontinente. Non sono semplicemente tollerate: per secoli sono state considerate custodi di un potere liminale, capaci di portare fertilità, protezione, auspici.

Si continua il viaggio lungo la costa caraibica di Panama, nelle isole dell’arcipelago di San Blas, dove vive il popolo Guna, custode di antiche tradizioni, profondamente legato alla natura e guidato da una spiritualità che accompagna la vita quotidiana. L’obiettivo di Carlo Bevilacqua prosegue e si concentra tra i popoli indigeni delle terre ancestrali del Nord America.

Dove tempo, mito, spirito e natura si intrecciano ed è esistita per millenni una comprensione ricca e fluida del genere, incarnata da coloro che oggi sono conosciuti come Two-Spirit. Spesso erano guaritori, sciamani, guide cerimoniali, mediatori e custodi dell’armonia sociale: ruoli sacri che riflettevano una visione indigena fondata su un’integrazione profonda tra identità di genere, spiritualità e benessere comunitario. La natura duale del genere nelle identità Two-Spirit è spesso interpretata come un dono soprannaturale, un intervento del Creatore o degli spiriti stessi, che conferisce poteri speciali e saggezza. I movimenti Two-Spirit contemporanei intrecciano spiritualità ancestrale e attivismo queer, trasformando la memoria in resistenza e la ritualità in linguaggio politico. Cerimonie, danze, narrazioni orali e pratiche comunitarie diventano strumenti di ricostruzione identitaria e di riappropriazione del proprio posto nel cerchio della vita.

In Italia, a Napoli, Bevilacqua narra i Femminielli.

Nel Sud Italia, a Napoli, incarnano un’espressione di genere unica, profondamente radicata nella cultura popolare e storicamente riconosciuta come parte integrante del tessuto sociale cittadino. Pur nati con caratteristiche fisiche maschili, i Femminielli assumono ruoli, identità e comportamenti tradizionalmente associati al femminile. Lontani dalla marginalizzazione, sono considerati portatori di buona sorte e depositari di una conoscenza particolare, legata alla loro percepita connessione con entrambi i mondi – maschile e femminile. La loro presenza è parte viva e significativa di rituali e festività popolari, dove ricoprono spesso funzioni simboliche di mediazione e auspicio.

La mappatura del percorso prosegue in Vietnam.

Come accade in molte altre culture tradizionali, il Dao Mau – la Religione della Madre Divina – offre un vivido esempio di come la spiritualità possa accogliere e celebrare la fluidità di genere e la diversità sessuale. Praticata principalmente nel Vietnam del Nord, questa religione popolare si fonda sulla venerazione di dee femminili, le Madri Divine, che incarnano poteri legati alla natura, alla fertilità, alla protezione e alla guarigione. Ciò che distingue il Dao Mau è la sua straordinaria inclusività verso identità di genere non conformi.

Dall’Oriente si passa al continente africano.

In Africa occidentale – in particolare nelle regioni del Benin, del Togo e della Nigeria meridionale – il sistema religioso ancestrale del Vodun accoglie e celebra la diversità e la fluidità di genere, riflettendole nel proprio pantheon e nelle pratiche rituali. Ancora una volta, genere e spiritualità si intrecciano, superando rigide categorizzazioni e mostrando un modello di inclusività culturale.

Il progetto Queer Divine eleva il rispetto e la dignità di ogni persona che abita su questa terra e una frase di Carlo Bevilacqua può aprire le menti e i cuori: “L’appartenere a più mondi e a nessuno è uno stato di grazia al confine tra umano e divino.”