Una delle immagini più diffuse della politica contemporanea contrappone due modi opposti di parlare. Da una parte c'è Donald Trump, accusato di usare un linguaggio eccessivamente volgare, aggressivo e provocatorio. Dall'altra ci sono le élite politiche, amministrative e tecnocratiche, che si esprimono attraverso un linguaggio spesso incomprensibile, astratto e burocratico. Il dibattito pubblico tende a denunciare soprattutto il primo fenomeno rispetto al secondo, ma forse il problema è più complesso e riguarda meno il tono delle parole che il loro rapporto con la realtà che dovrebbero descrivere.
È difficile negare che Trump utilizzi frequentemente espressioni sopra le righe. Il suo linguaggio è costruito apposta per andare contro le élite tecnocratiche: il presidente americano usa il linguaggio triviale per colpire, semplificare, polarizzare. Il tycoon preferisce l'iperbole alla sfumatura e la provocazione alla prudenza. Per molti osservatori ciò rappresenta una degradazione del discorso pubblico, un imbarbarimento che priva la politica della sua dimensione argomentativa a favore di un continuo corpo a corpo emotivo.
Tuttavia, esiste anche un'altra forma di degradazione, meno appariscente ma non necessariamente meno problematica: quella del burocratese. Mentre il linguaggio populista tende a essere eccessivamente concreto, il linguaggio tecnocratico tende a essere eccessivamente astratto. Dove il primo urla, il secondo anestetizza. Dove il primo semplifica troppo, il secondo complica inutilmente; così un licenziamento diventa una "razionalizzazione del personale", una diminuzione dei salari reali si trasforma in una "fase di aggiustamento", una guerra produce "danni collaterali", una crisi sociale viene descritta come una "criticità sistemica". Le parole non sono false, ma spesso sembrano allontanarsi dall'esperienza concreta delle persone.
Su questo meccanismo la linguista Nora Galli de' Paratesi ha scritto pagine che restano illuminanti, pur essendo nate per descrivere tutt'altro ambito lessicale. Nella sua Semantica dell'eufemismo (1964; poi ripubblicata da Mondadori come Le brutte parole, 1969), Galli de' Paratesi mostrava come l'eufemismo non sia mai un semplice ornamento stilistico, ma una vera e propria "repressione verbale": si sostituisce una parola con un'altra non perché la cosa designata cambi, ma perché diventi socialmente tollerabile nominarla in modo indiretto. Il suo oggetto d'analisi era il lessico del corpo, della morte, della sessualità – tutto ciò che una società preferisce evocare piuttosto che dire.
Ma lo stesso meccanismo di interdizione, spostato dal tabù privato al disagio pubblico, spiega perfettamente il burocratese contemporaneo: non si dice "licenziamento" non perché la parola sia oscena, ma perché nominarla apertamente esporrebbe chi parla alla responsabilità di ciò che descrive. L'eufemismo tecnocratico, come quello sessuale studiato da Galli de' Paratesi, serve a mettere una distanza di sicurezza fra il parlante e la cosa: cambia ciò che si può dire senza cambiare ciò che accade. Il risultato è paradossale.
Chi ascolta il linguaggio delle istituzioni può avere l'impressione che la realtà venga continuamente filtrata, smussata e resa irriconoscibile, quasi che dietro ogni formula rassicurante si nascondesse qualcosa che non si ha il coraggio di guardare in faccia. In questo contesto, il linguaggio diretto del populismo appare a molti come una forma di autenticità, anche quando è grossolano o impreciso. Non perché sia necessariamente più vero, ma perché sembra meno artificiale.
La questione, tuttavia, non consiste nello scegliere tra la volgarità e il burocratese. Entrambi rappresentano una rottura del rapporto equilibrato tra parole e realtà. La volgarità riduce la complessità del mondo a slogan e contrapposizioni immediate. Il burocratese, al contrario, rischia di seppellire la realtà sotto strati di formule tecniche e di eufemismi.
