Sto in un angolo di niente, ho spesso addosso il silenzio che non riesce a dire. Ma un frastuono dentro mi ripete sempre come vorrei che fosse là fuori, uno spazio tutto d’argento.
La chiamano illusione. E io riesco a farla vedere.
La chiudo in uno specchio. La racconto sulla scena di un teatro di carta. Sono Mirko, un giocoliere di strada che riempie, dentro uno specchio, lo spazio delle illusioni.
L’ultima è di una Madame, è appena andata via per colpa della pioggia, mentre arrampicava una scala e fino a diventare piccola come una bambina tra i banchi di scuola.

E dire che l’avevo quasi presa! Illusa lei, illuso io.

Avrei voluto rincorrerla, scivolando per tutto Ponte Vecchio che ogni giorno allestisce per me i suoi cambi di scena.

Tra botteghe del tempo e dell’oro, questo attraversare di pietra non mi racconta mai la stessa storia, per questo vengo qui, quando ancora non sono tutto d’argento, e il mio cappello, la mia casacca, i miei calzoni stretti, e le scarpe con la punta fanno di me il buio di una tinta tutta nera, il tono da cui parte la prima delle illusioni.

Sono io, l’inizio di un’illusione.

Uno scherzo del senso e della mente, così come gioca il platino dei miei capelli sul corvino della mia figura, riesce a mettere confusione tra luce e ombra.

Piove ancora in modo leggero, non ho più il mio argento addosso, sono seduto a terra, incrocio le gambe, sopra di me lascio fluttuare uno specchio, sospeso a mezz’aria, sta nel vuoto, è rimasto senza alcun riflesso. Cosa potrà mai succedere là dentro?

Il mio gioco è entrare e uscire da quello specchio, attraversarlo con salto e capriola, poi sbuco dall’altra parte che sono tutto verniciato d’argento, vestiti, cappello, mani e viso.

È allora che chiedo:

Com’è nello specchio quando a guardarlo non c’è nessuna immagine? Cosa rimane quando mi volto da un’altra parte? Diventa uno spazio tutto d’argento? Qualcosa si muove o resta sempre tutto fermo?

Dentro a uno specchio deve essere come negli occhi di chi non finisce mai di cercare, lo dico a tutti quelli che si fermano da me.

Una volta sola ho provato a immaginare come potrebbe essere quello spazio, e così che ne ho fatto la mia arte di strada: in uno specchio disegno ritratti tra i riflessi, che si mettono a recitare su un teatrino di carta. Ci riprovo anche oggi.

Benvenuta Madame, benvenuto Messier: «Cosa vedete qui nel mio specchio?», chiedo mentre due amanti passano in coppia.

Lei prima sorride entusiasta, poi seria sistema i capelli, fa come per mettersi in bella posa, solleva gli occhiali sulla testa, guarda dentro, anche Messier si avvicina, ma fin troppo, e lui, non si vede lui, decisamente, quello non può essere se stesso!

«Cosa hai fatto di me, giocoliere!».
«Nulla Messier, nulla! È il riflesso del sognatore. Non è lei che sogna Messier?».
«Certo, sogno la notte e non in uno specchio! Qui sembro un incubo!».
«Ma gli incubi sono sogni Messier, sogni vestiti della sera. Provi a farne uno brillante, per me, adesso».

Gioco la mia capriola, la faccio attraversando lo specchio che mi restituisce di nuovo il mio argento addosso, mi copre mani e viso, subito sollevo il sipario del teatro di carta. La scena è blu tra ritagli di bianco.

Nello specchio resta solo il riflesso di Madame, il riflesso di Messier è diventato una sagoma tutta piena di sé, sullo sfondo si muove lenta come se là dentro non gli interessasse di nessun tempo, men che meno quello che gli servirebbe per arrivare dal sole che sta sopra di lui alla luna lontana da lui, da est a ovest.

Vorrebbe vivere come crede che si faccia nell’eterno: nessuna condizione da rispettare, può tornare anche se non è mai partito, può svegliarsi anche se non si è mai sopito, può germogliare senza il tempo che fa sfiorire, libero da regole e da qualsiasi altra obbedienza.

Messier nella sua scena blu riesce a stupire, fa tutto senza fare niente, su ciò che è male mette sempre un po’ di trucco, è così che lo spaccia per il bene. Ma poi, all’improvviso cade, è in trappola, è giù a terra. È il gioco della conseguenza e del suo agire.

Arriva una sagoma più piccola e d’argento, sono io.

Il giocoliere e Messier, il giocoliere è Messier?

«Sei confuso? Ti senti in trappola, dietro questo sipario?».
«Che ne sai tu, giocoliere di strada!».
«Posso immaginare che sia come vivi il tempo che ti mette in trappola, non vorresti liberarti?».
«Ma quale trappola! Sopra di me c’è il sole, l’aria libera e posso raggiungere la luna!».
«Credimi, è il tuo desiderio di infinito che ti ha messo in trappola! Tu vorresti essere sempre padrone di un sogno che costringi nella trappola di una brama costante!».

Messier è ora al centro della scena, si sposta fiero, indossando tutte le sue maschere, ritagli che piovono dall’alto, una dietro l’altra, mette in faccia tutto quello che sente, l’essere giovane, il sentirsi saggio, testa dal pensiero creativo, poi diventa precursore di tempi e di idee, gli va su misura il fascino da visionario, regge tra le mani il potenziale di ogni sua più ambiziosa idea, ne gode solo per il fatto di averla avuta, non considera però che ciò che ha in testa potrebbe non divenire mai, il suo gioco è rinchiudere l’idea nella gabbia dell’intuizione.

Un’idea rinchiusa nel soltanto bello di averla avuta.

Non la cura con il bianco del rispetto… Con uno spirito chiaro, trasparente.

«Giocoliere, vorresti rinchiudermi nella cornice di quello specchio per farne un ritratto di vetro e già finito? Tu non sai guardare l’oltre, che cosa posso essere per sempre».

«Messier, l’eterno non è non avere fine ma rimanere sempre nella pienezza dell’autentico. Per questo servono cose che richiedono sincerità, ci vuole un altro ordine di tempo, c’è sempre un maturarsi rispetto all’eternità, ci può volere un minuto, perché in un minuto sei del tuo tempo e in un altro sei subito nell’eternità, tu come l’hai disegnata?».

E chiudo il suo sipario.

Faccio il mio inchino, un invito con la mano: «Messier, lo apra di nuovo, faccia lei, vediamo cosa da oggi porterà in scena».

Il sogno, l’idea, o l’incubo di un’illusione sospesa nel tempo. Il guaio è smettere di averne cura