Il 18 settembre 1865 gli Stati Uniti d'America abolirono la schiavitù. In Italia non c'è una vera e propria data riconducibile all'abolizione della schiavitù, ma documenti storici parlano di un primo provvedimento datato già il 3 giugno 1257 quando la città di Bologna decise di cancellare la schiavitù.
Ad oggi in Italia il lavoro schiavizzato è vietato dalla Costituzione grazie all'articolo 41 che tutela l'iniziativa economica privata, precisando però che “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”. Oggi, allora, è ancora il caso di parlare di schiavitù. La risposta, purtroppo, è sì. La “nuova” schiavitù è il caporalato. Cambia la forma ma non la sostanza.
Cosa si intende per “caporalato”? Prima di tutto, è sfruttamento lavorativo, la violazione dei codici che regolamentano i diritti dei lavoratori, ma non solo. Il lavoro è vita e privare una persona del controllo sul lavoro significa privarla del controllo sulla sua stessa vita. E per farlo, i cosiddetti “caporali” usano i mezzi più abbietti.
Dalla violenza fisica al sequestro dei passaporti o dei documenti di riconoscimento, passando per vere e proprie segregazioni. Nel mondo la “schiavitù moderna” interessa circa 50 milioni di persone (12 dei quali al di sotto dei 18 anni), di cui 28 milioni in condizioni di lavoro forzato. Il germe della schiavitù nasce in quei contesti difficili in cui proliferano miseria e guerra. I frutti di questo malsano seme vengono però, nella maggior parte dei casi, raccolti poi dalla Grande Distribuzione Organizzata: un prodotto da pochi dollari (o euro) in Occidente è probabile sia stato prodotto dall’altra parte del mondo in spregio a tutte le normative legali e contro ogni fondamento morale. Una piaga che si estende in tutto il mondo.
La Legge italiana combatte con specifiche norme il caporalato, il lavoro in nero, il lavoro sommerso, ma nella realtà di tutti i giorni la battaglia è ancora a favore dei caporali. Il caporalato non è una vera e propria emergenza, poiché non ha un punto di fine e uno di inizio, non ha un picco né una specifica zona di interesse. Il caporalato è ormai strutturale, è endemico, è nella società e spesso è anche nella mentalità dei cittadini. Uno Stato nello Stato, retto da una classe privilegiata che schiaccia una classe di sventurati senza diritti. Secondo la Guardia di Finanza, nel solo 2025 in tutta l’Italia sono stati individuati 12mila lavoratori in nero e 16mila irregolari.
Dati che dimostrano che il sistema è ormai consolidato in tutto il Paese e in ogni settore economico, non andando a configurarsi sinteticamente nel tradizionale e drammatico sfruttamento di braccianti in assolati campi agricoli. Il tragico caso di Amendolara è solo l’ultimo di una lunga lista di violenze ai danni dei lavoratori in nero, ma, probabilmente, è quello che più sorprende per efferatezza.
In Calabria, per l’appunto ad Amendolara, due pakistani avrebbero chiuso in auto 5 lavoratori originari del Pakistan e dell’Afghanistan bruciando il veicolo. Solo uno si è salvato, è scappato dal bagagliaio mentre i suoi compagni morivano carbonizzati. Il condizionale è d’obbligo perché le indagini sono in corso, ma i video diffusi lasciano poco spazio all’immaginazione. Ancora, a Corato, in Puglia, un rider straniero è stato colpito da una bottiglia di vetro e lasciato agonizzante e sanguinante in terra.
Tanti casi, apparentemente diversi tra di loro, ma che sono uniti da un solo filo conduttore: il disprezzo della vita umana, la classificazione degli esseri viventi in base al patrimonio e all’origine. Sotto questo punto di vista, tutto il mondo è paese. E l’Italia non è da meno. Negli ultimi mesi si sta discutendo tanto di “remigrazione”, un termine che si è diffuso molto in Europa ed è arrivato anche in Italia attraverso movimenti sociali e sostegni politici che hanno portato ad una vera e propria proposta referendaria. “Remigrazione e Riconquista” si legge nella presentazione.
Tra gli obiettivi della proposta: rafforzare la normativa dei flussi migratori e delle politiche demografiche, contrasto all’immigrazione clandestina e allo sfruttamento lavorativo, potenziare espulsioni e rimpatri, regolamentare le attività delle ONG nel Mediterraneo, abolire la protezione speciale, istituire uno specifico programma di remigrazione per favorire il rientro di cittadini stranieri nei loro Paesi di origine seppur regolarmente presenti sul territorio italiano. Aiutiamoli, sì, ma a casa loro. Riprendiamo in mano lo sviluppo del Paese, ma solo con i cittadini italiani.
Da ambo le parti, da chi osteggia e da chi sostiene la proposta, la creazione degli slogan è spesso solo un superficiale e oltraggioso esercizio linguistico. Non c’è visione d’insieme, non c’è onestà intellettuale per analizzare una situazione che è molto più grave di quanto raccontato. E per farlo, o quantomeno per tentare di farlo, si possono prendere ad esame alcuni dati. Il primo (forse il più etico, seppur banale e meno politico): gli italiani all’estero sono oltre 7 milioni ed hanno fatto lo stesso percorso che milioni di stranieri hanno fatto all’inverso, non scappando dall’Italia ma arrivandoci. Le loro motivazioni erano tanto valide quanto quelle di chi oggi ha scelto l’Italia per un’opportunità di vita migliore.
Il secondo: il rapporto tra contributi versati dai lavoratori stranieri e prestazioni sociali percepite dagli stessi genera un saldo positivo di circa 4 miliardi di euro per l’Italia, mentre l’impatto che hanno gli stranieri sul PIL nazionale è di 177 miliardi (il 9%). Di queste risorse l’Italia può farne a meno? La problematica, a questo punto, non è economica ma sociale e politica. Che il processo di integrazione in Italia abbia provocato e provochi sacche di criminalità è indubbio, così come è indubbio che parte della popolazione straniera è coinvolta (sia nei ruoli di carnefici che in quelli di vittime) nel sistema di caporalato.
Il castello di carta, però, crolla quando la politica si deresponsabilizza, quando sposta un po’ più in là l’asticella dei propri doveri, quando propone soluzioni di rottura invece che strategie di costruzione di valori e ricchezza (sociale ed economica). Quando sbraita, divide, inneggia e non equilibra. La remigrazione e il caporalato sono due facce della stessa medaglia. Due poli opposti di una retta al cui centro resta l’immigrazione, tirata in ballo spesso però solo per scopi politici. Le persone non sono pacchi da spedire o bestie da allevare per il raccolto.
Ogni singola vita ha un valore. È da questa convinzione che dovrebbe partire ogni impegno civile e sociale. Nel frattempo, “i nuovi schiavi” aumentano, sono reali, e nessuno può far più finta di nulla.















