Pensare un’etichetta per un prodotto non è solo un esercizio creativo: è, ancor prima del suo abbozzo progettuale, un’azione di identità. Il designer o art director non crea dal nulla: interpreta una visione, traduce propositi, organizza significati, elabora idee. Dietro ogni etichetta riuscita c’è un lavoro di coerenza che coinvolge naturalmente il prodotto, ma più estesamente il mercato a cui è destinato, il segmento di clientela a cui è riferito, la storia dell’azienda e l’immagine che essa desidera trasmettere al pubblico. La grafica di un’etichetta è il risultato visibile di tutto questo lavoro di concept prodromico, consapevoli che il vero impegno risiede in ciò che la precede.

Creare un’etichetta di prodotto non significa dunque semplicemente affidare a un grafico la traduzione visiva di alcune indicazioni tecniche o commerciali. Significa, soprattutto, avviare un processo di riflessione sui valori che quel prodotto rappresenta o vuole rappresentare, sul pubblico a cui è destinato e il messaggio profondo che intende veicolare. Muovendo da queste basi l’etichetta è – o dovrebbe essere – il punto d’incontro tra contenuto e forma, tra sostanza e percezione, promessa ed esperienza, estetica ed etica.

Tra qualità dichiarata e qualità percepita. In questo senso il lavoro grafico costituisce la fase conclusiva di un percorso più ampio, nel quale strategia, posizionamento, storia aziendale e sensibilità concorrono a costruire un’identità riconoscibile e credibile. Armonica. Va da sé che così come nel gergo del Galateo la parola etichetta richiama stile, cura e attenzione alle relazioni, allo stesso modo l’etichetta di un prodotto rappresenta la sua prima forma di presentazione al mondo: non un semplice vestito o biglietto da visita, ma un linguaggio visivo e distintivo (altro termine per identificare l’etichetta) che racconta il prodotto prima ancora che esso venga conosciuto, provato, degustato o assaggiato.

L’etichetta, dunque, non è semplicemente un logo, ma richiama anche quell’insieme di regole di classe e di stile che qualificano il modo di presentarsi e di relazionarsi che guidano le connessioni tra le persone.

Il leone, la mandorla e la luce cosmica

Nel territorio della Franciacorta, tra le colline silenziose di Sale di Gussago (letteralmente e geograficamente Il Monticello), un’azienda vitivinicola relativamente giovane ha deciso di abbandonare le classiche geometrie quadrate o rettangolari per l’etichetta delle proprie bottiglie scegliendo di fregiarsi di un’elegante ogiva dorata a mandorla verticale, su fondo nero, posizionata come un gioiello decorativo al centro della champagnotta. Al suo interno domina la scena un leone di Giuda con la testa coronata, in stato fiero di avanzamento verso destra: tiene tra la zampa anteriore sinistra un vessillo adornato con frasche di palma, vibrante omaggio a Santo Stefano Martire (che peraltro dà il nome alla via che sale alla collina della tenuta) e in un drappo sventolante sulla sommità, compare la scritta latina Lux in tenebris lucet (la Luce rifulge nelle tenebre).

Questa etichetta, di per sé già eloquente di un proposito spirituale e sacro, è lo scrigno decorato nei bordi con un altro significato più profondo: 108 pallini dorati che orbitano in rilievo tutt’intorno allo stemma. Va da sé che neanche questa è una scelta casuale, bensì un numero potente: un ponte teso tra il misticismo orientale e la geometria del macrocosmo. Rappresenta la totalità, l’equilibrio cosmico e il compimento del viaggio spirituale. Se si prende singolarmente ogni singola cifra:

  • il numero 1 simboleggia l’essere umano e il suo diritto sacrosanto a esistere;

  • lo 0 rappresenta il vuoto cosmico e divino;

  • l’8 si flette nell’infinito.

Insieme, formando il 108, raccontano il cammino dell’anima verso l’illuminazione. Del resto, secondo l’astrologia vedica i 12 segni zodiacali moltiplicati per i 9 pianeti danno per risultante 108, unendo indissolubilmente il destino degli uomini alle stelle. Le tradizioni yogiche, inoltre, si basano sui 108 canali energetici che convergono nel chakra del cuore. E 108 è lo stesso numero che guida i grani del Mala – il rosario buddista e induista – che scandisce i 108 desideri terreni da superare per raggiungere il Nirvana. Infine, in ossequio al ritmo delle stagioni, 108 vuole simboleggiare la purificazione che si compie attraverso i 108 Saluti al Sole nei momenti di transizione e rinascita della terra.

Quella del Franciacorta Coronea DOCG non è dunque un’etichetta solita, né tantomeno insolita. È un’etichetta voluta, sognata, studiata, concepita e aspettata nel rispetto dei crismi sacri e dei cicli naturali. E per lo stesso principio, il vino al proprio interno non è solo un vino ma l’esito perfetto tra il rigore della natura e la magia dell'universo, versato poi in un calice. Per i produttori Chiara Turelli e Andrea Bignotti – ingegnere lei, veterinario lui - il vino smette di essere un prodotto della terra e del lavoro dell’uomo per diventare un racconto dell'anima e spirito per definizione, proprio per il suo significato evangelico. È da questi principi e valori che ha preso vita la visione imprenditoriale di questa coppia che ha seminato e raccolto, fatto fermentare e affinato la passione per dare vita a bollicine dal perlage sottile, dal colore magnetico e dal gusto che conquista al primo sorso. Una filosofia che si riflette pienamente in un’etichetta che irrompe sulla scena e rompe gli schemi, concepita non per semplice decoro, ma eletta a vero e proprio sigillo sacro.