Nel mondo attuale del lavoro, soprattutto per chi ha meno di trent’anni, c’è una questione che resta troppo spesso ai margini del discorso pubblico. Non riguarda lo stipendio, i contratti o il precariato, ma è più sottile, più personale, eppure non meno devastante, e riguarda il rapporto con chi ti sta sopra, con chi dovrebbe guidarti, formarti e aiutarti a crescere; con chi, invece, troppo spesso ti ostacola, ti ignora, ti colpisce.
Parlo di quei capi — e ce ne sono tanti, troppi — che vivono la propria posizione gerarchica come uno strumento di controllo e non come una responsabilità, di quei responsabili che non riescono a scindere le tue competenze dal tuo carattere, a cui basta poco per decidere che a loro non piaci, che non sei abbastanza simpatico, che non sei il loro tipo, e a quel punto tutto cambia.
Il tono, le battute, le occasioni che spariscono, le frecciatine che diventano prassi, la sensazione di essere osservato con fastidio, come se il solo fatto di esistere fosse un intralcio alla loro routine. E intanto tu sei lì, giovane, con la voglia di imparare, con le paure normali di chi è agli inizi, ma quelle paure si trasformano in ansia, in malessere, in un sospetto continuo di non essere mai abbastanza.
Non parlo di mobbing, almeno non in senso tecnico, ma di qualcosa di più sottile e più diffuso: il potere emotivo che alcune persone arrogano su di sé, il modo in cui si sentono autorizzate a destabilizzare chi ha meno esperienza solo perché sono nella posizione di farlo, solo perché non c’è nessuno che le richiami, perché il sistema, in fondo, le legittima.
Ci insegnano che il lavoro nobilita, ma a volte il lavoro ferisce, e non per il carico, non per le ore, ma per l’ambiente tossico in cui sei costretto a muoverti, per la presenza di persone irrisolte che scaricano su di te le proprie frustrazioni, che non hanno mai fatto i conti con sé stesse, eppure pretendono di insegnarti a fare il tuo mestiere.
Un capo non deve diventare un amico, né un mentore illuminato, ma dovrebbe almeno essere in grado di riconoscere il proprio ruolo, di rispettare le persone che coordina, di separare i gusti personali dalle valutazioni professionali. E invece ci troviamo spesso di fronte a individui che non sono capaci di reggere una critica, che si sentono minacciati da chi ha idee nuove, che reagiscono con il sarcasmo, invece che con il confronto.
Molti di questi capi hanno 55, 60 anni — non tutti, certo — ma è in questa fascia d’età che più spesso si concentra un certo tipo di mentalità, quella che considera l’autorità come qualcosa che si impone, non che si costruisce, quella che confonde la seniority con il diritto di essere temuti, quella che non accetta di essere messa in discussione da chi ha la metà dei suoi anni.
E allora la domanda è: come si fa a crescere professionalmente in un contesto dove ogni errore viene usato contro di te, dove ogni tentativo di miglioramento viene letto come segno di presunzione, dove la tua sola esistenza è vista come un fastidio?
Il problema non è solo del singolo, è sistemico, è culturale: viviamo in un paese che fatica a valorizzare i giovani non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello umano, e questa fatica si traduce in relazioni distorte, in leadership disfunzionali, in una trasmissione del sapere che invece di arricchire, umilia. Non si parla mai abbastanza di quanto un ambiente ostile possa compromettere la fiducia in sé stessi, di quanto sia difficile chiedere aiuto senza essere considerati deboli, e di quanto faccia male iniziare ogni giorno di lavoro con il sospetto di dover dimostrare di meritarsi anche solo il rispetto minimo.
Vorrei che si aprisse una riflessione vera su tutto questo, vorrei che si cominciasse a chiedere conto non solo ai giovani di quanto sono disposti a fare, ma anche agli adulti di come stanno usando il loro potere, perché avere una posizione di responsabilità non significa solo dare ordini, significa invece costruire, e costruire non è compatibile con l’odio, con il disprezzo o con la vendetta personale. Il futuro del lavoro non può fondarsi su capi irrisolti, su adulti che non hanno mai fatto i conti con sé stessi. Abbiamo bisogno di figure forti, sì, ma anche sane, che sappiano vedere nei giovani non un pericolo, ma un potenziale, e che abbiano voglia di lasciare qualcosa, non solo di difendere ciò che hanno.
Non so se questo cambiamento sia vicino, ma so che parlarne è già un passo avanti, perché la solitudine che si prova in questi casi è reale, e il primo antidoto alla solitudine è la condivisione. Se anche solo una persona leggendo queste righe si sentirà meno sbagliata, allora sarà servito a qualcosa.