La vera domanda diventa allora se il linguaggio sia uno strumento di descrizione o uno strumento di potere. Su questo punto pensatori molto diversi come George Orwell (Politics and the English Language, 1946), Michel Foucault (L’ordine del discorso, 1971) e Pierre Bourdieu (La parola e il potere, 1982) convergerebbero nel dire che il linguaggio non è mai neutrale – per Foucault il discorso è addirittura “le pouvoir dont on cherche à s’emparer” (L'ordre du discours, cit., Gallimard, p. 12): definire i termini del dibattito significa già esercitare potere.
Anche Ludwig Wittgenstein, sia pure partendo da premesse molto lontane da quelle di Orwell o Foucault, aiuta a capire perché la questione non sia solo di stile. Nel Tractatus Wittgenstein scriveva che i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo: chi non possiede le parole per nominare un'esperienza, semplicemente non può pensarla né condividerla. Il burocratese, in questo senso, non si limita a nascondere la realtà: la rende letteralmente inabitabile per chi non padroneggia il suo codice.
Nelle Ricerche filosofiche, Wittgenstein aggiunge un tassello decisivo con la nozione di gioco linguistico: il significato di una parola non è un'entità fissa, ma dipende dall'uso che se ne fa all'interno di una forma di vita condivisa; il problema del linguaggio tecnocratico è proprio questo: costruisce un gioco linguistico chiuso, accessibile solo a chi ne conosce le regole – economisti, giuristi, funzionari – e in questo modo esclude il cittadino comune dalla forma di vita della democrazia, che dovrebbe fondarsi su un linguaggio condiviso. Il populismo di Trump, specularmente, rifiuta ogni gioco linguistico troppo elaborato e riduce la comunicazione a un unico registro, quello dell'attacco diretto: anch'esso, a suo modo, impoverisce la forma di vita comune, sostituendo la varietà dei giochi linguistici della democrazia con un solo linguaggio, gridato.
Da questo punto di vista, la vera alternativa non è tra il linguaggio di Trump e quello dei tecnocrati: l’alternativa è tra un linguaggio che cerca di farsi capire e un linguaggio che rinuncia a questo compito. Gianni Brera sosteneva che occorre chiamare “il pane pane e il culo culo”; non era un elogio della trivialità, ma della chiarezza. Anche nei Vangeli troviamo qualcosa di simile. Cristo parla spesso attraverso parabole, immagini agricole, debiti, semi, vigneti, pescatori, pastori. Non usa il linguaggio dei teologi del suo tempo né quello delle élite sacerdotali.
In un passo molto citato: "Sia invece il vostro parlare: 'Sì, sì', 'No, no'; il di più viene dal Maligno" (Mt 5, 37) si afferma infatti che la parola debba essere comprensibile e corrispondere il più possibile a ciò che si intende dire in modo che la vita e la comunicazione possano essere fondate su onestà e trasparenza, in quanto ogni manipolazione verbale genera divisione. Una società realmente giusta, quindi, ha bisogno di segni che siano insieme comprensibili e rigorosi, popolari ma non demagogici, precisi ma non incomprensibili.
Naturalmente c’è una differenza importante. Parlare in modo semplice non significa necessariamente parlare in modo semplicistico: una parabola evangelica è semplice da comprendere, ma spesso contiene una grande complessità morale. Analogamente, Brera cercava parole vive e concrete, ma non per eliminare la complessità del calcio o della vita; piuttosto per renderla accessibile. È, in fondo, lo stesso compito che Wittgenstein assegnava alla filosofia, forse sia nel Tractatus che nelle Ricerche Filosofiche: non complicare o oscurare artificialmente ciò che è semplice, né semplificare ciò che è davvero complesso, ma restituire alle parole il loro uso corretto all'interno della forma di vita a cui appartengono.
Forse si può affermare che una parte del linguaggio contemporaneo sembra aver invertito il principio: invece di rendere comprensibile ciò che è complesso, talvolta rende incomprensibile ciò che potrebbe essere detto chiaramente – oppure, all'opposto, banalizza fino a svuotare di senso ciò che avrebbe bisogno di distinzioni sottili. Ma quando il linguaggio diventa soltanto insulto o soltanto procedura amministrativa, esso smette di illuminare la realtà, restringe i limiti del mondo comune di cui parlava Wittgenstein anziché allargarli. E quando le parole non illuminano più la realtà, cresce inevitabilmente la sfiducia verso chi le pronuncia.















