Perché il 2 giugno è la Festa della Repubblica? È la data storica che nel 1946, celebra l'atto fondativo della Repubblica e la fine della monarchia di Casa Savoia, in seguito al referendum istituzionale, indetto a suffragio universale, in cui cittadini italiani furono chiamati a scegliere l'ordinamento dello Stato all'indomani della fine del regime fascista e della sanguinosa guerra.
In quei due giorni (si votò anche il 3 giugno) votarono per la prima volta anche le donne e fu un momento di svolta per il Paese. Fino ad allora, questo diritto era riservato esclusivamente agli uomini, in quanto era largamente diffusa l'idea che la componente femminile non potesse partecipare alla vita politica a causa della sua “fragilità” ed “emotività” nella gestione degli affari di Stato.
Ma è proprio durante la Seconda guerra mondiale che le donne sostituiscono gli uomini in molti settori, partecipando alla Resistenza. Il loro ruolo, dunque, diventa decisivo per la liberazione del Paese e si avverte nell’aria che qualcosa sta cambiando. Così, nel giugno 1946, le donne vanno in massa alle urne per votare anche il Referendum istituzionale monarchia-repubblica, che, con 12.718.641 voti (contro 10.718.502 e 1.498.136 schede nulle o bianche), dà vita all’Italia che conosciamo oggi.
Risultano 21 le elette e, anche se arrivano a rappresentare solo il 4%, e i 535 deputati uomini le guarderanno con un certo paternalismo, il loro impegno e contributo diventano fondamentali per l’elaborazione della Carta Costituzionale. Di età e idee politiche diverse, queste donne erano accomunate dallo stesso ideale e dal desiderio di partecipare in prima persona ai grandi cambiamenti per l’Italia. Forti e tenaci di collaborare per rappresentare la vita, i pensieri del sesso femminile e fare gioco di squadra. La loro unità e determinazione hanno contribuito a scrivere gli articoli della Costituzione molto avanzati per quei tempi e lungimiranti per il futuro.
Si sono battute perché i principi normativi difendessero la parità tra uomini e donne e per favorire la nascita di leggi fondamentali per la famiglia e la società. Sono le cosiddette “Madri Costituenti” le 21 donne elette nel 1946 all'Assemblea Costituente, cinque delle quali, Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, presero parte alla commissione incaricata di elaborare la Costituzione italiana. L'articolo 3 che recita:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua.
E la specificazione "di sesso”, si deve alla testardaggine di una delle madri costituenti: Lina Merlin. La legge sulla maternità, una delle più innovative del mondo, porterà la firma di Teresa Noce. Il concetto dell'indissolubilità del matrimonio, in un Paese come l'Italia, non sembrava superabile e invece per soli tre voti ne fu votata l'estromissione dalla Carta, aprendo al percorso per il divorzio che nel 1970 adeguerà la nostra legislazione a quella dei maggiori Paesi occidentali.
È proprio in questo momento storico stracarico di tensioni, criticità, guerre ed emergenza economica che sembra quasi riecheggiare la memoria del nostro passato. In un periodo di fragilità emotiva e politica in cui la società tende a sgretolarsi anche per interessi partitici, invece di ricompattarsi di fronte alle nuove sfide che ci attendono, diventa fondamentale il richiamo alla “nostra casa comune” e, soprattutto, all'idea di inscindibilità tra solidarietà e dignità, valori indissolubili che la Costituzione italiana tutela e promuove ormai da ottant’anni.
Approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, il 1° gennaio 1948, entrava in vigore la Costituzione della Repubblica, sottoscritta dall'allora Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, con la presenza straordinaria alla firma di Teresa Mattei, la più giovane eletta all'Assemblea Costituente.
