Dai grandi sogni di rinnovamento teatrale di fine Ottocento alle pratiche contemporanee dello spettacolo all’aperto, questa intervista offre uno sguardo ampio e attuale su un tema sorprendentemente vivo.

Attraverso il progetto OATI, dedicato ai teatri en plein air in Italia, si intrecciano ricerca accademica, formazione e valorizzazione del patrimonio culturale. A guidare questo percorso è Maria Pia Pagani, studiosa di teatro e docente all’Università degli Studi di Napoli Federico II, da anni impegnata nello studio della scena moderna e dei suoi protagonisti. Al centro del racconto, l’eredità visionaria di d’Annunzio e Duse, oggi riletta alla luce di nuove esigenze sociali e artistiche. Un viaggio tra storia, luoghi e idee che restituisce al teatro all’aperto il suo ruolo di spazio culturale condiviso.

Introdurrei l’intervista, partendo da una breve descrizione del progetto OATI. In che modo è stata coinvolta e quali sono stati gli eventi che hanno accompagnato il progetto?

OATI è l’acronimo di “Open Air Theatres in Italy”, che ho scelto insieme ai colleghi prof. Paolo Quazzolo (Università degli Studi di Trieste) e prof. Anna Sica (Università degli Studi di Palermo) per presentare un progetto accademico di ricerca PRIN PNRR 2022 che ha passato a pieni voti la selezione ministeriale e si è svolto da fine novembre 2023 a fine febbraio 2026.

L’obiettivo era quello di censire le varie tipologie di teatri all’aperto italiani e la loro storia artistica: Home - Teatri all'aperto in Italia1 permette di accedere all’atlante e di scoprire luoghi di grande fascino, molti dei quali sono ancora in piena attività con festival e stagioni estive. L’unità di cui sono stata responsabile scientifico è quella dell’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ dove lavoro, e dove si è svolta un’intensa fase di ricerca che ha visto – tra gli altri – la realizzazione delle “Conversazioni Dannunziane” e del ciclo di seminari “I sogni delle stagioni”.

Ho voluto dare agli studenti la possibilità di approfondire lo studio del teatro en plein air sia in aula che al Real Orto Botanico di Napoli, dove hanno anche dato prova delle loro capacità performative grazie al coordinamento artistico dell’attore Salvatore Iermano. Per l’unità di ricerca federiciana, ho scelto come filo conduttore il sogno di avere un teatro all’aperto che caratterizzò il sodalizio di Gabriele d’Annunzio e di Eleonora Duse: per la loro epoca è stata un’idea visionaria; eppure oggi, noi posteri, ne raccogliamo i frutti. Se ci pensiamo bene, anche i concertoni all’aperto o negli stadi derivano da quel loro sogno.

Quali ritiene siano le caratteristiche della creazione di un teatro all’aperto che hanno affascinato Gabriele d’Annunzio per tutta la vita? E come è avvenuto il coinvolgimento di Eleonora Duse?

D’Annunzio voleva svecchiare il teatro italiano, e per farlo guardava alla classicità: la sua era un’idea dal fondamento avanguardistico, che puntava al rinnovamento della scena a lui coeva attraverso il recupero del passato. Nella sua visione, il futuro del teatro italiano era racchiuso nel ripristino del teatro praticato agli albori della civiltà occidentale, ovvero nella dimensione en plein air. Perciò doveva basarsi su un fondamento rituale e una completa apertura sociale, che comprendeva la gratuità degli spettacoli per tutta la popolazione: era un modo per portare la cultura anche alle fasce più deboli e prive di istruzione, a coloro (ed erano tantissimi, visto anche il tasso di povertà e di analfabetismo) che in un teatro non avevano mai messo piede per mancanza di mezzi economici e di consuetudine.

Aveva individuato nella Duse l’attrice ideale per questo progetto: la sua già consolidata celebrità e il suo altrettanto ardente desiderio di cambiare il teatro italiano coevo la rendevano perfetta. Prima ancora che una relazione affettiva, il loro sodalizio è nato da una forte comunanza di ideali artistici. Pur appartenendo per nascita a due mondi completamente diversi, d’Annunzio e la Duse guardavano nella stessa direzione: era il teatro che li aveva fatti incontrare, poi è stato il teatro ad averli divisi, e infine è stato il teatro ad averli fatti riavvicinare negli ultimi anni.

Quali aspetti di questa duratura fascinazione sono stati toccati, in particolar modo, nel volume monografico?

Nell’ambito del progetto OATI, il volume monografico D’Annunzio e il teatro all’aperto. Estetica, luoghi, protagonisti che ho curato per la Collana “Officina del Vittoriale” (Silvana Editoriale, 2025) esamina, in ordine cronologico e tematico, gli aspetti fondamentali di quel sogno en plein air che ha accomunato il Poeta e la Divina.

Per sviluppare la trama sulla quale si basa tutta la vicenda, ho scelto di coinvolgere degli specialisti che hanno ricostruito ogni singolo segmento: le scene all’aperto nella ritualità abruzzese e nella pittura di Michetti (Daniela Garofalo), la collaborazione con Fortuny (Giovanni Isgrò), la giovanissima Duse all’Arena di Verona descritta nel romanzo Il Fuoco (Roberto Cuppone), il progetto di rinascita del Teatro Romano di Fiesole (Caterina Del Vivo), la nascita del Parlaggio al Vittoriale e il lavoro dell’architetto Gian Carlo Maroni (Chiara Arnaudi), la nascita del teatro all’aperto nel cortile del Castello Regina Cornaro di Asolo e gli allestimenti dannunziani (mio), le implicazioni estetiche e politiche della scena en plein air nel Novecento (Paolo Puppa), nonché il recupero archeologico del modello classico (postfazione di Maurizio Harari).

Posso dire che questo lavoro corale costituisce – a oggi – la più completa ricognizione sull’argomento e sono grata a tutti gli autori che hanno partecipato. Da questa sinergia si vede lo sviluppo inatteso di quel sogno: inattuabile tra fine Ottocento e inizio Novecento, opportunamente praticabile nel corso del Novecento, e di vitale importanza dopo la pandemia.

Dopo anni dedicati a Duse, d’Annunzio e Goldoni, quali progetti letterari la attendono?

In verità, questa terna resta sempre l’asse portante della mia attività di studio di ricerca: si tratta di protagonisti assoluti nella storia del teatro moderno, che hanno ancora molto da dire alla nostra contemporaneità. Attualmente sto lavorando all’edizione critica del romanzo Un’attrice di Ofelia Mazzoni (1883-1935): si tratta di un’opera che – a mio avviso – va assolutamente rivalutata perché offre una visione non scontata della crisi che può capitare nella carriera di un’artista, e della forza necessaria per aprire una nuova fase creativa. Ritengo sia anche interessante occuparsi in modo approfondito della Mazzoni: è una figura ormai dimenticata, ma che vale la pena riscoprire, anche perché rappresenta un caso esemplare di attrice-scrittrice dotata di una sensibilità non comune. Ovvio che la presenza della Duse è la chiave di tutto…

Note

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