Tre anni fa mi sono imbattuta, per caso, in un libretto dalla copertina vistosa e dal titolo curioso: Piccolo manuale illustrato per cercatori di font, pubblicato nel 2023 per Officina Il Saggiatore, con testi di Sara Panzera e illustrazioni di Giacomo Agnello Modica.
Non l’ho trovato in libreria o acquistato su una piattaforma online, ma rinvenuto sugli scaffali di una celebre tipoteca trevigiana, uno di quei luoghi dove la stampa non è soltanto tecnica antica ma memoria viva e tramandata, oltre che fucina culturale e centro divulgativo.
Il titolo di quel libro dagli angoli stondati e il disegno di una valigetta aperta color arancione fluo in copertina mi hanno stuzzicato la mente e fatto sorgere una domanda: chi mai si definirebbe un “cercatore di font”, ad eccezione di un esperto in materia, un grafico o un art director? Eppure, dopo poche pagine, ho capito che in fondo lo siamo, inconsapevolmente, tutti.
Viviamo immersi in un universo sconfinato di testi: messaggi sullo schermo del telefono, e-mail, cartelli di segnaletica stradale, etichette di prodotti, insegne luminose, giornali: tutto è scritto. E ogni parola non è solo parola: ha una forma, un peso, un ritmo visivo. Addirittura un suo tempo. Ogni parola è dotata, insomma, di un corpo, uno spazio, un carattere per definizione. In altre parole, possiede una personalità. Esattamente come noi.
L’invisibile potere dei caratteri: come i font modellano la nostra percezione
Nella vita di ogni giorno veniamo in contatto e consumiamo caratteri tipografici costantemente e in continuazione, eppure quasi nessuno li nota per davvero. O si sofferma a capirne la genesi, o anche solo interrogarsi sulla loro denominazione.
Quanti di noi, infatti, saprebbero riconoscere il font dell’etichetta dello yogurt che mangiamo la mattina? O quello dei moduli fiscali che compiliamo? Eppure quei caratteri influenzano profondamente il messaggio che trasmettono: possono renderlo autorevole o amichevole, elegante o banale, leggibile o faticoso. In qualche modo - che oserei definire subliminale - orientano perfino le nostre scelte e il nostro modo di pensare. Basti pensare al font Comics, che la sola pronuncia rende tutto più leggero a vederlo utilizzato. O il font Braggadocio, che rimanda idealmente e immediatamente ai western.
Per chi lavora con la scrittura e con la stampa, questa consapevolezza di scegliere con cura il font da utilizzare diventa quasi un’emozione fisica. Un buon font, infatti, rende la lettura naturale, quasi invisibile; il font giusto valorizza un biglietto da visita, un nome sul campanello di casa; uno inadeguato o sbagliato, invece, stanca gli occhi e spezza il ritmo. Ma non è neanche solo una questione estetica: è il rapporto di relazione tra chi scrive e chi legge. Senso della misura.
Occhio alle lettere
Per questo la tipografia è il primo gesto di accoglienza che un foglio stampato offre al lettore. E proprio la tipografia - spiega il piccolo manuale illustrato il cui progetto grafico si deve a Marica Fasoli - è una specie di magia: riesce a farci dimenticare la forma delle lettere per farci concentrare sul loro significato. Una prova e riprova? Risulta difficile osservare contemporaneamente il font e il testo che leggiamo: un po’ come accade in quelle illusioni ottiche in cui si può vedere o un vaso o due volti, un’anatra o un coniglio, ma mai entrambi nello stesso istante. Eppure contenuto e contenitore sono inseparabili: le parole contano, e talvolta conta ancora di più il modo in cui sono scritte.
Il Piccolo manuale illustrato per cercatori di font reperito casualmente tra altri volumi illustrati, non pretende di insegnare a progettare caratteri o a combinarli come farebbe un trattato specialistico. Li spiega, di racconta, li commenta. E propone una passeggiata nel “magico giardino dei font”, invitando a osservare con più attenzione da vicino la materia con cui sono stati scritti libri, sottotitolati film, costruiti loghi e stampati giornali. Di ieri e di oggi. Per una volta, un libello simpatico ci chiede di guardare non il contenuto ma il contenitore. Del resto, anche la storia della stampa stessa è, prima di tutto, una storia di forme.
Quando nel Quattrocento Johannes Gutenberg stampò le prime Bibbie, non inventò davvero né la stampa né un nuovo carattere tipografico: utilizzò il Textura, la scrittura gotica già familiare ai lettori del tempo. La sua rivoluzione fu, semmai, quella di rendere riproducibile ciò che prima veniva copiato lentamente dagli amanuensi. Ancora una volta, il segreto stava nell’equilibrio tra innovazione e riconoscibilità: cambiare il mondo senza cambiare troppo l’aspetto delle parole.
Uscendo dalla famosa tipoteca trevigiana, percorrendo in auto i chilometri che mi separavano da casa, guardavo le scritte per strada con occhi diversi: insegne, manifesti, cartelli, loghi di brand. E ho realizzato, come mai prima di allora, che i font non sono solo un dettaglio per grafici o stampatori, scelto nel momento della costruzione di un progetto creativo, ma diventano un messaggio e un paesaggio quotidiano che attraversiamo senza accorgercene. Forse - ho concluso - diventare “cercatori di font” significa proprio questo: imparare a vedere le lettere non solo per ciò che dicono, ma per come lo dicono e per il messaggio che sottendono.
Perché le parole, si sa, sono importanti. Ma con il giusto font lo diventano ancora di più.