Il 2026 è l'anno in cui la nostra Costituzione compie 80 anni, con il suo patrimonio di valori, principi e regole che costituiscono il nostro tessuto democratico secondo la definizione di uno dei Padri costituenti. Se l’Italia ha “la più bella Costituzione del mondo” - come molti sostengono - oltre ai Padri Costituenti che l’hanno redatta, un merito va anche a uno studioso che l’ha messa "in bella copia". Il controllo e la revisione dell’ordinamento giuridico, dal punto di vista linguistico, furono affidati al latinista siciliano, Concetto Marchesi, antifascista e militante comunista, affinché apportasse comprensibilità e sinteticità ai 139 articoli e alle 18 disposizioni transitorie e finali (cinque di questi nel corso degli anni sono stati abrogati). Compito che egli assolse da par suo rendendo la Costituzione comprensibile a tutti in un periodo storico in cui l’analfabetismo era imperante: bella nella forma, nella chiarezza e nella comprensibilità.
Uno statuto di rara efficacia, dall’alto valore linguistico, ove la linearità della forma e la semplicità delle parole si sposano con lo spessore e la complessità dei contenuti. Più di tre quarti dei vocaboli appartengono al “lessico di base” poiché di uso comune e quotidiano. Lo sforzo di scrivere in modo chiaro ed efficace, soppesando il valore di ogni parola e facendo attenzione ai periodi brevi, di semplificazione e di chiarificazione dei concetti, rende la fonte di diritto del nostro sistema, unica e di alto spessore letterario. Un testo giuridico sempre giovane e tuttora moderno.
Facendo riferimento agli articoli dei principi fondamentali o della prima parte della Costituzione, quella dedicata ai Diritti e doveri dei cittadini, è facile notare come ancora oggi sorprendono per la loro previdenza e lungimiranza. In particolare gli articoli 2 e 3 riassumono, con parole magistrali e indimenticabili, decenni di riflessione filosofica, sociale e politica e delineano, in modo perfetto, il progetto normativo della presente Repubblica.
Di fronte a un documento di ottant’anni fa, è certamente lecito interrogarsi sulla sua attualità, sulla sua capacità di rispondere ancora adeguatamente alle esigenze dei cittadini di oggi, che riconoscono nella Costituzione un documento di spirito democratico che ispira e sorregge le norme. Non è soltanto il testo che contiene le norme fondamentali dello Stato: è anche il manifesto dei valori, delle idee che sono state alla base della costruzione repubblicana e in particolare i primi articoli vanno letti tenendo ben presente lo sfondo storico dal quale sono scaturiti.
L’Articolo 2 della Costituzione:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
L’Articolo 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Entrambi sono attuali e punti di riferimento per i principi e i valori fondanti della nostra società. Linee guida che indicano sempre la retta direzione.
Se ancora oggi dovessimo confrontare l’articolo 3 con gli articoli delle altre Costituzioni, a cominciare da quella tedesca del 1949 e dalle altre Leggi dello Stato, si potrebbe constatare che non c’è alcun articolo che sia così forte, lungimirante e che abbia innovato profondamente rispetto alla libertà, all’uguaglianza e alla fratellanza. L’Art. 3 della nostra Costituzione, insieme ad altri, ha la virtù di aver creato una “costituzione previdente”, una Costituzione capace di guardare lontano.
Oggi un articolo come il 3, sull’uguaglianza e la fratellanza, in un momento in cui tragicamente il mondo è prigioniero delle disuguaglianze, costituisce una guida sicura. Tuttavia il tempo trascorso dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale non, del tutto, si è tradotto in progresso e la prospettiva storica sul lavoro al femminile, non completamente, segue il percorso dei diritti sanciti dall’Art. 3, circa il principio fondamentale di pari dignità sociale e di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge “…senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali” ovvero l’art. 37, laddove, si specifica, espressamente, che: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore...”
Ma è l’Articolo 1, l’architrave dell’intero testo costituzionale, che sancisce solennemente “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro...” e istituisce il concetto di uno Stato che affida al cittadino la responsabilità del proprio futuro e valuta la dignità. Principio che oggi sembra disatteso data la condizione di precarietà lavorativa divenuta ancor più incresciosa, in cui la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio e la crescente mobilità sociale rimane un retaggio del passato.















