Cosa significa esistere nell’era dell’immediatezza? Perché l’attesa è percepita come ostacolo? Che spazio resta alla lentezza in un mondo che corre senza sosta?

Al giorno d’oggi il rito del tutto e subito trasfonde ogni rituale del quotidiano.

Siamo ancora capaci di attendere o abitualmente siamo portati a prediligere solo quel che è raggiungibile all’istante?

La questione, non si limita solo al rapporto con le tecnologie, ma si radica nelle pieghe intime dell’esperienza umana.

Dall’amore alla crescita personale, queste sono solo alcune delle dimensioni coinvolte, intessute dall’impazienza. Nelle relazioni interpersonali la velocità di risposta ad un messaggio è considerato elemento indicatore del grado di interesse reciproco. Una non risposta può generare conflitto, ansia ed il risveglio di insicurezze relazionali.

L’assenza di impeto potenzialmente condiziona l’andamento di un rapporto personale ma anche professionale. Non a caso nel contesto lavorativo, la velocità e produttività sono spesso considerati fattori determinanti imprescindibili per il successo e la crescita.

È fondamentale essere reattivi ed anticipare gli altri con l’idea migliore. Non è abbastanza il tempo d’incubazione che abbiamo a disposizione, non è concessa la stasi nel processo di creazione.

Nel mondo del fitness, quanto successo riscuotono trattamenti che promettono trasformazioni “miracolose” con il minor sforzo possibile? Quante volte ci siamo ritrovati avanti cartelloni pubblicitari che mostrano corpi perfetti presi come unico riferimento contemplabile?

Si tende a prediligere risultati rapidi e visibili, accettabili solo se raggiunti in breve tempo col minor impegno. Così si alimenta un ideale di bellezza che sembra essere alla portata di tutti.

Tuttavia si tralascia la complessità e la delicatezza di trasformazione del corpo che richiede cura, lentezza, stasi e accettazione. L’impazienza si declina anche negli acquisti online e spesso quelli che sono i servizi “prime” per coloro i quali non vogliono proprio aspettare.

Ma anche nei percorsi di autoapprendimento che, quando non danno risultati di raggiungimento concreto manifestabile nei primi tempi, possono creare un senso di respingenza. Quali analisi abbiamo su questa tesi?

Esiste un interessante studio dello psicologo Walter Mischel chiamato “Test del Marshmallow”, svolto nell'Università di Stanford su diversi bambini nel 1982.

L’obiettivo dello studio era esplorare i meccanismi psicologici alla base dell’autocontrollo, osservando come gli individui gestiscano la tensione tra il desiderio di gratificazione immediata e la capacità di posticipare il piacere in vista di un beneficio maggiore a lungo termine.

In che modo? Ogni bambino venne lasciato in una stanza con avanti la caramella, protagonista dell’esperimento, ma anche con altri giochi in grado di apportare distrazione nel corso dell’attesa.

Durante lo studio Mischel notò in ogni prescolare una correlazione tra la tempistica di non azione all’istinto di mangiare il marshmallow e la capacità di gestione dello stress.

Ipotizzò due sistemi decisionali: uno collegato al sistema limbico in grado di rilasciare azioni maggiormente impulsive e un sistema cognitivo collegato alla corteccia prefrontale a cui sono rilegati comportamenti logici.

La gratificazione non immediata diveniva indice di un maggiore autocontrollo per la realizzazione più amplia a lungo termine.

Nel 2011, l’Università della Pennsylvania, pubblicando i risultati dello studio su mille bambini monitorati che per oanalizzò ltre trent’anni dividendo in casistiche specifiche: chi aveva scelto per l’appagamento immediato e chi aveva deciso di aspettare.

Coloro maggiormente attratti dall’appagamento immediato e dunque, che mangiarono all’istante la caramella svilupparono problematiche come danni in termine di salute fisica, dipendenze e precedenti penali. La controparte invece manifestò le dette conseguenze in percentuale nettamente minore.

Nel corrente contesto socio-culturale si esperisce un cambiamento radicale riguardante la soglia di tolleranza dell’attesa.

Esistiamo guardando realtà virtuali che concedono una narrativa di vite caratterizzate da un apparente successo rapido, che, il più delle volte eliminano la porzione di storia rilegata agli errori, ai fallimenti ed alla costruzione lenta a favore di un’immagine di successo immediato.

Ma se l’attesa fosse ciò che ci salva in quanto umani? Se l’attesa non fosse percepita con frustrazione ma intesa come preparazione, crescita, riflessione?

Attesa come esercizio di lucidità per scegliere di non cedere all’impulso ma osservare il lato logico delle situazioni.

Arricchire la propria vita di condizioni sospese può darci la possibilità di stare nella zona neutra.

Collocarci nello spazio tra un evento ed un altro: è un dono che può cambiare la qualità dell’esistenza e può insegnarci il valore stesso della stasi.

Aspettare è sorprendersi.

Una personale pratica che adopero per esercitare la mia capacità di attendere è la fotografia analogica.

Scattare con pellicola stimola inevitabilmente l’adeguamento ad una condizione di impazienza che è sensazione caratterizzante del rito. Un giorno qualsiasi ci si ritrova avanti una immagine e si scatta una foto. Da quel momento possono passare giorni, settimane o anche mesi prima che diventi tangibile. Tra uno scatto ed un altro, la sorpresa percepita al momento del click, sfuma. L’entusiasmo di quel giorno si assorbe inevitabilmente nel tempo.

Non si violano le regole, non si accelera il percorso: i successivi scatti devono essere trattati con la medesima cura, non si può sfuggire. Non si bada a tempi o a frenesie.

Ci si occupa solo della selezione di una serie di presenti declinati in scenari, che acquisiscono senso perché componenti di un mosaico da cui non si può prescindere se si vuole raggiungere l’obiettivo: lo sviluppo.

Fotografando con pellicola, prospettive declinate in visioni quotidiane diventano tangibili attraverso il tempo e non esiste strada alternativa.

L’attesa ci concede un insegnamento: valorizzare quel ponte transitorio ed abitarlo, riscoprendo il valore del processo e non solo della meta, perché è proprio in quel luogo che si realizza la nostra trasformazione.

La sospensione ci invita a riscoprire il senso del cammino, mentre il caro prezzo di una società che se ne priva sta nella perdita del suo radicamento.